martedì 25 febbraio 2014

Tra storia e memoria, una necessaria analisi a monte del recupero

Non si può pensare un'architettura senza pensare alla gente
Richard Rogers




Un antico percorso del centro storico di Atena Lucana
che ha miracolosamente conservato la pavimentazione originaria


I Centri Storici costituiscono un patrimonio architettonico, storico ed urbano che si fonde intimamente e indissolubilmente con i valori naturali e paesaggistici dei territori di appartenenza, in quanto risultato di un lungo processo evolutivo di organismi urbanistici dai caratteri cromatici, materici e costruttivi denuncianti una chiara unità d'intenti.”[...]La tradizione è […] stratificazione, persistenze e realtà durature che derivano da un complesso rapporto tra gli uomini e le cose, da relazioni che si sviluppano proprio grazie alla creazione di spazi su misura, allargati quando serve e quanto basta, mai dilatati artificiosamente fino a perderne pericolosamente il controllo. La tradizione nasce e si tramanda in luoghi che invogliano all'aggregazione e in cui facilmente s'intrecciano legami arcaici, nascono sentimenti, affetti, conoscenze e solidarietà, anche tra le diverse generazioni. Questo e tanto altro si dimenticò in quegli anni e oggi, più di allora ci fa avvertire la netta sensazione chequando arrivi lì, non c'è un lì, lì.
Questo scrivevo anni fa, rifacendomi ad un mio precedente studio risalente al 1984, per descrivere il senso del viaggio comune all'uomo ed al suo ambiente e le regole sottese, sebbene mai scritte, che fanno di ogni luogo un'identità specifica e che sono riferimento di valori presenti generati in quello specifico contesto da quella specifica comunità.
Il senso di appartenenza ad un luogo è fondamentale ed altrettanto importante è riconoscerne l’immagine, così da interpretarla ed essere in grado di contestualizzarla correttamente nel presente. Da una parte senza volerla necessariamente imbalsamare in forme del passato mai comprese e perciò solo scimmiottate, dall'altra: senza scadere in cialtronerie architettoniche, che cercano inutilmente una soluzione puramente formale scopiazzando su internet quelle di maggior effetto, incuranti del fatto che siano del tutto avulse dal nostro contesto. 
Pur consapevole di risultare ripetitivo nei miei scritti, non posso fare a meno di sottolineare, anche in questa sede, come la non corretta interpretazione di questa immagine abbia generato in passato soluzioni progettuali piuttosto discutibili, ben visibili sia nei nuovi insediamenti che hanno ampliato l'espansione sette-ottocentesca sulla Braida (dal longobardo "bra" che indicava orti, terreni fuori dalle mura e che è attraversata da via Borgo-Braida, due tratti di una stessa via, divenuti poi: via Umberto I e viale Kennedy) che risale agli anni '70 e che generò quella lungo via Braidella, figlia invece della contorta logica della "ricostruzione" post Sisma 80. Questi nuovi insediamenti, privi di una qualsiasi logica e programmazione, risultano ancora oggi a circa mezzo secolo dalla loro realizzazione, chiaramente avulsi dal contesto che li ospita poiché privi, ora come allora, di spazi collettivi organizzati come piazze, parcheggi, verde attrezzato, ecc. che siano luoghi valorizzati, facilmente individuabili e perfettamente integrati con l'abitato e che non conservino ancora quell'immagine di "rimasuglio" di spazio informe, inutilizzabile e quindi da abbandonare al progressivo degrado, camuffando da area destinata a verde urbano, un brandello di terra di cui nessuno, negli anni a venire, si prenderà mai cura. Nessuna comprensione del contesto e nessuna coerenza nemmeno negli interventi di sostituzione edilizia nel centro storico dentro le mura, ma un'alternanza disordinata tra i sopravvissuti modelli del nucleo storico  e gli inserimenti di quelli dell'edilizia moderna, che non rappresentano l'evoluzione dei nostri modelli, come si diceva prima. Sono, invece, intrusioni violente che disconoscono di fatto il valore testimoniale dell'insediamento originario e della importante rete di relazioni instauratasi nel corso dei secoli tra gli edifici e gli spazi di relazione privati (androne, scale, corte, cortile) e pubblici (strade, marciapiedi, piazze, sagrati).

In occasione di un mio precedente scritto su Atena Lucana, tracciai un breve excursus sulla storia della piazza rifacendomi alla sua definizione di
vuoto urbano inteso come pausa nella condensazione dell'abitato, di realtà che appartiene in modo indissolubile ai fronti degli edifici che essa stessa separa, identificandosi nel contempo come “fatto” architettonico e urbanistico. Tale definizione muoveva proprio dalla considerazione della particolare essenza di questi luoghi di aggregazione che hanno la capacità di travalicare il legame che esse stesse creano per divenire “fatto” antropologico e dalla constatazione di come, allo stato attuale, gli spazi aperti che si configurano a pieno titolo come piazza, sia nei nuovi insediamenti del nostro comune, sia nel centro storico fuori le mura, sono di fatto inesistenti. A quanto già detto in occasione del concorso d'idee sulla sistemazione dell'area del mercato coperto c'è ancora da aggiungere che anche gli spazi comuni dentro le mura, luoghi nodali che un tempo più di oggi hanno rappresentato poli di attrazione per la vita sociale e che per la particolare conformazione dell'insediamento si possono identificare soltanto con i sagrati delle chiese, (in altre realtà questi sono rappresentati anche da vere e proprie piazze o comunque da slarghi davanti gli antichi palazzi nobiliari o nei pressi di fontane), non hanno mai goduto di un vero interesse, né da parte dei cittadini, né dei loro rappresentanti, così che alla fine si sono di fatto ridotti alla rete dei tracciati viari che connettevano una volta le suddette aree.
Infatti, ad esclusione del sagrato del santuario di San Ciro (1), degli assi viari principali e dalla mal concepita area della Schifa, il resto delle aree libere sono rappresentati da spazi di risulta ai margini della viabilità o da aree disabitate da più di un secolo e colpevolmente abbandonate all'oblio e all'incuria, come le tracce sopravvissute dei terrapieni sotto le mura (nei pressi della torre a difesa della postierla, tramandatasi nella cultura popolare come "a purtella", sotto palazzo Bellomo, presso l'antica cisterna a Porta d'Aquila, l'area tra la "porta piccola" ormai scomparsa e quella alle spalle dell'abitazione dei Sabini-Del Sole, ubicata di fronte la Chiesa Madre di Santa Maria). La più grande è però quella ubicata sui lati nordest dell'antico castello, dove una volta era l'ingresso della guardia, poi murato dall'attuale proprietario per aprirne al lato uno enorme e palesemente fuori luogo. Infatti, come ho avuto modo di spiegare in varie occasioni, sono ancora riconoscibili le tracce dell'ingresso principale, che era a sudovest, dove è ubicata l'altra grande area verde, perché doveva aprirsi verso valle, in direzione della via che, risalendo la collina, si dirigeva verso le tre porte nelle mura. Anche questo però "è accademia".
Per queste aree, che fino ad un passato non troppo remoto individuavano un quartiere del nucleo medievale e che è individuato da vari toponimi sugli antichi documenti, sono stati tramandati talvolta come “dietro corte”, altre volte più genericamente come "i casalini", è giusto spendere alcune parole. 

i "casalini":
Il suddetto agglomerato di case, ormai ridotto a ruderi, visibile sui lati sudovest e nordest delle mura del castello, è stato oggetto di un primo studio sistematico soltanto un paio d'anni fa, quando con gli amici Francesco Magnanti, Michele Caporale e Antonio Pignata decidemmo di effettuare ricerche su Atena Lucana per risalire, tra storia e memoria, a verità inedite ed inconfutabili che, basandosi su aspetti storici, architettonici, antropologici, ecc. potessero far luce su luoghi ed episodi del nostro passato importanti ma dimenticati.
Il quartiere, si è tramandato nella memoria degli anziani anche con il nome de "i casalini", ritengo con chiara allusione alle ridotte dimensioni delle unità abitative che si sviluppavano su due piani, più eventuale seminterrato. I primi due piani delle unità abitative, avevano ingresso diretto sulla strada o tramite scala a profferlo (modello chiaramente ereditato dal medioevo). Dai pochi esempi sopravvissuti e visionabili si evince (per la presenza di un forno ad ogni piano) che queste si riducessero ad una sola stanza per piano, ampia circa 16 metri quadrati. 


I due livelli con forno, di un casalino. Visibile anche l'ingresso dalla strada, al primo livello.



L'ingresso esterno al primo livello, posto sul fronte nordest del fabbricato, visto dalla strada



L'ingresso al secondo livello, posto sul fronte sudovest del fabbricato, visto dalla strada



Questa la cellula base degli agglomerati che costituivano la cosiddetta edilizia minore e che, in questo specifico contesto, conserva fabbricati risalenti, almeno in parte, al 1700 ma che potrebbe aver occupato il sito originariamente occupato della Corte Bassa. Questa mia supposizione, per la quale non si è trovato ancora alcun documento che possa confermarla, giustificherebbe però il toponimo "dietro corte" (reggia, castello, residenza del re, del signore) con cui quell'area è ancora ricordata così come risulta dalle notizie reperite da Francesco Magnanti presso gli anziani che ancora vivono nell'area. Questo mi persuade che l'allusione del toponimo sia alla posizione del quartiere dietro quella che un tempo doveva essere la Corte Alta, cioè quell'area del castello medievale con il torrione principale, l’armeria, le scuderie ed, in alcuni casi: la cappella. La cosiddetta corte alta si distingue dalla già citata corte bassa poiché in quest'ultima trovavano invece posto le abitazioni dei contadini, i magazzini, le stalle ed i granai (2). Questa mia supposizione si fonda su un'ulteriore mia ipotesi dell'esistenza di una cerchia muraria di ridotte dimensioni, ormai perduta, che doveva essere a ridosso di quella del castello e che aveva un ingresso sull'antica via dell'Oliva, quindi nei pressi dell'ingresso principale del Castello. 
La datazione al 1700 di alcune unità abitative del nucleo, è stata possibile grazie ad uno degli edifici sopravvissuti (sebbene sempre come rudere) in quanto la data 1778 è stata rinvenuta sull'architrave del suo ingresso. Il suddetto quartiere, di cui si analizzarono il sistema aggregativo, la tecnica costruttiva, i materiali utilizzati, la distribuzione, oltre alla dimensione delle unità abitative, potrebbe essere stato in parte abbandonato anche in seguito ai danni inferti dal sisma del 1857. In parte e non del tutto in quanto la documentazione grafica in mio possesso, risalente agli inizi del secolo scorso, riporta a quella data come ruderi soltanto una parte degli edifici presenti. Una causa di abbandono che si può tranquillamente escludere è invece per cause direttamente legate alla Seconda Guerra Mondiale, in quanto è certo che il nucleo dentro le mura, almeno per la parte alta, non fu mai bombardato. Del resto, i segni visibili sono più quelli dell'abbandono volontario e non della distruzione per cause belliche, che avrebbero lasciato segni evidenti come, ad esempio, bruciature sui muri e, ancor più, sulla travi dei solai.


Un'importante lesione interessante la muratura esterna di uno dei casalini

Purtroppo i nostri studi, autofinanziati, non solo sui casalini ma sull'intero centro storico, si sono dovuti interrompere, sia per mancanza di tempo e di fondi, sia di concreto interesse di altri a portarli avanti. Resta il fatto inconfutabile che questa realtà è un suggestivo luogo della memoria, pezzo della nostra storia da sottrarre all'oblio e al degrado, non solo per il suo innegabile valore storico e culturale ma anche per il pericolo di crollo di alcune di queste abitazioniin più occasioni evidenziato e documentato dal sottoscritto. Come già detto, quest'area abbandonata posta ai piedi delle mura del castello a sudovest ed a nord est, oggi costituisce l'unica area verde di apprezzabili dimensioni rimasta nell'antico nucleo medievale intra moenia, non pubblica ma liberamente e pericolosamente fruibile da parte dei bambini o di turisti incauti.  Anche per questo è importante recuperarla, ma non nell'ottica di una insostenibile quanto inutile musealizzazione delle architetture del nostro passato. Per questo ho elaborato e sto lavorando da qualche tempo ad un'idea progetto in cui ho coinvolto anche l'amico Ing. Vincenzo Bufano, e che prevede il  recupero di quest'area come parco a ruderi. Tale idea, oltre a rendere finalmente sicuro un luogo che da sempre suscita l'interesse dei turisti, permetterebbe anche la bonifica dell'area, restituendole un decoro ed una dignità e scongiurando anche quello che tra poco diventerà l'inevitabile abbattimento di un quartiere storico che tanto ci dice sull'antico impianto di Atena.



La data 1778 incisa sull'architrave dell'ingresso di un "casalino"

Infatti, sempre a proposito del centro storico, nell'ormai lontano 2008 scrivevo: che un luogo è un bene e come tale deve essere utilizzato in quanto è la sua mancata fruizione a decretarne la morte, mentre è il suo utilizzo a garantirne la costante manutenzione e quindi la sua conservazione. Volevo intendere, in sintesi che la pura contemplazione non appartiene all'architettura e che solo l'utilizzo di un luogo (la sua utilità) ne garantisce la sopravvivenza.
Ogni giorno che passa quindi, diventa sempre più urgente muoversi in modo concreto a difesa di quanto sopravvissuto al tempo e all'opera dell'uomo, cominciando con l'attribuire a tutto questo, nel contesto abitativo contemporaneo, unitarietà di disegno e ritrovata dignità in una nuova funzione.
Per poter operare nel modo corretto però, è necessario che l'approccio al tema del centro storico di Atena Lucana parta da un serio studio da farsi a monte e che superi la frammentarietà degli interventi puntuali che fino ad oggi tanto danno hanno arrecato all'integrità del contesto, per muoversi invece a vantaggio di una programmazione consapevole tesa anche e soprattutto alla valorizzazione. 
Le nuove norme per la Zona omogenea A e B, stilate dal sottoscritto in fase di redazione del P.U.C. (quelle per le restanti zone si devono invece al citato Ing. Vincenzo Bufano), contengono per la prima volta proposte articolate di modelli per orientare gli interventi privati nel rispetto del patrimonio edilizio antico e che dettano le linee guida in attesa di un necessario Piano Colore che possa finalmente preservare l'identità di un bene tramandatoci in eredità dalle comunità passate ma che appartiene ora a quelle presenti ma anche alle future.

Sono sempre più convinto infatti, che in ogni contesto sia compito dell'Amministrazione comunale promuovere la qualità urbana e architettonica e di perseguire con convinzione ed incisività la valorizzazione dei centri storici, luoghi dove ancora si conservano importanti tracce dell'evoluzione dell'abitato. Ad Atena questa lettura, come ho avuto modo di dire in più occasioni, è ancora possibile, nonostante gli improvvidi interventi pubblici (la citata Schifa, ma ancor prima "Trinità dei monti", San Ciro e l'organizzazione dell'area libera dietro il museo e di tante altre all'interno del centro storico) e gli scempi privati (l'improbabile ricostruzione del castello dove si sta perpetrando la sistematica distruzione di ogni testimonianza storica sul suo reale aspetto. Altrettanto deleteri i tanti interventi decontestualizzati operati sull'edilizia minore e che fanno ampio uso di materiali, tecniche e scelte formali non certo consone al contesto. 
Un primo atto significativo di questo cambio di approccio dovrebbero essere proprio interventi pubblici utili e di qualità, esempi tangibili di indicazioni, suggerimenti e linee guida per gli interventi privati, sia nelle scelte progettuali, sia nel corretto uso dei materiali e delle finiture, in osservanza di quanto contenuto nelle citate NTA.


Le tracce di un rudere di casalino sotto l'improbabile ricostruzione delle merlature del castello


La particolare attenzione che oggi più che mai chiedo sia rivolta alla salvaguardia di questa realtà sempre più debole, soprattutto a causa della mancanza di reale affezione di buona parte dei suoi stessi cittadini, nasce dalla convinzione che l'identità di un territorio urbanizzato, costituita principalmente dal patrimonio culturale della comunità che lo abita e dalla sua memoria, elementi che lo hanno generato e trasformato nei secoli, debba essere necessariamente preservata. Gran parte degli esponenti delle nuove generazioni purtroppo non abitano più o non hanno mai abitato il centro storico e così i loro figli, ai quali non hanno potuto o saputo trasmettere l'immagine di quello che era la vita al suo interno, tra i suoi "spuortichi" e le sue "strettole"e l'amore (o anche solo l'interesse) per l'immenso patrimonio culturale che esso rappresenta. Un luogo però, è bene non dimenticarlo, è una realtà in divenire e pertanto non è da considerarsi tanto un valore la sua conservazione in sé (la cosiddetta musealizzazione), quanto la preservazione della sua memoria storica e della sua identità. Questi gli aspetti realmente utili per attivare un processo che può trasformare i luoghi dell'abbandono, non solo attraverso il turismo, in quelli di una possibile ricchezza.
Quello che voglio dire, ripetendo ancora una volta quanto contenuto nei miei precedenti scritti sul recupero del centro storico di Atena Lucana, è che la riqualificazione, la valorizzazione, il recupero dell’identità dei centri storici e dei nuclei di antica formazione, hanno un senso e una valenza solo se si integrano nella realtà culturale contemporanea e non con il loro parziale e utilizzo come location per occasionali convegni, sagre estive e folkloristiche rievocazioni pseudo storiche.
La valorizzazione dei centri storici e quindi anche quello di Atena Lucana, ha un senso soltanto se perseguita mediante una serie di operazioni che tendono a riconoscere a queste realtà non solo il loro ruolo originario di fulcro, ma anche di possibile risorsa per la comunità attuale. Il centro storico, a cui viene nuovamente riconosciuto il ruolo di “polo” dell’identità locale, luogo della storia e della memoria deve essere reso capace di entrare in relazione propositiva con il contesto contemporaneo e la sua continua metamorfosi. Deve cioè essere reso partecipe della modernità, di mantenere il passo con una trasformazione più repentina che in passato, spesso purtroppo dettata non da reali esigenze di vita ma da bisogni indotti e da mode effimere.

Il recupero dell'identità urbana che ripaghi dei costi della sua realizzazione deve avere lo scopo di favorire le opportunità di riuso dell'edilizia storica, attuando quelle
necessarie trasformazioni capaci di garantire una continuità coerente ed evitando invece quelle eccentriche, attuate ad esclusivo uso del turista. Quello che è veramente necessario è progettare il recupero e, insieme a questo, la sua integrazione con il contesto, facendo sempre attenzione a non stravolgere l’aspetto di armonia e di unitarietà nel risultato finale (le cui linee guida sono contenute proprio nelle caratteristiche storico-ambientali della sua architettura), ma anche predisponendo l'oggetto del recupero per l'uso di nuove tecnologie. Voglio dire che ogni nuovo progetto nel centro storico non deve solo contemplare le trasformazioni necessarie ma anche gestirle nel modo adeguato attraverso la verifica della sostenibilità di scelte che possano valorizzare l'intero contesto. Questo significa recuperare anche la cosiddetta edilizia minore (le case artigiane e contadine, come quelle dell'area dei casalini), al pari di quella di maggior pregio, (rappresentata dai palazzi dei notabili e dell'antica nobiltà locale), oltre che dalle architetture cosiddette specialistiche.
Se si vuole veramente preservare il patrimonio edilizio del passato quale simbolo tangibile della nostra cultura, in questi tempi in cui il suo anacronismo tecnologico sconsiglia fortemente qualsiasi ulteriore investimento finalizzato al suo recupero e ancor meno alla sua tutela, bisogna quindi avere necessariamente una visione più ampia del problema e cominciare finalmente a pensare al contesto come un luogo in cui devono poter interagire e dove si possano integrare coerentemente testimonianze del passato ed innovazione.
Bisogna cioè qualificare l’esistente adeguandolo non solo ai bisogni dell'utente contemporaneo ma anche alle norme dettate dalla sicurezza e dai principi della sostenibilità, al fine di realizzare un bene che valga la pena preservare per le generazioni future e che abbia un valore che vada al di là di quello di testimonianza storica. Contemplando solo quest'ultimo aspetto infatti si rischia di cadere nella già citata musealizzazione, con l'attuazione di inappropriate azioni in difesa e tutela dell'immagine identitaria. Il rischio è che questi interventi non siano finalizzati all'interazione tra gli aspetti del passato e le nuove realtà, ma che si perdano invece in inutili "amarcod" incapaci di generare luoghi con una funzione e con un utilizzo sensato e continuato, adeguati a soddisfare modi di abitare, lavorare e vivere, differenti da quelli che li hanno generati e fino ad oggi trasformati.
Promuovere il miglioramento della qualità dello spazio urbano e dell’identità, architettonica, ambientale e culturale equivale anche a progettare e realizzare luoghi attrattivi e facilmente fruibili, che si integrino coerentemente col patrimonio architettonico ereditato dal passato, come ad esempio:
  • il volo della fenicecosì come concepito dai suoi progettisti e cioè dal sottoscritto Arch. Angelo Sangiovanni e dall'Ing. Vincenzo Bufano;
  • la valorizzazione degli accessi storici al nucleo dentro le mura, come porte e postierle e l'ubicazione di eventuali futuri collegamenti verticali, come ascensori o rampe mobili ma non a scapito di architetture che sono importanti testimonianze storiche;
  • il recupero della viabilità principale all'interno del nucleo dentro le mura, attraverso ove possibile, la meccanizzazione esclusivamente con mezzi di trasporto elettrici, che si muovono silenziosi e mai inquinanti negli stretti “corridoi” del Borgo Albergo (si veda a questo proposito la mia idea progetto);
  • la tutela e la valorizzazione degli ambiti più di pregio del tessuto storico (il castello) attraverso operazioni di risanamento e di recupero anche degli spazi ad essi attigui (i casalini) e della località Schifa con l'abbassamento della quota dello slargo antistante l'edificio polifunzionale, così da realizzare un necessario luogo di raccolta sicuro, in caso di evento sismico;
  • il recupero della schiera posta alle spalle del Santuario di San Ciro, sulla "strettola"  che si collega con Via San Nicola;
  • il ripristino della quota originaria unica di Piazza Vittorio Emanuele ed una sua continuità con l'adiacente Piazza Garibaldi e area ex mercato coperto da riconvertire a luogo di incontro e non ad ennesima ed inutile "piazzetta";
  • l'attribuzione finalmente di una funzione e un'identità allo slargo realizzato tra Viale Kennedy e Via G. M. Pessolani, a ridosso del campo sportivo, avulso dal contesto in cui è stata concepito. (3) 
Tutto ciò ed altro ancora significa, in sintesi, il miglioramento delle fruibilità dell'intero nucleo dentro le mura, di giorno e di notte e la valorizzazione di aree centrali e, nel contempo marginali, dell'insediamento fuori le mura.


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Uno scorcio della schiera tra la Schifa e Via San Nicola


L'ambiente in generale e quello urbano in particolare, è dato dall'intima e continua interazione tra le componenti naturali ed antropiche, che costituiscono un insieme interattivo in cui ogni azione dell'uno implica necessariamente una risposta dell'altro, innescando così un processo di feedback sulla scorta del quale si determineranno altre scelte e i relativi nuovi comportamenti.
Ciò che sfugge ai più è proprio questo, cioè che uomo e ambiente sono compagni di viaggio indissolubilmente legati e che il tessuto edilizio di matrice storica è segno concreto dei processi evolutivi di quella comunità nel tempo. Pertanto, gli elementi che rappresentano il patrimonio architettonico costituiscono un valore storico ed ambientale.
Ad Atena Lucana, in cui sono presenti solo sporadici esempi architettonici a cui può riconoscersi una qualità intrinseca(4) e purtroppo nessuno di riconosciuta "aulicità monumentale"(5), la risorsa dell’insediamento storico è quindi costituita principalmente dalla morfologia dell'insediamento urbano e dalle sue stratificazione in un rapporto dialettico con il contesto che in più punti è, fortunatamente, ancora riconoscibile (sebbene non per tutti). Ecco perché dico che gli interventi a venire devono essere finalizzati (finalmente finalizzati) alla contestualizzazione del principio insediativo storico, integrando forme tipologiche tradizionali e bisogni abitativi contemporanei, restituendo una funzionalità agli spazi collettivi vecchi e creandone di nuovi, utili, al fine di valorizzare l’identità e l’unitarietà del contesto.

Nell'iter di definizione di interventi sostenibili e coerenti all'interno del centro storico, vanno poi fatte una serie di opportune riflessioni di ordine generale che muovono innanzitutto dal riconoscimento del tessuto storico di una realtà creata e conservata “a misura d’uomo”. Una realtà coerente con un tipo di vita mutevole ma con cambiamenti più dilatati nel tempo, di spazi concentrati e trasferimenti di cose e persone realizzati con mezzi diversi da quelli attuali.

Uno scorcio di Via San Nicola


Un'adeguata quanto necessaria lettura dell'insediamento antico di Atena Lucana e principalmente di quello dentro le mura, ci permette innanzitutto di distinguere i percorsi storici, dettati da reali esigenze di vita, da quelli generati dalla ricostruzione post sisma '80, in cui invece manca una vera necessità ed utilità e che perciò non si sono mai integrati con il preesistente. Anche riguardo ai percorsi è opportuno spendere qualche parola in più, così da descrivere il delicato e complesso contesto del nostro centro storico, che si esplica su livelli a diverse altezze. Interessante capire il rapporto tra l'abitato ai vari livelli e la viabilità relativa, le porte di accesso al nucleo dentro le mura e la loro ubicazione strategica.

Percorsi, porte e "portelle":
Come ho avuto modo di mostrare ai partecipanti della prima Invasione Digitale, organizzate insieme ai soliti Magnanti, Caporale e Pignata e risalente all'aprile dello scorso anno, nell'insediamento all'interno delle mura esiste non solo una chiara relazione tra residenze e viabilità ma anche una netta differenziazione tra la viabilità principale rappresentata dai 3 anelli dentro le mura ed uno, post Sisma 1857, a margine e quella di attraversamento costituita da scale e "strettole" di collegamento tra gli stessi. Altra differenza può essere colta tra la viabilità e gli accessi principali costituiti dalle 3 porte principali del circuito angioino, poste ad est, sud e ovest. Altro interessante collegamento è costituito poi dalla relazione tra le porte principali e le postierle, di cui ne sono sopravvissute 2 sul lato nord-est ed 1 che ritengo di aver individuato come tale, sul lato sud-ovest. La loro individuazione si basa sulla mia intuizione dell'esistenza di un collaudato e ripetuto sistema difensivo assicurato dall'esistenza di una torre a ridosso di ogni varco nelle mura.
Vi è inoltre anche una differenziazione nella viabilità di collegamento dei vari "anelli", dettata dalla diversa funzione e quindi dalla larghezza e dalla pendenza necessaria a svolgerla nel modo migliore, ad esempio. Vi sono infatti collegamenti che rappresentati solo da rampe di scale e che pertanto potevano essere utilizzate agevolmente solo dagli uomini, mentre altri dislivelli, meno accentuati, erano superati con gradoni o rampe e pertanto potevano essere usate anche per lo spostamento di greggi o per le bestie da soma. I percorsi che si collegavano all'abitato attraverso le postierle e che continuavano con rampe di scale che conducevano fino al livello più alto, del castello dovevano essere per forza ad esclusivo uso degli uomini. Questi percorsi, stretti come le porte nelle quali terminavano, nascevano per ragioni militari, quali una più agevole difesa del varco ricavato per l'uscita ed il rientro della della ronda notturna o per avere l'opportunità di fare sortite in tempo di guerra. Le ridotte dimensioni permettevano il varco ad una sola persona alla volta, quindi a più persone solo se in fila indiana e perciò incapaci di rappresentare un vero pericolo. Insieme a queste particolari porte, ve ne erano però altre poste su viabilità meno scoscese e più larghe, concepite per l'ingresso anche di carri, di armenti e greggi di ritorno dal pascolo, oppure per le bestie da soma cariche di prodotti della terra o di acqua, legna ed ogni altro approvvigionamento utile alla vita di tutti i giorni. A queste vie, che originariamente, entravano nell'abitato attraverso le porte principali: Porta di Roma, Porta Piccola e Porta d'Aquila (le prime due ritengo siano andate perse con il sisma del 1857, mentre la terza ancora esiste) nel tempo si sono aggiunti altri percorsi nati lì dove crolli naturali o causati dal sisma del 1857, avevano aperto altre brecce nelle antiche mura che, del resto, avevano ormai da tempo perduto la loro utilità difensiva. Uno di questi nuovi percorsi, molto ben individuabile è sul versante nord-est e incrocia Via San Nicola in un punto "strategico", ovvero proprio lì dove comincia la rampa che collega detto anello viario principale con l'altro che passa sotto le mura del castello (Via Castello, appunto), così da creare uno collegamento estremamente funzionale tra l'anello esterno fuori le mura ed i vari livelli interni.




Vecchio percorso sul versante Nord-Est, dove sappiamo per certo non essere mai esistita una porta. Logico pertanto supporre che sia relativamente recente, realizzato a seguito di probabili crolli della cinta muraria attribuibili al sisma del 1857 e la realizzazione, solo successiva, dell'attuale Via Indipendenza, l'anello viario esterno alle mura 

Quello dei percorsi è però un argomento molto complesso che merita una successiva e più esauriente trattazione, poiché non si esaurisce certo in queste poche osservazioni o in quelle riportate nei miei precedenti scritti sull'argomento. Mi limito per ora a dire che, se è riconoscibile il rapporto tra le diverse vie ed il sito ai vari livelli, altrettanto riconoscibile è quello tra gli spazi pubblici e gli spazi privati delle abitazioni. Tale intimo legame è ancora oggi ben riconoscibile proprio perché l'abitato dentro le mura, soggetto a trasformazioni più lente, ha conservato più a lungo alcune delle originarie caratteristiche. Testimonianze e suggestioni che restituiscono l'immagine di un diverso modo di vivere le relazioni con l'altro, in un contesto che poteva essere indifferentemente la piazza (a chiazza) o il vicolo (a strettula). Tali relazioni, vissute in contesti così profondamente diversi nella forma e nelle dimensioni, restituiscono quindi immagini di una quotidianità sempre a stretto contatto con il passante-amico, magari seduti semplicemente sui gradini di un'abitazione o di una chiesa, nelle vie pedonali del nucleo dentro le mura ma anche  sul marciapiede della strada meccanizzata dell'espansione sette-ottocentresca, fuori le mura.


L'antica Via Borgo, nel centro storico fuori le mura (anni '80)



Concludo questa veloce analisi sui luoghi atinati, con la descrizione di una particolare tipologia abitativa, abbastanza comune nel nucleo all'interno delle mura di Atena e che meglio di ogni altra ha saputo creare la giusta mediazione tra spazi pubblici e privati.

Un modello dal lontano passato:
Oltre alla schiera, l'altra tipologia ricorrente nel contesto intra menia è "la corte", presente quasi esclusivamente nell'anello interno più basso e cioè su Via San Nicola. Il primo esempio è proprio alle spalle della chiesa omonima ma molti altri sono presenti su tutto il percorso, anche lì dove la stessa strada prende il nome di Corso Santa Maria, sul versante nord ovest, al di sotto del Santuario di San Ciro. Questa tipologia prevede un complesso edilizio che si sviluppa attorno ad un cortile, nel chiaro intento di conciliare un prototipo dell'antichità, rappresentato dalla villa romana, con le mutate esigenze di vita delle epoche successive. Tal modello fu infatti riscoperto e riletto dall'architettura del Rinascimento (periodo storico che va dalla metà XIV alla metà XVI secolo), ma che suppongo sia arrivato nell'entroterra del sud Italia con qualche ritardo rispetto alla sua nascita. Mi convince di questo la constatazione che lo stesso Palazzo Caracciolo, che si sviluppa intorno ad un cortile interno, risale soltanto al XVI secolo. Nondimeno, gli esempi atinati ancora presenti sono sicuramente giunti fino a noi sopravvivendo ai disastrosi terremoti del 16/12/1857 e del 23/11/1980 e, con molta più difficoltà all'opera dell'uomo. Interessante osservare come questa tipologia, anche nel particolare contesto degli stretti vicoli di Atena, sia stata capace di instaurare una gerarchia di relazioni tra gli ambiti pubblici della strada e quelli privati dell'abitazione. All'interno dello spazio delimitato dal cancello era presente originariamente una cisterna in pietra e, più tardi, un contenitore di diverso materiale, ma sempre deputato alla raccolta dell'acqua piovana, convogliata al suo interno attraverso i discendenti. Tale sistema, fino agli inizi del 900 e cioè fino alla realizzazione dell'acquedotto comunale ed il posizionamento strategico delle fontane, ha rappresentato l'unica possibilità di approvvigionarsi di acqua nell'abitato dentro le mura, un peculiare contesto, privo di pozzi e sorgenti. Intorno allo spazio oltre il cancello, nel rispetto del modello, si aprivano gli ingressi alle unità abitative e quelli di eventuali qualche attività artigianali. Nei livelli seminterrati, lungo le "strettole" adiacenti l'unità abitativa, si aprivano gli ingressi dei magazzini per le derrate, delle stalle e delle legnaie.


Edificio a corte su via San Nicola


Queste sintetiche considerazioni sulle tipologie storiche, sull'edilizia minore rappresentata dalle schiere ante e post "casalini", sulle corti, palazzi e residenze signorili di nobili e possidenti locali e sul rapporto tra questi spazi privati e quelli pubblici delle strade, dei vicoli e delle piazze e di queste con gli edifici specialistici, dovrebbero essere già sufficienti a far capire che questi aspetti meriterebbero studi più approfonditi, da farsi prima di operare un qualsiasi intervento nel contesto e condotti da addetti ai lavori e, tra questi, non da mestieranti e mercenari. Considerazioni che dovrebbero inoltre far maturare la consapevolezza che perseverare in interventi che tendono ad omologare i criteri di intervento e di trasformazione degli spazi urbani di natura storica con i metodi assunti nella formazione della città diffusa e “moderna” o con modelli importati da lontani ed avulsi contesti, è stato un imperdonabile errore. Ugualmente errato sarebbe, all'opposto, perseguire la cultura della museificazione conservativa o dell'anacronistica imitazione formale, vuota di contenuti. Continuare a snaturare gli spazi pubblici e privati della loro originaria funzione e del loro valore, continuare ad ignorare i delicati equilibri alla base della loro relazione, significa distruggere le testimonianze tramandateci. La corretta progettazione di quanto si vorrà realizzare in futuro, se veramente vorrà tendere al recupero coerente di un patrimonio unico e per questo: inestimabile, non potrà prescindere da una progettazione consapevole dell’unicità rappresentata delle aree storiche, di Atena come di ogni altra. La progettazione consapevole deve essere capace di individuare le regole compositive che hanno determinato lo sviluppo aggregativo e di rispettarle evitando, sia l'errore di interventi anacronistici ed insostenibili (la già più volte citata musealizzazione), sia l'attuare un recupero del tessuto edilizio unicamente sul piano delle mutate esigenze abitative, delle modalità tecnologiche degli interventi o della "congruità tra valore della propria identità e costo dell'intervento di recupero", come mi è capitato di sentire di recente. 
Bisogna cioè progettare garantendo contemporaneamente la qualità dell'abitare e la sostenibilità del progetto, presupposto irrinunciabile per la conservazione del futuro dei centri storici. Un patrimonio che è tale solo quando è un luogo vivibile, così da poter essere risorsa della città in un'ottica di marketing urbano e territoriale.
Questo significa progettare risposte adeguate alle esigenze di chi già vive e lavora nel centro storico, creare i presupposti reali per un ritorno dei residenti in un luogo in cui riconoscano di appartenere, dove cioè riconoscano la propria identità, dove siano stimolati a recuperare le proprie tradizioni, non in modo anacronistico ed inutilmente nostalgico, ma come veicolo di promozione delle proprie specificità.
Il futuro dei centri storici è, a mio parere, nel recupero consapevole e nella realizzazione non solo di una polarità attrattiva per il turista ma soprattutto di un luogo vitale per i suoi abitanti, capace di stimolare relazioni.

Solo quando saremo in grado di resistere alla tentazione di svendere al turista di turno la nostra identità a prezzi di saldo, magari riproponendo intorno ad un falò "u ballu ru laganaturu" con la sveglia attaccata al collo, da buoni cannibali laureati, saremo anche in grado di riconsegnare alla vita i luoghi della nostra storia e della nostra memoria. Cominciamo intanto a rifuggire la tentazione di interventi puramente utilitaristici (o supposti tali e comunque per pochi "eletti"), in cui la congruenza tra valore della propria identità e costo della sua preservazione è a sola discrezione di un possibile (ma discutibile) investitore, nella cui mente la cultura è "na cosa ca nun si mangia".





(1) per il quale si perse proprio negli anni 80 la sua grande opportunità di valorizzazione, prima decidendo di demolire e non di rilevare un Palazzo storico che contribuiva con il Santuario a fare Piazza, poi rioccupando quella fortuita piazza sulla valle con un anonimo intervento per case popolari, maldestro tentativo di ripopolare un centro storico quasi disabitato. Questa grave errore urbanistico si aggiunge a quello commesso negli anni 50, quando si sovrappose a gran parte dell'antico circuito viario dentro le mura, un'avulsa pavimentazione a sanpietrini. A quest'opera di rifacimento della pavimentazione non sfuggì nemmeno l'antica piazza a basoli antistante la chiesa madre di Santa Maria Maggiore ed il Palazzo Sabini Del Sole. Gli stessi basoli furono fortunatamente almeno in parte riciclati e perciò sono oggi ancora visibili in varie opere, come il muro dietro la citata chiesa madre e su quello di Via Santa Maria, nei pressi di Palazzo Spagna.  

(2) I miei studi sul castello e sull'antico assetto difensivo di Atena continuano ma sono purtroppo ancora lontani dalla conclusione, anche a causa dei continui rimaneggiamenti su quanto sopravvissuto al tempo ed ai terremoti, che rendono un vero rompicapo i tentativi di un'attendibile ricostruzione. 

(3) In riferimento a tutto questo si legga quanto ho già scritto in occasione del citato concorso d'idee per il recupero del mercato coperto, mentre per gli ultimi 4 punti si legga inoltre anche quanto scritto sul recupero del centro storico di Atena Lucana come Borgo Albergo.

(4)Tra questi io considero principalmente (ma non esclusivamente): il portale neoclassico di Palazzo Spagna, il portale e la volta a botte affrescata di Palazzo Caracciolo, il campanile di Santa Maria Maggiore, alcuni elementi di Palazzo Bellomo e le torri angioine. 


(5) Di tutto il patrimonio architettonico è infatti posto sotto tutela soltanto una limitata parte di Palazzo Caracciolo, mentre le torri, il castello ed i palazzi di nobili e notabili locali, sono luoghi di abbandono o di libera reinterpretazione stilistica e funzionale.



© Arch. Angelo Sangiovanni 
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lunedì 26 agosto 2013

Lu cuntu ri Atena nosta

I preparativi per la messa in scena del mito di Atteone

In occasione dei necessari chiarimenti a proposito della vera origine del soprannome “mangia signuri”, risalenti al 16 agosto dello scorso anno http://atenalucana.blogspot.it/2012_08_01_archive.html con riferimento è alla citazione del Troyli in La Cava, scrivevo: “Leggendo queste poche righe  ci si rende conto che già alla fine del 1800 si ritenne necessario sottolineare l'incuria e il disinteresse degli atinati per la loro stessa storia.
Un tentativo di recupero di quanto non andato ancora perduto a causa di questa secolare incuria è quindi, oggi più di allora, impresa ardua.
Gestire poi con faciloneria e senza competenza alcuna, notizie che affondano le loro origini si nella leggenda ma in quella metropolitana (cioè alla chiacchiere per sentito dire e senza alcun documento storico a supporto), induce inevitabilmente a formulare ipotesi a dir poco fantasiose, che sfociano in ricostruzioni improbabili e fuorvianti. 
Uno scambio di opinioni, a tratti anche un po' vivace, avuto in queste sere d'estate con una mia compaesana sulle supposte e reali origini del nomignolo di mangiasignuri mi ha indotto, dopo anni di inutili tentativi di spiegare le ragioni dell'infondatezza di tale credenza popolare, a mettere per iscritto la mia opinione sulle sue origini e le motivazioni del mio convincimento che quanto noi atinati raccontiamo e ci raccontiamo da decenni, non senza un certo orgoglio (giustificato), non sia riportato con precisione di eventi e collocazione storica. “
Non pochi anni trascorsi a ricordare agli atinati uno spettacolo teatrale risalente agli anni 70 e messo in scena da nostri concittadini, allora ragazzi, cui si dette il titolo “Lu cuntu ri Atena nosta”.
Scoprire che oggi, sempre di più concordano con questa mia ricostruzione, non può che lusingarmi in quanto lo vedo come un implicito riconoscimento al mio lavoro di ricerca e alla mia tenacia di questi difficili anni di non “profeta” in patria. Non riconoscimento come storico, come qualcuno mi ha esageratamente e impropriamente definito negli ultimi tempi, perché altre sono le mie competenze, ma più umilmente il primo ad oggi ad aver operato ricostruzioni che hanno sfatando miti e credenze popolari basate sulla fiducia cieca di quanto riportato da autori del passato ritenuti giustamente autorevoli e perciò degni a prescindere di ogni credibilità.
Tornando ai mangiasignuri, nel mio scritto dal titolo Atena Lucana tra storia e leggenda (metropolitana) raccontai di un gruppo di giovani del paese e del loro tentativo negli anni 70 di mettere in scena, tra storia e leggenda, alcuni eventi presenti nella tradizione orale.
Come già detto, la rivolta contro i Caracciolo del 1647, portò anche ad un assalto e relativo saccheggio nel Settembre dello stesso anno all'omonimo Palazzo sito nell'attuale Piazza Vittorio Emanuele, così come riportato da Elena D'Alto nel suo "Atena antica" pag 124. A questo atto seguì un "aspro castigamento" e un regime di terrore che durò ben 18 giorni. La repressione del 1648, fece quindi seguito ad una rivoluzione generata da una tassazione che aveva raggiunto proporzioni ormai non più accettabili dalla popolazione locale. Nella ricostruzione teatrale degli anni 70, questo evento storicamente rintracciabile, diventò un assalto al castello in epoca medievale in cui il signore del tempo viene ucciso e mangiato, perché macchiatosi della grave colpa di aver preteso di esercitare lo ius primae noctis. .
Niente di più falso quindi nel racconto di questo atto di cannibalismo a danno di un nobile medievale, come ampiamente dimostrato nel citato scritto, così come poco attendibili ho dimostrato essere altre vicende narrate dai miei compaesani e che appartengano ad un passato relativamente recente e quindi avulse dalla storia locale.
Il mio pensiero è infatti sempre lo stesso e i fatti continuano a darmi ragione: non si possono fare validi progetti per il futuro, né condivisibili da molti, senza prima aver recuperato il nostro vero passato e le nostre tradizioni.
Non più di 15 giorni fa ho avuto modo di riprendere le fila di un discorso iniziato qualche anno addietro (se ricordo bene era la primavera del 2003) con l'allora Assessore all'Ambiente Pasquale Iuzzolino ed il Direttore Artistico della Compagnia Efesto Theatre di Recanati e di trasformare finalmente quell'idea in progetto.
Un progetto culturale di ampio respiro, che ho voluto chiamare “Lu cuntu ri Atena nosta” per un dovuto riconoscimento all'impegno di quei giovani che negli anni 70 e al loro progetto indubbiamente innovativo e mai più ripreso da altri.
Tornando al progetto che mi vede impegnato insieme all'attuale Sindaco Pasquale Iuzzolino e al citato Vincenzo Massetti, questo prevede l'individuazione di 5 episodi salienti del nostro passato, la restituzione di questi al giusto contesto storico eventualmente smarrito ed infine, la loro condivisione con la cittadinanza in modo insolito ma non del tutto nuovo e cioè attraverso la messa in scena teatrale. La collaborazione con Efesto Theatre ci ha permesso di non ridurre la condivisione del “fatto” al solito convegno, comunicazione tendenzialmente tediosa a cui parteciperebbero i soliti (pochi) noti, ma di proporla attraverso quella sicuramente più immediata e più “leggera” della messa in scena teatrale.
Un'operazione dall'alto valore culturale perché importante nei contenuti, di innegabile interesse comune e fantasiosa nella rappresentazione.
Sono da sempre convinto che la cultura, per raggiungere il suo scopo, debba essere bagaglio di tutti. I tempi della “stregoneria “legata alle ricerche di archivio ad appannaggio di pochi colti, è finito perché oggi, per fortuna, molti hanno una preparazione che va oltre il semplice saper leggere, scrivere e far di conto.
Tornando al progetto, raccoglierà sotto il nome “Lu cuntu ri Atina nosta”, gli eventi della nostra storia e tradizione che ho individuato e che nei prossimi cinque anni racconteranno a noi stessi e agli altri in pubblica piazza, spaziando dal mito (Atteone) al fatto storico controverso (il sogno premonitore di Cicerone), dalla memoria popolare all'evento certo (le invasioni barbariche, i fatti del maggio 1648 ed il terremoto del 1857), sono i seguenti:

1. Il mito di Atteone (24 Agosto 2013);
2. Il sogno premonitore di Cicerone (presumibilmente nel 2014);
3. Le invasioni barbariche del Medioevo (presumibilmente nel 2015);
4. La rivolta contro i Caracciolo del 1647-48 (presumibilmente nel 2016) :
5. Il terremoto del 1857 nel racconto di Mallet e di don Vincenzo Giachetti (presumibilmente nel 2017).

E' intenzione del Sindaco Iuzzolino e di tutta l'Amministrazione, individuare in questo progetto che potremmo definire di “politica culturale”, un appuntamento da riproporre ogni anno nella stessa data, affidandone la gestione alla Pro Loco con la collaborazione del sottoscritto.
La messa in scena dell'episodio ricostruito sarà invece affidata già a partire da questo anno, al bravissimo Vincenzo Massetti e alla sua Compagnia Efesto Theatre.
Altro aspetto interessante del progetto, il coinvolgimento della popolazione che potrà liberamente partecipare al corteo in costume medievale e vivere così l'evento in prima persona come figuranti. Ancora più interessante la possibilità che si vuole dare ai giovani che ne faranno richiesta di partecipare, attivamente allo spettacolo, previa un'adeguata preparazione acquisita alla “scuola di teatro e movimento sui trampoli” in corsi tenuti dagli artisti di Efesto Theatre finalizzati a creare lavoro nel mondo dello spettacolo.
Quest'anno abbiamo iniziato tra mille difficoltà e pochissimo tempo a disposizione. In soli 10 giorni con Vincenzo Massetti, siamo stati in grado di mettere in scena il mito di Atteone, personaggio legato agli atinati dal presunto ritrovamento nei ruderi dell'anfiteatro, di “un marmo” rappresentante Atteone tramutato in cervo. Questo ritrovamento, da cui deriverebbe lo stemma di Atena e di cui parlano l'Albirosa ed il Curcio-Robertini, il Dott. Michele La Cava lo nega fortemente, tanto da asserire a sua volta: “Con buona pace di stessi autori, questo marmo non si è mai trovato” (Dott. Michele La Cava in Istoria di Atena Lucana pag. 60). Sempre nel suo testo troviamo inoltre la descrizione dello stemma di Atena (op. cit. pag. 59), rappresentato da uno scudo al cui interno è raffigurato un cervo ferito con in bocca una striscia riportanti le parole di Ovidio: “Acteon ego sum, Dominum cognoscite vestrum”. Lo stesso La Cava, riferisce poi che lo stemma è molto antico, sebbene il “marmo” ubicato in piazza riporti però la data 1739. Se lo stemma in piazza è quindi relativamente recente, è da credere che la Cava abbia rinvenuto almeno un riferimento ad Atteone in qualche documento del passato.
Il Mandelli inoltre, (sempre nella citata opera del Dott. La Cava pag. 60) riporta la credenza delle genti del paese che il colle di Atena fosse il luogo in cui Atteone fu sbranato dai suoi cani, dopo la metamorfosi voluta da Diana.
Non c'è però da stupirsi di questo, in quanto ancora oggi il mito di Atteone, con molta ingenuità viene confuso da alcuni con una leggenda locale narrata come un evento fantastico ma possibile, tanto che in chiusura del racconto può capitare di sentir esclamare dal narratore di turno: “ca va trova si po' è succiesu veramenti” (letteralmente: “che poi, chissà se è veramente successo”).
Questa l'ennesima prova dei danni derivati da una gestione “allegra” della nostra storia e da una manipolazione pericolosa della nostra memoria, che è sempre più causa di un'innegabile perdita d'identità e di importanti valori culturali a cui da anni non si sta dando più il giusto peso.
O meglio: quello che io ritengo sia il giusto peso da dare al nostro patrimonio immateriale e che tento giorno per giorno di trasmettere ai giovani, con la dovuta umiltà ma con altrettanta fermezza.

A chiusura di questa breve descrizione del programma concordato dal sottoscritto (per quanto mi riguarda, sia ben chiaro che è in forma totalmente gratuita e quindi per il solo amore per la cultura), il bravo Vincenzo Massetti e l'Amministrazione di Atena Lucana, attraverso il Sindaco Pasquale Iuzzolino, voglio chiedere scusa per l'estrema sintesi cui sono stato costretto nella descrizione del progetto e di eventuali lapsus contenuti nelle mie dichiarazioni nelle interviste alle TV locali. Chi ha avuto a che fare con le dirette sa bene che i tempi delle Tv non sono certo quelli dilatati dei convegni e che, sebbene si abbia la ferma intenzione di dire tutto e bene, difficilmente si riesce a sintetizzare al meglio nei tempi concessi. A questo si aggiunga il poco tempo a disposizione non solo per stilare un documento curato da fornire gli organi di stampa, ma anche la stanchezza mentale causata dalla febbrile attività di questi ultimi giorni. Credo però che il risultato ottenuto da tutto il gruppo, testimoniato dalla grande affluenza di pubblico, faccia perdonare ampiamente le piccole sbavature mie e degli altri organizzatori. 
Va precisato almeno in questa sede in modo più chiaro che l'evento legato alla manifestazione "i mangia signuri ri Atena" alla sua seconda edizione comprende la sfilata in costume e i giochi, aspetto organizzato e curato dalla Pro Loco, mentre la rappresentazione teatrale è frutto della collaborazione tra il sottoscritto e Vincenzo Massetti ed infine, i fuochi pirotecnici dal castello a chiusura della serata sono stati invece curati dal Sindaco Pasquale Iuzzolino. Questi diversi momenti della manifestazione del 2013 saranno la struttura della stessa così come verrà riproposta nei prossimi 5 anni  in quel più ampio progetto culturale che ho proposto all'Amministrazione da tempo a cui si è dato il nome: "Lu cuntu ri Atena nosta". 

Tornando alla suddetta manifestazione, non si deve quindi confondere l'aspetto della ricostruzione della nostra tradizione e della nostra storia e che è stata demandato alla sola messa in scena dalla Compagnia di Vincenzo Massetti, con la sfilata in costume e i giochi tra "contrade", che  nulla hanno a che vedere invece con la nostra storia e ancor meno con la nostra tradizione. Come ho avuto modo di dire proprio in un'intervista rilasciata qualche giorno fa ad una Tv locale, dire che gli atinati si siano macchiati della colpa di aver  mangiato un essere umano in passato, è una cosa altrettanto ridicola delle accuse mosse in altri tempi ai comunisti di mangiare i bambini. Quel "mangia signori" infatti, come ho ampiamente dimostrato con le mie ricerche, è da assimilare in altro contesto storico e geografico, a "mangia preti", poiché il senso del nomignolo che ci venne affibbiato dagli abitanti dei paesi limitrofi, era il voler sottolineare l'avversione dei miei compaesani ad accettare di buon grado le angherie e i soprusi dei signorotti del tempo. Il tempo poi non è il medioevo, ma il biennio 1647-1648, periodo che si innesta nel contesto della rivoluzione di Tommaso Aniello (Masaniello). Anche questa seconda edizione della rievocazione storica quindi muove non dalla leggenda popolare e perciò dalla tradizione, ma dalla leggenda metropolitana cosa facilmente verificabile da tutti, in quanto in nessun documento più o meno antico, conservato negli archivi di Atena o altrove, compare mai un benché minimo cenno a questo evento che, ribadisco ancora una volta, è frutto della fantasia di un gruppo di giovani degli anni 70. 

D'altra parte mi rendo conto delle esigenze dello "spettacolo". Se tentassi di intrattenere una platea con la storia della costruzione del castello di Atena, avrei un certo numero di astanti e, tra questi, un numero ancora più ridotto di persone interessate alle mie parole. Se invece m'inventassi di sana pianta una storia di fantasmi senza testa che si aggirano sugli spalti nelle notti di luna piena, sono altrettanto sicuro che gli interessati alle mie scempiaggini sarebbero molti di più. Questa l'unica giustificazione alla scelta, per il secondo anno, di voler puntare sull'aspetto grottesco invece che sulla ricostruzione storica.

La mia speranza è che il prossimo anno avremo più tempo a disposizione così da poter finalmente dare un'impronta diversa alla manifestazione, facendo sì che la "festa" possa finalmente coincidere e trovare una sua giusta dimensione. nella sfera della cultura. Con più tempo a  disposizione ed il rispetto dell'Amministrazione dell'impegno preso a recuperare seriamente la nostra storia e le nostre vere tradizioni,  avremo modo di organizzare l'evento con maggiore cura, ma. soprattutto (spero) con la partecipazione di tutta la cittadinanza, perché di tutti gli atinati sono la propria storia e le proprie tradizioni.