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lunedì 26 agosto 2013

Lu cuntu ri Atena nosta

I preparativi per la messa in scena del mito di Atteone

In occasione dei necessari chiarimenti a proposito della vera origine del soprannome “mangia signuri”, risalenti al 16 agosto dello scorso anno http://atenalucana.blogspot.it/2012_08_01_archive.html con riferimento è alla citazione del Troyli in La Cava, scrivevo: “Leggendo queste poche righe  ci si rende conto che già alla fine del 1800 si ritenne necessario sottolineare l'incuria e il disinteresse degli atinati per la loro stessa storia.
Un tentativo di recupero di quanto non andato ancora perduto a causa di questa secolare incuria è quindi, oggi più di allora, impresa ardua.
Gestire poi con faciloneria e senza competenza alcuna, notizie che affondano le loro origini si nella leggenda ma in quella metropolitana (cioè alla chiacchiere per sentito dire e senza alcun documento storico a supporto), induce inevitabilmente a formulare ipotesi a dir poco fantasiose, che sfociano in ricostruzioni improbabili e fuorvianti. 
Uno scambio di opinioni, a tratti anche un po' vivace, avuto in queste sere d'estate con una mia compaesana sulle supposte e reali origini del nomignolo di mangiasignuri mi ha indotto, dopo anni di inutili tentativi di spiegare le ragioni dell'infondatezza di tale credenza popolare, a mettere per iscritto la mia opinione sulle sue origini e le motivazioni del mio convincimento che quanto noi atinati raccontiamo e ci raccontiamo da decenni, non senza un certo orgoglio (giustificato), non sia riportato con precisione di eventi e collocazione storica. “
Non pochi anni trascorsi a ricordare agli atinati uno spettacolo teatrale risalente agli anni 70 e messo in scena da nostri concittadini, allora ragazzi, cui si dette il titolo “Lu cuntu ri Atena nosta”.
Scoprire che oggi, sempre di più concordano con questa mia ricostruzione, non può che lusingarmi in quanto lo vedo come un implicito riconoscimento al mio lavoro di ricerca e alla mia tenacia di questi difficili anni di non “profeta” in patria. Non riconoscimento come storico, come qualcuno mi ha esageratamente e impropriamente definito negli ultimi tempi, perché altre sono le mie competenze, ma più umilmente il primo ad oggi ad aver operato ricostruzioni che hanno sfatando miti e credenze popolari basate sulla fiducia cieca di quanto riportato da autori del passato ritenuti giustamente autorevoli e perciò degni a prescindere di ogni credibilità.
Tornando ai mangiasignuri, nel mio scritto dal titolo Atena Lucana tra storia e leggenda (metropolitana) raccontai di un gruppo di giovani del paese e del loro tentativo negli anni 70 di mettere in scena, tra storia e leggenda, alcuni eventi presenti nella tradizione orale.
Come già detto, la rivolta contro i Caracciolo del 1647, portò anche ad un assalto e relativo saccheggio nel Settembre dello stesso anno all'omonimo Palazzo sito nell'attuale Piazza Vittorio Emanuele, così come riportato da Elena D'Alto nel suo "Atena antica" pag 124. A questo atto seguì un "aspro castigamento" e un regime di terrore che durò ben 18 giorni. La repressione del 1648, fece quindi seguito ad una rivoluzione generata da una tassazione che aveva raggiunto proporzioni ormai non più accettabili dalla popolazione locale. Nella ricostruzione teatrale degli anni 70, questo evento storicamente rintracciabile, diventò un assalto al castello in epoca medievale in cui il signore del tempo viene ucciso e mangiato, perché macchiatosi della grave colpa di aver preteso di esercitare lo ius primae noctis. .
Niente di più falso quindi nel racconto di questo atto di cannibalismo a danno di un nobile medievale, come ampiamente dimostrato nel citato scritto, così come poco attendibili ho dimostrato essere altre vicende narrate dai miei compaesani e che appartengano ad un passato relativamente recente e quindi avulse dalla storia locale.
Il mio pensiero è infatti sempre lo stesso e i fatti continuano a darmi ragione: non si possono fare validi progetti per il futuro, né condivisibili da molti, senza prima aver recuperato il nostro vero passato e le nostre tradizioni.
Non più di 15 giorni fa ho avuto modo di riprendere le fila di un discorso iniziato qualche anno addietro (se ricordo bene era la primavera del 2003) con l'allora Assessore all'Ambiente Pasquale Iuzzolino ed il Direttore Artistico della Compagnia Efesto Theatre di Recanati e di trasformare finalmente quell'idea in progetto.
Un progetto culturale di ampio respiro, che ho voluto chiamare “Lu cuntu ri Atena nosta” per un dovuto riconoscimento all'impegno di quei giovani che negli anni 70 e al loro progetto indubbiamente innovativo e mai più ripreso da altri.
Tornando al progetto che mi vede impegnato insieme all'attuale Sindaco Pasquale Iuzzolino e al citato Vincenzo Massetti, questo prevede l'individuazione di 5 episodi salienti del nostro passato, la restituzione di questi al giusto contesto storico eventualmente smarrito ed infine, la loro condivisione con la cittadinanza in modo insolito ma non del tutto nuovo e cioè attraverso la messa in scena teatrale. La collaborazione con Efesto Theatre ci ha permesso di non ridurre la condivisione del “fatto” al solito convegno, comunicazione tendenzialmente tediosa a cui parteciperebbero i soliti (pochi) noti, ma di proporla attraverso quella sicuramente più immediata e più “leggera” della messa in scena teatrale.
Un'operazione dall'alto valore culturale perché importante nei contenuti, di innegabile interesse comune e fantasiosa nella rappresentazione.
Sono da sempre convinto che la cultura, per raggiungere il suo scopo, debba essere bagaglio di tutti. I tempi della “stregoneria “legata alle ricerche di archivio ad appannaggio di pochi colti, è finito perché oggi, per fortuna, molti hanno una preparazione che va oltre il semplice saper leggere, scrivere e far di conto.
Tornando al progetto, raccoglierà sotto il nome “Lu cuntu ri Atina nosta”, gli eventi della nostra storia e tradizione che ho individuato e che nei prossimi cinque anni racconteranno a noi stessi e agli altri in pubblica piazza, spaziando dal mito (Atteone) al fatto storico controverso (il sogno premonitore di Cicerone), dalla memoria popolare all'evento certo (le invasioni barbariche, i fatti del maggio 1648 ed il terremoto del 1857), sono i seguenti:

1. Il mito di Atteone (24 Agosto 2013);
2. Il sogno premonitore di Cicerone (presumibilmente nel 2014);
3. Le invasioni barbariche del Medioevo (presumibilmente nel 2015);
4. La rivolta contro i Caracciolo del 1647-48 (presumibilmente nel 2016) :
5. Il terremoto del 1857 nel racconto di Mallet e di don Vincenzo Giachetti (presumibilmente nel 2017).

E' intenzione del Sindaco Iuzzolino e di tutta l'Amministrazione, individuare in questo progetto che potremmo definire di “politica culturale”, un appuntamento da riproporre ogni anno nella stessa data, affidandone la gestione alla Pro Loco con la collaborazione del sottoscritto.
La messa in scena dell'episodio ricostruito sarà invece affidata già a partire da questo anno, al bravissimo Vincenzo Massetti e alla sua Compagnia Efesto Theatre.
Altro aspetto interessante del progetto, il coinvolgimento della popolazione che potrà liberamente partecipare al corteo in costume medievale e vivere così l'evento in prima persona come figuranti. Ancora più interessante la possibilità che si vuole dare ai giovani che ne faranno richiesta di partecipare, attivamente allo spettacolo, previa un'adeguata preparazione acquisita alla “scuola di teatro e movimento sui trampoli” in corsi tenuti dagli artisti di Efesto Theatre finalizzati a creare lavoro nel mondo dello spettacolo.
Quest'anno abbiamo iniziato tra mille difficoltà e pochissimo tempo a disposizione. In soli 10 giorni con Vincenzo Massetti, siamo stati in grado di mettere in scena il mito di Atteone, personaggio legato agli atinati dal presunto ritrovamento nei ruderi dell'anfiteatro, di “un marmo” rappresentante Atteone tramutato in cervo. Questo ritrovamento, da cui deriverebbe lo stemma di Atena e di cui parlano l'Albirosa ed il Curcio-Robertini, il Dott. Michele La Cava lo nega fortemente, tanto da asserire a sua volta: “Con buona pace di stessi autori, questo marmo non si è mai trovato” (Dott. Michele La Cava in Istoria di Atena Lucana pag. 60). Sempre nel suo testo troviamo inoltre la descrizione dello stemma di Atena (op. cit. pag. 59), rappresentato da uno scudo al cui interno è raffigurato un cervo ferito con in bocca una striscia riportanti le parole di Ovidio: “Acteon ego sum, Dominum cognoscite vestrum”. Lo stesso La Cava, riferisce poi che lo stemma è molto antico, sebbene il “marmo” ubicato in piazza riporti però la data 1739. Se lo stemma in piazza è quindi relativamente recente, è da credere che la Cava abbia rinvenuto almeno un riferimento ad Atteone in qualche documento del passato.
Il Mandelli inoltre, (sempre nella citata opera del Dott. La Cava pag. 60) riporta la credenza delle genti del paese che il colle di Atena fosse il luogo in cui Atteone fu sbranato dai suoi cani, dopo la metamorfosi voluta da Diana.
Non c'è però da stupirsi di questo, in quanto ancora oggi il mito di Atteone, con molta ingenuità viene confuso da alcuni con una leggenda locale narrata come un evento fantastico ma possibile, tanto che in chiusura del racconto può capitare di sentir esclamare dal narratore di turno: “ca va trova si po' è succiesu veramenti” (letteralmente: “che poi, chissà se è veramente successo”).
Questa l'ennesima prova dei danni derivati da una gestione “allegra” della nostra storia e da una manipolazione pericolosa della nostra memoria, che è sempre più causa di un'innegabile perdita d'identità e di importanti valori culturali a cui da anni non si sta dando più il giusto peso.
O meglio: quello che io ritengo sia il giusto peso da dare al nostro patrimonio immateriale e che tento giorno per giorno di trasmettere ai giovani, con la dovuta umiltà ma con altrettanta fermezza.

A chiusura di questa breve descrizione del programma concordato dal sottoscritto (per quanto mi riguarda, sia ben chiaro che è in forma totalmente gratuita e quindi per il solo amore per la cultura), il bravo Vincenzo Massetti e l'Amministrazione di Atena Lucana, attraverso il Sindaco Pasquale Iuzzolino, voglio chiedere scusa per l'estrema sintesi cui sono stato costretto nella descrizione del progetto e di eventuali lapsus contenuti nelle mie dichiarazioni nelle interviste alle TV locali. Chi ha avuto a che fare con le dirette sa bene che i tempi delle Tv non sono certo quelli dilatati dei convegni e che, sebbene si abbia la ferma intenzione di dire tutto e bene, difficilmente si riesce a sintetizzare al meglio nei tempi concessi. A questo si aggiunga il poco tempo a disposizione non solo per stilare un documento curato da fornire gli organi di stampa, ma anche la stanchezza mentale causata dalla febbrile attività di questi ultimi giorni. Credo però che il risultato ottenuto da tutto il gruppo, testimoniato dalla grande affluenza di pubblico, faccia perdonare ampiamente le piccole sbavature mie e degli altri organizzatori. 
Va precisato almeno in questa sede in modo più chiaro che l'evento legato alla manifestazione "i mangia signuri ri Atena" alla sua seconda edizione comprende la sfilata in costume e i giochi, aspetto organizzato e curato dalla Pro Loco, mentre la rappresentazione teatrale è frutto della collaborazione tra il sottoscritto e Vincenzo Massetti ed infine, i fuochi pirotecnici dal castello a chiusura della serata sono stati invece curati dal Sindaco Pasquale Iuzzolino. Questi diversi momenti della manifestazione del 2013 saranno la struttura della stessa così come verrà riproposta nei prossimi 5 anni  in quel più ampio progetto culturale che ho proposto all'Amministrazione da tempo a cui si è dato il nome: "Lu cuntu ri Atena nosta". 

Tornando alla suddetta manifestazione, non si deve quindi confondere l'aspetto della ricostruzione della nostra tradizione e della nostra storia e che è stata demandato alla sola messa in scena dalla Compagnia di Vincenzo Massetti, con la sfilata in costume e i giochi tra "contrade", che  nulla hanno a che vedere invece con la nostra storia e ancor meno con la nostra tradizione. Come ho avuto modo di dire proprio in un'intervista rilasciata qualche giorno fa ad una Tv locale, dire che gli atinati si siano macchiati della colpa di aver  mangiato un essere umano in passato, è una cosa altrettanto ridicola delle accuse mosse in altri tempi ai comunisti di mangiare i bambini. Quel "mangia signori" infatti, come ho ampiamente dimostrato con le mie ricerche, è da assimilare in altro contesto storico e geografico, a "mangia preti", poiché il senso del nomignolo che ci venne affibbiato dagli abitanti dei paesi limitrofi, era il voler sottolineare l'avversione dei miei compaesani ad accettare di buon grado le angherie e i soprusi dei signorotti del tempo. Il tempo poi non è il medioevo, ma il biennio 1647-1648, periodo che si innesta nel contesto della rivoluzione di Tommaso Aniello (Masaniello). Anche questa seconda edizione della rievocazione storica quindi muove non dalla leggenda popolare e perciò dalla tradizione, ma dalla leggenda metropolitana cosa facilmente verificabile da tutti, in quanto in nessun documento più o meno antico, conservato negli archivi di Atena o altrove, compare mai un benché minimo cenno a questo evento che, ribadisco ancora una volta, è frutto della fantasia di un gruppo di giovani degli anni 70. 

D'altra parte mi rendo conto delle esigenze dello "spettacolo". Se tentassi di intrattenere una platea con la storia della costruzione del castello di Atena, avrei un certo numero di astanti e, tra questi, un numero ancora più ridotto di persone interessate alle mie parole. Se invece m'inventassi di sana pianta una storia di fantasmi senza testa che si aggirano sugli spalti nelle notti di luna piena, sono altrettanto sicuro che gli interessati alle mie scempiaggini sarebbero molti di più. Questa l'unica giustificazione alla scelta, per il secondo anno, di voler puntare sull'aspetto grottesco invece che sulla ricostruzione storica.

La mia speranza è che il prossimo anno avremo più tempo a disposizione così da poter finalmente dare un'impronta diversa alla manifestazione, facendo sì che la "festa" possa finalmente coincidere e trovare una sua giusta dimensione. nella sfera della cultura. Con più tempo a  disposizione ed il rispetto dell'Amministrazione dell'impegno preso a recuperare seriamente la nostra storia e le nostre vere tradizioni,  avremo modo di organizzare l'evento con maggiore cura, ma. soprattutto (spero) con la partecipazione di tutta la cittadinanza, perché di tutti gli atinati sono la propria storia e le proprie tradizioni.


lunedì 28 gennaio 2013

Una leggenda mari e monti

"Se abbiamo bisogno di leggende, che queste leggende abbiano almeno l'emblema della verità! 
Mi piacciono le favole dei filosofi, rido di quelle dei bambini, odio quelle degli impostori"
Voltaire

Altro argomento della storia di Atena ammantato di leggenda ma tramandato da alcuni come verosimile (se non addirittura come vero) ancora ai giorni nostri, è quello della torre fatta costruire da Roberto figlio di Luigi Sanseverino, nel XIV secolo, di cui parla lo storico Paolo Eterni, poi ripreso da vari altri autori nel corso degli anni a seguire, con troppa leggerezza.
Avevo già chiarito in un breve intervento la mia posizione in merito qualche tempo fa, in occasione di un mio precedente scritto sull'altra leggenda di Atena Lucana dura a morire e cioè quella dei “mangia signori” e in quel caso, citando la suddetta torre, la definii leggendaria proprio in relazione alla sua supposta smisurata altezza .
Purtroppo non sono soltanto gli atinati a credere ancora che potesse esistere una torre di così eccezionali dimensioni, ma molti autori del passato, alcuni anche piuttosto accreditati ed è proprio questo aspetto che mi spinge a chiarire in modo più dettagliato cosa renda la sua smisurata altezza, così come descritta, una fandonia.
In “Storia e produzione figurativa nel territorio del Vallo”di Antonio Braca sul quarto volume de “La storia del Vallo di Diano” e a pagina 248, a proposito di Atena, si legge: “[...] La posizione strategica dell'altura è alla base anche della morfologia urbana tipicamente medievale. Essa infatti nasce e si sviluppa con un sistema di anelli ellittici concentrici che hanno come centro il castello […] Molto probabilmente esso era parte integrante di un sistema difensivo più ampio e strategico che individua nel Vallo una posizione geografica di primaria importanza per la difesa di Salerno e della stessa Napoli. In questo contesto assume notevole valore la notizia riportata da Paolo Eterni, che ad una prima lettura potrebbe anche apparire esagerata. Lo storico del Vallo, nella sua descrizione del XVII secolo, riporta che il castello era munito di un'altissima torre dalla quale era possibile vedere non solo l'intero Vallo ma anche Salerno ed il mare [...]”. Nella nota: "P. Eterni in S. Macchiaroli, Diano e l'omonima sua valle. Ricerche storico archeologiche, Napoli 1868, ristampa Teggiano 1195, p.38
Anche in un testo recente si riporta quindi la notizia  che non viene smentita ma al contrario, in qualche misura accreditata, asserendo “ In questo contesto assume notevole valore la notizia riportata da Paolo Eterni, che ad una prima lettura potrebbe anche apparire esagerata”.
Che la torre di Atena dovesse essere alta e posizionata in un luogo alto perché senza alcun dubbio facente parte di un sistema di segnalazione visiva con altre postazioni collocate strategicamente su alture in contatto visivo tra di loro, non è in discussione. Quello che è invece rischia di dare credibilità una notizia che a me appare esagerata non solo alla prima ma anche alle successive letture, è che da questa torre si potesse addirittura vedere la marina di Salerno, tanto era alta.
Del resto Antonio Braca non è il primo e purtroppo nemmeno l'ultimo dei tanti che hanno creduto e che ancora oggi credono a quanto asserito da Paolo Eterni La notizia tra l'altro era stata già da tempo messa in dubbio in modo secco e perentorio dallo stesso Michele La Cava. a pagina 63 del suo testo “Istoria di Atena Lucana”, in cui lo stesso scrive: “A luigi Sanseverino succedette Roberto suo figlio, il quale fece edificare in Atena una torre altissima”. E al fondo della stessa pagine, alla nota 1 precisa: “.Alla quale si annette la favola riportata da varii scrittori, che dai merli di questa torre si fosse veduto il mare del golfo di Salerno. Quantunque sia stata l'elevazione di questa torre, giammai dalla sua cima poteva vedersi la marina di Salerno.”
Gli scrittori a cui si riferisce li riporta alla fine del suo testo al CAPO VII che ha per titolo “Autori che parlano di Atena”.
Riporto fedelmente, limitandomi soltanto ai passi concernenti la torre, quanto contenuto nel testo citato. 
Mandelli – Lucania, ms.- Atena Metropoli degli Atenati Vol. 2 pag. 275 “[…] Il sito è intorno ad una collina, che sopra delle altre, le quali sorgono dalla valle, alquanto si innalza; nella di cui più alta cima fu edificato un castello, hora diruto. Eravi nel mezzo un'alta torre, dalla quale si discopriva, come dicesi, il mar tirreno, quinci lontano intorno a...miglia: [...]
Troyli – Istoria Generale del Reame di Napoli, Tomo 1°, parte 2, pag 163 “[…] Si pregiava aver nel mezzo, qual corredata, ed inespugnabile fortezza una superbissima Torre, che ben meritava d'annoverarsi fra le prima d'Italia, perciocché dalla vetta di essa si vedva il mare avanti la città di Salerno. Ciò sembra un'iperbole; ma se prestar fede si vuole credenza a Paolo Eterni, scrittore oltramondano non già, ma di questa nostra Comarca, che vivea nel tempo appunto, che Giambattista Caracciolo, morto nell'anno 1620, Feudatario di un tal borgo, e padre di Giuseppe primo signore di Atena, la ispianò, per fare altri suoi edifizii [...]
Giuseppe Albi-Rosa – L'osservatorio degli Alburni sulla valle di Diano, ossia descrizione istorico-topografica della medesima.”[...]Passato poi tal pese sotto il feudalesimo, la famiglia Sanseverino è stata una delle più nobili dominatrici di esso, ed i Sanseverini furono, che v'ingrandirono un'antichissima Rocca, al mezzo della quale si scorgeva una delle più sontuose torri di Italia. L'altezza di questa torre era smisurata, talché dalla sommità osservavasi la marina di Salerno, 44 miglia distante […] Segue nota (1) ”di questa torre ne fa chiara menzione l'Eterni, il quale ai tempi suoi, la vidde diroccare da un Principe di Atena, che pensò di ingrandirvi l'attuale palazzo del Castello col materiale della demolita fortezza.
Macchiatoli – Diano e l'omonima sua valle - “[…] (Omettiamo di riportare quello che l'Eterni dice dell'alta Torre di Atena) […] In mezzo ad essa, nel luogo detto ancora oggidì castello, s'innalzava una grande torre, che ritenevasi per una delle più belle d'Italia”.
Del resto un chiaro riferimento lo troviamo anche in G. B. Curto nel suo Notizie Storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX dice a pag. 32 “Se non che, durante il medioevo, e quando sursero le famiglia baronali, la Sanseverino che dominò in Atena, cercò di abbattere la rocca quadrata, riducendola a Castello, in mezzo al quale altissima torre rotonda essa famiglia fece costruire, ora distrutta dal tremuoto, rimandodovi le sole vestigia del castello, ridotto ad abitazione.
Quello che appare evidente fin da subito è che tutti gli autori citati riportano quello che solo lo storico Paolo Eterni ha visto o meglio, dice di aver visto.
Oltre agli autori precedentemente citati,
in http://www.icastelli.it/castle-1237560287-castello_di_atena_lucana-it.php
troviamo quanto segue: Nel 1339 Luigi Sanseverino e quindi suo figlio Roberto che fece edificare una torre altissima che secondo la quale si intravedeva la marina di Salerno. Di questo non ne siamo certi ma sta il fatto che di sicuro sia esistita, ne parla anche lo storiografo sanrufese Paolo Eterni, che la vide demolire per opera di Gianbattista Caracciolo per la costruzione dei suoi edifici. Altissima e cilindrica, svettante su Atena per ben 200 anni, è rimasta nei documenti scritti, perduta nel ricordo popolare.”
Le poche notizie reperibili sullo storico
in http://it.wikipedia.org/wiki/San_Pietro_al_Tanagro 
concordano nel dire che Paolo Eterni fosse di San Rufo e del XVII mentre la costruzione di Palazzo Caracciolo (che, detto per inciso è nell'attuale Piazza Vittorio Emanuele e non all'interno delle mura del castello, come erroneamente riportato da Giuseppe Albi Rosa) risale alla fine del XVI secolo, come riportato anche
in http://www.icastelli.it/castle-1237560287-castello_di_atena_lucana-it.php 
Qui si legge: “Nel 1576 prendono possesso della terra di Atena i Caracciolo, marchesi di Brienza, che otterranno nel 1639 il titolo di principe sobra la tierra de Atina. I Caracciolo resteranno principi di Atena fino all'abolizione della feudalità e l'ultima esponente, la principessa Giulia Caracciolo donerà al nipote Luigi Barraco il palazzo costruito dal suo avo Giambattista nel XVI secolo.”
Considerando la particolare gravità dell'evento sismico del 1561 conosciuto, sebbene impropriamente, come “Terremoto del Vallo di Diano” (riportato in M.Bonito - Terra Tremante. Arnaldo Forni Editore-Ristampa anastatica 1980 dell’edizione originale, Napoli , 1691.), credo sia lecito supporre che lo smantellamento del castello operato dal Caracciolo, torre compresa, sia stato più verosimilmente un recuperare e ricollocare opportunamente e diligentemente materiale di un'opera di difesa ormai obsoleta in un luogo ormai inutilmente inaccessibile e, con molta probabilità, già diroccata o comunque seriamente compromessa nella sua stabilità. 
Le notizie fornitemi da Francesco Magnanti riguardo alla venuta alla luce del testo «Descrizione della Valle di Diana, e Castelle ivi poste e loro Signori» di Paolo Eterni, tradotto dal professore Vittorio Bracco come riportato anche in:
http://www.centrostudivallodidiano.it/ViewCategory.aspxcatid=1fe2d72e96d74da5bc79538421d624fc fanno poi risalire la sua scrittura a non prima del 1606, quindi almeno 25 anni dopo il termine dei lavori di costruzione del palazzo, un lasso di tempo abbastanza lungo (e ancor di più 1561-1606) da farmi venire qualche dubbio sulla reale possibilità che l'Eterni abbia visto la torre in tutta la sua altezza. 
Non è questo però il dato storico che vale la pena confutare, bensì quello riguardante l'effettiva altezza della suddetta torre e se fosse mai possibile che dalla sommità osservavasi la marina di Salerno, 44 miglia distante”.
Innanzitutto cominciamo col dire che la distanza in linea d'aria tra Atena Lucana e la zona Salerno- Vietri, calcolata con l'ausilio di un apposito software, risulta essere di circa 71 chilometri, lunghezza che conferma quelle 44 miglia riportate nei testi citati. Infatti, se dividiamo la distanza di 71 chilometri ottenuta con il software per la lunghezza del miglio internazionale, che equivale a 1,609344 chilometri, otteniamo che a separare Atena Lucana dalla marina di Salerno è appunto una distanza di 44,1173546488507 miglia.
Alla luce di questi dati credo sia quantomeno naturale dubitare che, anche potendosi scorgere la marina di Salerno dall'alto di questa torre, ci potesse essere stata la possibilità, ad occhio nudo o con l'ausilio di un qualsiasi strumento ottico conosciuto a quell'epoca, di distinguerla ed identificarla come tale.
Al di là di queste considerazioni sulla possibilità di distinguere chiaramente un oggetto in rapporto alla distanza che lo separa dall'osservatore, considerazioni valide solo quando la visuale non è impedita da alcun ostacolo, è necessario fare altre e ben più scientifiche considerazioni. Tenterò di rendere di più immediata la comprensione dei passaggi del mio ragionamento anche attraverso l'ausilio di alcune immagini e qualche dato altimetrico.
In questa prima immagine si vede una retta che congiunge Atena Lucana a Salerno. In basso a sinistra dell'immagine si legge la distanza in linea d'aria tra i due suddetti punti e che risulta essere pari  a 71 chilometri, ovvero 44 miglia. In questa immagine si vede anche come tale direttrice tra Atena Lucana e la marina di Salerno passi tra i comuni di Castelcivita e Postiglione e come quest'ultimo comune ne sia quasi lambito.


In questa seconda immagine si vedono poi in dettaglio le altezze dei Monti Alburni compresi tra i suddetti comuni e, così come evidenziate dai cerchi rossi, come queste montagne sembrino formare una “barriera” naturale continua tra le località suddette di Castelcivita e Postiglione. Proprio in prossimità di quest'ultimo comune abbiamo le vette più alte e quindi possiamo concludere, con buona approssimazione, che la direttrice tra il castello di Atena e la marina di Salerno, intercetta altitudini intorno ai 1400 metri.


In quest'ultima immagine, ho schematizzato al CAD i dati ottenuti dalla ricerca sul territorio e, sulla scorta di questo schema, ho fatto alcune considerazioni che ritengo di una certa importanza, se non altro per chiarire una volta per tutte la veridicità di quanto detto dai vari autori del passato e fino ai giorni nostri, sull'altissima torre fatta costruire dai Sanseverino. 


  • L'altezza del sito del castello di Atena è di circa 660 metri sul livello del mare (dato reperito dall'aerofotogrammetria del 2004);
  • L'altezza dell'ostacolo visivo, la cima delle montagne, è intorno ai 1400 metri (dato reperito da Google maps)
  • La distanza tra la marina di Salerno (posta a sinistra dello schema ad altitudine zero) ed Atena Lucana (altezza castello posta a destra dello schema, pari a metri 660) è, come già detto, di complessivi 71 chilometri, così divisi: distanza tra Atena e i rilievi montuosi pari a Km 21 e distanza tra i suddetti rilievi e la marina di Salerno, Km 50 (distanza ricavata da Google maps)
Il primo dato su cui bisogna riflettere è la differenza di altitudine tra il sito del castello di Atena, nella sua parte più alta e l'ostacolo rappresentato dalle cime della catena montuosa, ubicate a 21 chilometri da questo ed alte non meno di 1400 metri lungo la direttrice tracciata tra i punti A (Atena Lucana) e B (Salerno). Un osservatore posto ad un'altezza pari a quella dell'oggetto, ovviamente opaco, che gli impedisce la visuale, può vedere oltre l'ostacolo soltanto tutto ciò che è posto in linea retta oltre l'ostacolo e, inutile precisarlo, quello che è posizionato più in alto dell'ostacolo stesso. Quello che invece è posizionato in basso, oltre l'ostacolo rappresentato dalla montagna, è nascosto alla vista dell'osservatore stesso poiché  non è possibile guardarvi attraverso.
In sintesi, un osservatore dalla cima della torre di Atena, anche ammettendo per la stessa l'altezza impossibile di 740 metri (1400-660=740), avrebbe in ogni caso potuto vedere soltanto l'orizzonte oltre gli ostacoli situati tra lui e la marina di Salerno, rappresentati appunto dalle vette degli Alburni. Non avrebbe invece potuto vedere un sito sul mare ubicato 1400 metri più in basso delle vette e ad  "appena" 50 chilometri oltre le montagne.
Per semplificare il concetto, nello schema ho collegato idealmente un punto qualsiasi dello specchio d'acqua antistante Salerno, con una cima degli alburni alta 1400 metri, per poi intercettare con il tratteggio, la verticale che parte dal sito del castello di Atena Lucana.
L'altezza dal suolo del punto d'incontro delle 2 rette è di 1990 metri.
Questa l'altezza minima a cui dovrebbe trovarsi in Atena Lucana, un ipotetico osservatore (con una vista da falchetto), per vedere la marina di Salerno. Sottraendo all'altezza del punto d'intersezione suddetto, quella del sito del castello, otteniamo un'altezza della torre "vista" da Paolo Eterni, non inferiore a 1330 metri, in quanto 1990-660=1330.  
Trovo il dato tanto ridicolo quanto non degno di ulteriori commenti, soprattutto tenendo conto che a quei tempi non era stato ancora inventato né l'ascensore, né il citofono e che non doveva certo avere vita facile la vedetta assegnata alla postazione, il cui compito era principalmente avvertire dell'avvicinarsi di un pericolo. 
Mi dilungo però a riportare, in chiusura, i seguenti dati, realmente attendibili:

  • l'edificio storico più alto, che è il Torrazzo di Cremona, terminato nel 1309 è alto poco più di 112 metri ed ha 502 gradini; 
  • l'edificio attualmente più alto del mondo (costruito non certo con calce e mattoni o pietra) è il Burj Khalifa, un grattacielo terminato nel 2010 a Dubai, negli Emirati Arabi, alto “appena” 828 metri.

Sebbene sia lungi da me l'intenzione di voler screditare o mettere in dubbio minimamente le capacità o la preparazione di questi studiosi in materia più loro che mia, è nondimeno opportuno evidenziare il rischio che si corre a dar credito senza discernimento e a fare da cassa di risonanza con troppa leggerezza a talune notizie "storiche". Nel caso della notizia data da Paolo Eterni, l'averla riportata in vari testi e da vari autori senza alcun discernimento (fatta eccezione per il solo La Cava), ha ovviamente concorso a diffondere, soprattutto tra il popolo atinate, un ulteriore falso storico.

Tutto questo, sempre nella speranza di essere stato di qualche aiuto all'università di Atena.


© Arch. Angelo Sangiovanni
Vietata la riproduzione totale o parziale di immagini e testo contenute in questo post.
 Tutti i diritti riservati 


giovedì 24 gennaio 2013

Un Piano per non dimenticare

Dove vien meno l'interesse, vien meno anche la memoria.
Johann Wolfgang Goethe

Elemento lapideo dell'antica pavimentazione di un vicolo del centro storico di Atena Lucana, rimosso dalla sua sede originaria perché sostituito con gradino in cemento e che, ovviamente, andrà perduto così come gli altri che facevano parte della stessa opera.

E' vitale riconoscere al Piano del Colore (a cui si associa talvolta anche il Piano del Decoro Urbano) e agli studi sulla Toponomastica un'importanza fondamentale, in quanto hanno come obiettivo comune il recupero dell'identità storica e culturale dell'intero territorio comunale, nel caso del Piani, anche attraverso la riqualificazione dell’ambiente costruito.
Il Piano del Colore e quello del Decoro Urbano sono infatti entrambi strumenti che scaturiscono da uno studio il cui scopo è individuare norme tese al recupero dell’immagine della città nel suo complesso, nonché del suo territorio e della sua identità storica e culturale.
Dopo la tabula rasa effettuata con le riparazioni attuate in seguito al Sisma 1980 caratterizzate anche da un uso spropositato dell'intonaco sulle facciate, non solo a coperture di tessiture murarie e rifiniture importanti come documenti storici, ma anche a copertura di epigrafi, steli funerarie, e quant'altro, trovare oggi una regola per decidere in modo serio sul colore da applicare ai fabbricati è quasi impossibile. Specie nella consapevolezza che queste indicazioni debbano essere uno degli elementi costitutivi dell’immagine paesistica dei luoghi, importante strumento di riqualificazione e non un elemento scelto a discrezione del proprietario o del tecnico o permesso dall'ignavia e dal disinteresse delle autorità o degli organi di controllo competenti.
Dare indicazioni riguardo alle tinte da applicare, ai materiali, alle tipologie da utilizzarsi per tutti gli elementi, siano essi funzionali, decorativi o tecnologici (infissi, tabelle, ringhiere, coperture, ecc.) e che riguardano le sistemazioni esterne degli edifici è, non da oggi, tanto urgente quanto non più procrastinabile.
Sia quindi chiaro, per quelli che ancora non sono in grado di distinguere quello che è compito dell'Architettura da quello che concerne la pittura, che le indicazioni fornite nel Piano del Colore hanno lo scopo di tutelare da un lato l’identità storica del fabbricato e dall’altro la percezione visiva del contesto come armonico insieme dell'ambiente costruito e naturale.
Nel caso di Atena, non mi stancherò mai di dirlo, questa identità abbiamo cominciato a perderla trent'anni fa e ancora non abbiamo trovato né la capacità, né la voglia fare qualcosa per recuperarla, che vada oltre l'enunciazione di buoni propositi.
Tornando alla toponomastica, essa rappresenta l'insieme dei nomi delle entità geografiche e lo studio delle stesse attraverso discipline specifiche, come la storia e la linguistica. Concerne la toponomastica, quindi, in primo luogo il censimento dei toponimi del territorio che però non si ferma necessariamente a quelli ancora reperibili sulle cartografie in uso, ma può estendersi anche alla consultazione di registri storici e antiche planimetrie o anche, quando ancora possibile, della memoria degli anziani. In questo caso però è maggiore il rischio di ottenere non il nome originario in una lingua antica, magari di un popolo che ha dominato o anche solo stanziato per qualche tempo nell'area, ma talvolta una sua storpiatura dialettale.
In questo caso si parla di toponomastica storica che ancor più di quella che potremmo definire “generale”, cerca di collegare il toponimo del luogo con l'individuazione del suo originario significato: pizzoddi, aria favata, ruddu, siddittu, 'a rinazza, macirrina, , nel parlato hanno preso il posto di Pezzolle, Aia favata, Rullo, Sellitto, Arenaccia, Macerrina, ad esempio.
Alla luce di ciò, è evidente che non è sempre facile collegare il nome al luogo e talvolta ancor meno collegare il nome al suo significato, poiché spesso queste storpiature dialettali tendono a cambiare il toponimo fin quasi a renderlo irriconoscibile. In questo caso la ricerca storica dei toponimi non più in uso da tempo e quindi dimenticati anche dalla tradizione orale, effettuata da catasti storici, archivi parrocchiali e comunali o anche attraverso diari o atti notarili non sono sufficienti a ricollegare il luogo e il suo antico toponimo.
Fare delle supposizione è tanto lecito quanto arrischiato e questo anche quando l'evidenza sembra lampante. Nella sfera della congettura, seppur confortata dalla logica e dal ritrovamento storico, va anche quanto riporto di seguito, in parte già pubblicato sul mio profilo Fb e che rappresenta solo un assaggio degli studi sui toponimi e tanto altro, iniziati con l'intento di recuperare il recuperabile della nostra storia.

Macerrina:
(Credo in origine macerina, pl. macerine e macherina in Regesti della Certosa di Padula -dal 1070 al 1400- al numero 933)
Vi sono degli scavi più o meno profondi fatti nel terreno, in collina ove son delle polle, o scaturigini d'acqua, e nelle pianura nei campi situati in vicinanza degli argini dei fiumi, e queste pozze son dette macerine, per l'uso a cui le destinano. Distendono, e ricoprono con un primo strato di manne (mazzi di canapa o lino n.d.r.) il fondo della macerina, dopo con un secondo, e così di seguito fino a che la macerina stessa è ripiena di canapa, e se l'ultimo strato di essa non fosse ricoperta bene dall'acqua, lo caricano con pietre, onde compressa da questo peso, venga ad esser dominata tutta dal liquido".
Non a caso la Macerrina è un'area pianeggiante compresa tra il fiume Tanagro e la Ferrovia Sicignano-Lagonegro ed è quindi quanto meno probabile che in questo luogo fossero presenti le apposite fosse realizzate per la macerazione di questi mazzi di canapa per ottenere la separazione delle fibre dal fusto.
Del resto la coltivazione di canapa nel Vallo di Diano è documentata e al museo di Teggiano è conservato un antico telaio per tessere la tela, insieme ad una gramola per la canapa, ai dipanatoi, ai filatoi ed altri attrezzi della vita contadina.
Anche sul sito del comune di Polla si fa riferimento a questa coltivazione attuata in località Fontana del Praticello. In proposito si legge: “Questa fontana raccoglie le acque che defluiscono dalla Foresta, attraverso un vallone. Nel corso del 1890 il Comune deliberò la costruzione, sul posto, di un abbeveratoio così grande da servire per bagno delle pecore prima della tosa e di una vasca da servire alla macerazione del lino e della canapa, nonché di un lavatoio. Oggi sul posto c'è una nuova vasca, costruita da qualche anno per comodità dei contadini. Le acque, uscite da essa, raggiungono il Tanagro che scorre a circa 30 metri più giù.

Scafa:
(il toponimo ha conservato il suo nome originario)
Dal vocabolario Treccani:
scafa
[scà-fa]
s.f.
ST Presso gli antichi Romani, battello a remi usato nella navigazione fluviale per i collegamenti tra la costa e le navi. Nel Seicento e Settecento, battello leggero, a remi o a vela, al servizio di un'unità maggiore. pegg.
A proposito della scafa di proprietà di Giuseppe Caracciolo ho già avuto modo di parlarne nel mio precedente scritto su “i mangia signuri ri Atena”. Lo riporto per comodità: "L'universitù chiese, segnala il Cassandro, <<che il feudatario [...] non pretenda di riscuotere un fitto annuo di 50 ducati per la scafa che possiede sul fiume pubblico (Chiarisce V. Bracco che in qual tempo non vi era il ponte sul Tanagro che <<da sotto Atena taglia il Vallo e sbocca a San Marzano, per cui si era obbligati a servirsi della "scafa" del principe su cui si pagava il pedaggio, per cui "si aveva un ponte in meno e una speculazione in più>>).
L'area della Scafa è infatti anch'essa dei pressi del Tanagro, sulla sponda opposta a quella nei possedimenti del comune di Sant'Arsenio, di cui fa parte anche la frazione di San Marzano.

Serrone:
(il toponimo ha conservato il suo nome originario)

"Pel fabbricato Atena si può dividere in due parti; una che sta a cavaliere del colle, ed è approssimativamente l'Atena medievale; e l'altra che potrebbe dirsi l'Atena moderna, costituisce il borgo, che dal colle si estende al piano"
da Istoria di Atena Lucana del Dottore Michele La Cava.

"In quanto a quest'ultima (si riferisce ad Atena n.d.r.), per la quale solamente ascriviamo, prescelsero quell'alta collina che guarda a mezzogiorno la valle di Diano, in piedi alla quale collina dovettero essi costruire un grosso muro di cinta alla medesima, del quale si sono trovati gli avanzi alla parte di mezzogiorno, e di ponente sotto Atena, ed in diversi luoghi: al Serrone di San Cipriano per estensione di metri 313; a San Vito in mezzo al Petto per una lunghezza di metri 150; da questo S. Vito al ciglio del Vallone Arenaccia altri metri 350, sempre in pezzi distaccati. Questo muro costituiva una cinta semi-ellissoidale della lunghezza di un 2000 metri: La muraglia era grossa tre metri, composta di massi grossissimi divelti da quel suolo calcareo, e si giudica esserne stata la costruzione della prima epoca pelasgica atteso la rozzezza dei massi, senza arte alcuna di faccettazione, accatastati l'uno sull'altro, e senza cemento."
da Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX di Avv. Giov. Battista Curto , Tipografia De Marsico 1901

Del periodo <<Enotrio>> (inizi V e VI sec. a.C.) bisognerebbe orientarsi anche per le mura <<Ciclopiche>> di Atena, , la cinta murale megalitica preromana distanziata dall'acropoli e formata da grossi e rozzi massi accatastati senza cementazione, di cui a fino '800 restavano tracce per più di 800 metri, […] a tratti discontinui su una linea semiellissoidale di circa due chilometrida ovest, porta d'Aquila, ad est, collina del Serrone. Oggi ne è visibile l'unico tratto rimasto […] di circa 100 metri in quanto c'è stata nel '70 la scomparsa di circa 200 metri della cinta sotto materiale di sterro per i lavori della superstrada per Taranto, e nell'82-83 il dissesto del tratto superstite e per i lavori di riforestazione e per il passaggio di un acquedotto. Sarebbe necessario da parte di Enti pubblici e privati l'impegno a collaborare con la Soprintendenza, avvisando in tempo dei lavori programmati e in atto, e sarebbe utile realizzare una stradina di accesso alle mura che, nell'attesa di essere valorizzate, chiedono di restare almeno dove e come sono. […] Ma dove risalivano ad est le possenti mura? Osservando la zona, pur nel dissesto del terreno, si notano tracce di massi del paramento esterno e più labili dall'interno allineati sulla scarpata affacciata sul vallone Caravallo […] e se ne deduce che il circuito murale non doveva dal Serrone << girare bruscamente ad est>> come afferma G. De Henry sulla base di studiosi dell'800, ma continuare verso est per discendere e risalire nel vallone, come ad ovest in quello del Masciaro. La stessa collina del Serrone ha rivelato, dal terreno sconvolto dai lavori, una gran quantità di pietre di grosse , medie, piccole dimensioni e lascia supporre che l'altura, nel suo vertice a montarozzo, ricopra una antica struttura che potrebbe rivelare il corpo stesso della fortificazione. Sarebbero interessanti scavi sistematici nella zona per fare chiarezza sulle mura preromane di Atena e sulla stessa cittadella (enotria?) che probabilmente circuivano. [...]
da Atena antica di Elena D'Alto, Pietro La Veglia Editore 1985

Riporto di seguito l'etimologia del termine borgo ed in particolare trovo interessante:
  1. Borgo che poteva indicare anche "luogo fortificato" e non solo "abitato fuori le mura"
  2. "Gos" il cui significato fondamentale è serrare e quindi chiudere, compito di una cinta muraria a difesa di un luogo. Serrone è il toponimo del luogo in erano state innalzate una parte delle mura ciclopiche.
Risalire alle motivazioni del nome del luogo è importante per capirne la storia, ma mi rendo conto, a distanza di anni e delle tante parole spese su questo argomento, che anche la Dottoressa Elena D'Alto, scomparsa qualche anno fa, è stata già in vita dimenticata, così come i suoi ritrovamenti archeologici, da quegli Enti pubblici e quei privati a cui chiedeva aiuto nel lontano 1985, perché le vestigia della nostra storia non andassero perdute.
Sarei curioso di sapere quanti ragazzi di Atena, conoscono ora l'ubicazione di questi pochi toponimi citati e dei tanti altri ancora oggetto di studio da parte mia e di pochi amici che condividono con me la passione per lo studio della nostra storia. Vorrei sapere poi quanti leggono queste righe con interesse e la dovuta attenzione e quanti tra questi si sentono smuovere qualcosa dentro e vorrebbero dare il loro contributo a queste ricerche, portate avanti prima indipendentemente e da oltre un anno ormai in forma corale, sempre e rigorosamente senza alcun finanziamento o compenso o pubblico riconoscimento, ma solo per amore della propria terra. 
© Arch. Angelo Sangiovanni
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giovedì 16 agosto 2012

Atena Lucana tra storia e leggenda (metropolitana)


Le convinzioni profonde sono nemiche più pericolose
della verità, che non le menzogne (F. Nietsche)



Atena Lucana, "più o meno medioevo": Prima Edizione della manifestazione "I piatti poveri"




"E se non avessimo altro che la sola raccolta delle poco men, che innumerevoli iscrizioni che si leggean un tempo nei marmi, tra per l'incuria, il poco senno della gente ignorante rotti, e fracassati, e per la lunghezza del tempo corrosi forse molte cose sapremmo delle Atenesi antichitadi, che ignorate ci sono. Ma giacché nostro malgrado, ci siam imbattuti in tempi, in cui ci è di necessità camminar a tentoni...[...]
Troyli - Istoria Generale del Reame di Napoli, Tomo 1°, parte 2°, pag 163 (in Istoria di Atena Lucana" del Dottore Michele La Cava.

Leggendo querste poche righe ci si rende conto che già alla fine del 1800 si ritenne necessario sottolineare l'incuria e il disinteresse degli atinati per la loro stessa storia. Un tentativo di recupero di quanto non andato ancora perduto a causa di questa secolare incuria è quindi, oggi più di allora, impresa ardua. Gestire poi con faciloneria e senza competenza alcuna, notizie che affondano le loro origini si nella leggenda ma in quella metropolitana (cioè alla chiacchiere per sentito dire e senza alcun documento storico a supporto), induce inevitabilmente a formulare ipotesi a dir poco fantasiose, che sfociano in ricostruzioni improbabili e fuorvianti. 
Uno scambio di opinioni, a tratti anche un po' vivace, avuto in queste sere d'estate con una mia compaesana sulle supposte e reali origini del nomignolo di mangiasignori mi ha indotto, dopo anni di inutili tentativi di spiegare le ragioni dell'infondatezza di tale credenza popolare, a mettere per iscritto la mia opinione sulle sue origine e le motivazioni del mio convincimento che quanto noi atinati raccontiamo e ci raccontiamo da decenni, non senza un certo orgoglio (giustificato), non sia riportato con precisione di eventi e collocazione storica. 
Spero con questo breve scritto di contribuire a fare chiarezza su questa annosa vicenda. 



Iniziamo col dire che nei dizionari di lingua italiana, il termine “mangiasignori” non lo si trova.
Nondimeno esiste un termine simile che fa riferimento non ai nobili bensì ai prelati.
Il termine è “mangiapreti” e, a differenza del mangiasignori, lo si trova agevolmente nei suddetti dizionari. Per brevità riporto il significato del termine facendo riferimento soltanto a due tra i più autorevoli e cioè il Sabatini Coletti e lo Zanichelli.

Nel primo si legge:

mangiapreti
[man-gia-prè-ti] s.m. e f. inv.
    Persona intollerante e maldicente nei riguardi dei preti; anticlericale convinto e dichiarato
    a. 1881

Il secondo analogamente, riporta:

mangiapreti
[man-gia-prè-ti] aggettivo, nome maschile e nome femminile invariabile

si dice di chi non ama i preti e i religiosi in genere.




Mangiapreti sono ad esempio detti i Romagnoli ed i comunisti in genere.
Almeno quelli di una volta e non tutti ovviamente; si dice che i buongustai mangiassero solo i bambini.
Del resto, chi non ricorda le divertenti storie di Peppone e Don Camillo, i personaggi nati dalla penna di Guareschi e interpretati sullo schermo da Fernandel e Gino Cervi?
Entrambi i termini li troviamo insieme in questo passo di "Nuove storie d'ogni colore" di Emilio de Marchi "Quando si dicono le combinazioni! Rostagna era da cinque anni il tirannello del mandamento, un radicale rosso anche lui come il suo villano, un mangiapreti e un mangiasignori in insalata. Eletto coll'aiuto materiale e morale degli osti e dei mediatori di vitelli, spadroneggiava i comuni a dispetto dei padroni e delle autorità, che dovevano sopportare la sua prepotenza, voglio dire la sua influenza sui ministeri."
Quindi, nel nostro caso specifico, sostituendo il signore al prete, possiamo tranquillamente affermare che un mangiasignori è persona che non ama la nobiltà. Quindi per mangia signori non è necessariamente da intendersi uno che mangia letteralmente un altro essere umano, benché di nobili origini, ma anche e più realisticamente una persona che, più semplicemente e più realisticamente, non ama la nobiltà in genere e che in un determinato periodo storico o anche in più di uno, ha manifestato palesemente questa sua avversione verso la nobiltà del tempo, magari arrivando ad azioni non proprio eclatanti  e poco credibili come un atto di cannibalismo, ma una vera e propria rivolta, si. Azione che ragionevolmente sarebbe potuta bastare a far meritare ai nostri antenati il nomignolo.
L'accezione data al termine nella nostra lingua, unitamente al buon senso e ad un minimo di ricerca storica ispirata dall'interesse per il recupero della vera storia della nostra comunità, pone quindi sotto una luce diversa il soprannome affibbiato in passato agli atinati. Dare agli abitanti di un paese un soprannome era del resto prassi comune, così come testimoniato dal fatto che non solo gli atinati ma gli abitanti di tutti i paesi del Vallo di Diano nel passato hanno avuto un soprannome; gli abitanti di Teggiano, ad esempio, è noto che sono i "zomba fuossi ri Rianu".
Nel passato si è detto, ma con precisione quando?
Molti atinati (se non tutti) sono convinti che questo ingombrante nomignolo ci sia stato affibbiato addirittura nel medioevo, in un periodo non ben specificato, quando un non ben specificato signore avrebbe preteso di esercitare lo jus primae noctis ai danni di una non ben specificata fanciulla andata in sposa ad un non ben specificato giovane che riesce a sollevare l'intera popolazione contro questo nobile prepotente. Gli atinati raccontano che la popolazione in rivolta abbia avuto la meglio sugli armigeri del nobile e che questo alla fine sia stato non solo linciato dalla folla in delirio ma addirittura mangiato. Cotto o crudo la “leggenda” non lo dice.
A pensarci bene, non dice nemmeno perché i parenti del malcapitato non abbiano organizzato nessuna azione punitiva contro i rivoltosi e che si siano fatti sbranare un consanguineo senza battere ciglio (o almeno farsi dare la ricetta).
A pensarci meglio, non dice nemmeno perché in un'epoca dove si finiva sul rogo per molto meno, nemmeno la Chiesa abbia agito contro questi figli di Satana che si erano macchiati di un tale abominio.
Certo, a giustificazione di queste lacune nel racconto, si potrebbe asserire che si parla pur sempre di una leggenda e questa, in quanto tale, non può e non deve essere credibile, altrimenti finirebbe di essere leggenda per diventare storia. C'è anche da dire però che una vicenda troppo lacunosa e con troppe contraddizioni al suo interno, finisce per essere troppo poco credibile anche come leggenda, benché tanto lontana nel tempo perché "medievale". E si, perché sempre a voler fare una ricerca seria sul nostro passato e trovare le radici di questo racconto, si dovrebbe innanzitutto riflettere sul fatto che il medioevo è un periodo storico la cui individuazione temporale è piuttosto controversa e che ha un suo inizio e fine diverso da paese a paese e con riferimento a diversi eventi storici. Per alcuni ha inizio con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, quindi nel 476, per altri nell'anno 1000, ma per tutti finisce con l'età moderna e quindi o con la riconquista di Granada o con la scoperta dell'America o con il Rinascimento (e quindi, a Firenze ad esempio, in Architettura con Brunelleschi e in pittura con Masaccio e Donatello).
In sintesi, non tutti gli storici sono concordi nell'individuare con precisione l'evento storico che segna l'inizio e la fine del periodo detto dei secoli bui e ancor meno una data precisa, tanto è vero che l'anno 1000 per alcuni è solo un riferimento temporale per segnare il passaggio tra alto e basso medioevo. Potremmo dire, per non far torto a nessuno, che con medioevo si indica il periodo piuttosto lungo e che si protrae dal V al XV secolo dopo Cristo e che per comodità di studio questo periodo può essere diviso tra alto medioevo e basso medioevo, racchiudendo il primo periodo storico dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente all'anno 1000 e il secondo tra l'anno 1000 e il 1492, anno della scoperta dell'America.
Tornando a noi, cioè agli atinati, ad onor del vero dobbiamo dire anche che vari autori locali hanno scritto la nostra storia, autori i cui scritti godono ancora oggi di credibilità: il Dott. Michele La Cava che nel 1893 pubblicò un suo scritto dal titolo “Istoria di Atena Lucana”, l'Avv. Giovan Battista Curto che nel 1901 pubblicò il suo “Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX”, la Dott. Elena D'Alto che pubblicò nel 1985 il suo “Atena antica”. Insieme a questi anche altri hanno condotto ricerche e studi facendo sovente riferimento anche ad Atena Lucana. Uno fra tutti il Prof. Vittorio Bracco.
Grazie agli studi condotti dai citati illustri autori e di altri, sappiano alcune cose di Atena. Alcune più certe di altre. Del periodo medievale ad esempio sappiamo con certezza, grazie anche a 3 pergamene del tempo, conservate alla Badia di Cava e che risalgono una al 1100, un'altra al 1141 e la terza al 1231. Nella prima risulta Raone, signore del castrum di Athana, mentre dalla seconda si apprende che in età normanna feudataria è la contessa Giuliana, signora del castello di Atana. Siamo quindi nel periodo del Regno di Ruggiero di Altavilla. In una donazione del 1231, sotto il regno di Federico II e perciò in età sveva, feudatario è Filippo de Arcurio, signore del castello di Atina. Alla fine del 1200, col dominio angioino troviamo i De Rocca con Giovanni, poi , con il titolo di duca, Guglielmo il fratello e il figlio Guidone. Nel 1345 Atena passa sotto i principi Sanseverino di Salerno, nel 1339 a Luigi e poi da questi al figlio Roberto, il costruttore della leggendaria torre cilindrica del castello, dall'alto della quale si racconta si vedesse lo stesso Golfo di Salerno.
Tornando alla storia, nel 1474 è Antonello Sanseverino, principe di Salerno, promotore nel 1485 della congiura dei Baroni, feudatario di Atena e naturalmente anche Atena fu coinvolta in detta congiura. Atena rimase possedimento dei Sanseverino fino al 1507, quando a Ferrante furono confiscati tutti i beni e possedimenti per essere messi all'asta, dove furono acquistati dal principe di Stigliano.
Nel 1571 Ippolita Filomarino moglie di Marco Antonio Caracciolo, marchese di Brienza, acquistò Atena dal conte di Morcone ma solo alla morte dei coniugi il figlio Giovanni Caracciolo potè ricostituire il feudo nella sua integrità.
Giovanni governò Atena per molto tempo ma non lo fece in modo oculato, tanto nel curare i suoi stessi interessi quanto quelli dei suoi vassalli e fu proprio sotto il suo governo che gli abitanti di Atena iniziarono una serie di controversie che durarono a lungo. Il figlio ed erede Giacomo non riuscì a restituire alla madre Diana Caracciolo la dote e fu costretto a cedere a questa, in cambio della somma dovuta, la terra di Atena che fu poi ceduta al figlio Giuseppe che ricevette il titolo di principe sobra la tierra de Atina. I Caracciolo manterranno il titolo di principi di Atena fino all'abolizione della feudalità. L'ultima discendente, la principessa Giulia Caracciolo donerà al nipote Luigi Barraco il palazzo costruito dal suo avo Giambattista nel XVI secolo, anche con le pietre ricavate dalla demolizione della leggendaria torre cilindrica del castello fatta costruire da Roberto Sanseverino.
Ai fini del nostro lavoro, possiamo tranquillamente fermarci qui.
Il periodo storico velocemente ripercorso, compreso tra il 1000 e il 1639 e oltre è, come visto, ben documentato dagli autori del tempo, eppure nessuno di essi  o di epoche successive, fino ai giorni nostri e quindi compresi gli autori locali già citati, riporta un qualsiasi riferimento ad una ipotetica sommossa popolare legata a questioni d'onore con tanto di assalto al castello, espugnazione e all'annientamento della sua guarnigione, cattura del principe, linciaggio e “fiero pasto” finale. Questo silenzio di storici antichi e contemporanei sulla supposta rivolta in epoca medievale avrebbe dovuto essere in tutti questi anni un motivo di attenta riflessione per gli atinati o quanto meno avrebbe dovuto far balenare in loro un dubbio sulla fondatezza delle origini della leggenda e delle vere cause che gli ha fatto meritare l'appellativo di mangia signori. E invece no, a dispetto dell'assenza di ogni riscontro storico sul supposto linciaggio o sull'assalto al castello in epoca medievale, gli atinati si ostinano a raccontarsi questa storiella e molti con la convinzione incrollabile (da qui la citazione iniziale di Nietsche), che questa leggenda abbia un fondamento nella realtà, un episodio realmente accaduto nel medioevo, semmai un po' romanzato, ma sostanzialmente "vero".
In realtà, a mio modesto parere, niente è più falso e la leggenda è soltanto una leggenda metropolitana.
Prima di entrare nel vivo del fatto storico, è necessario aprire ancora una breve parentesi per tracciare la netta e importante linea di confine che esiste tra leggenda in senso stretto e leggenda metropolitana, tralasciando per ora la più complessa differenza tra leggenda, leggenda metropolitana e mito. In parole semplici, la leggenda è un tipo di racconto che fa parte del patrimonio culturale di tutti i popoli, appartiene alla tradizione orale e mescola elementi reali ed elementi di pura fantasia. Di contro la leggenda metropolitana è un genere di racconto contemporaneo, che consiste in storie insolite o incredibili tramandate oralmente che acquisiscono una certa ed usurpata credibilità a causa della loro veloce diffusione dovuta solo ad una cassa di risonanza molto potente fatta di gente credulona e priva di ogni senso critico e che può variare dal gruppetto davanti al bar al link su internet, ad esempio. Diventa vera perché qualcuno lo ha detto ma non si ricorda più chi, quindi niente si può dire sull'attendibilità della fonte ma se tanti la ripetono, allora deve essere per forza vera, perché vox populi. Questo, sempre a mio modesto parere, è quanto è successo ad Atena Lucana non nel medioevo ma molto più realisticamente sul finire degli anni '70, quando un gruppo di giovani di allora, tra cui la già citata Dottoressa Elena D'Alto, un po' per gioco, un po' per amore verso il teatro, un po' perché allora i ragazzi si riunivano anche per fare cultura e non solo per giocare a pallone o a carte, mise in scena nella piazza del paese un simpatico spettacolo che tra gags e canzoni più o meno tradizionali, operò una ricostruzione, a tratti fantasiosa, della storia di Atena Lucana. La parte più fantasiosa ebbe il pregio o la colpa di creare una storiella che prendeva spunto da un fatto realmente accaduto e cioè una non ben definita rivolta popolare degli atinati verso un signorotto locale. Questa storia si tramandava oralmente tra gli abitanti da generazioni e si credeva antichissima. Ancora oggi, altrettanto erroneamente, si crede alle sue origini medievali ma, come vedremo in seguito, in realtà è molto meno antica  di quanto si è creduto si creda ancora. E' probabile che questi volenterosi ragazzi, non avendo notizie certe sul motivo e la datazione dell'evento o forse anche per ragioni squisitamente teatrali, romanzarono l'evento forse anche nell'intento di renderlo più accattivante e, arbitrariamente l'ambientarono nel medioevo confezionandoci intorno anche una causa scatenante "storicamente plausibile", lo jus primae noctis, appunto.
Premesso che la rivolta a cui gli atinati fanno vagamente riferimento nella loro leggenda c'è veramente stata e che è anche ben documentata, come dirò in seguito, tralasciamo ancora per un po' la sua narrazione, perché  al momento si rende necessaria un'ulteriore breve quanto istruttiva divagazione su cosa sia stato lo jus primae noctis e se quanto detto intorno a questo sia attendibile o meno. Ancora una volta per far luce sulla situazione occorre fare una ricerca. Una ricerca su internet è sufficiente a documentarsi su tale supposta pratica medievale e a chiarirsi le idee su di essa ed il suo supposto uso. Innanzitutto cominciamo col dire che l'espressione jus primae noctis viene dal latino e che letteralmente significa diritto della prima notte. Il diritto di cui sopra avrebbe indicato la libera facoltà del signore feudale di trascorrere, in occasione del matrimonio dei suoi servi, la prima notte di nozze con la sposa. In realtà dalla ricerca risulta chiaro che non esistono testimonianze della diffusione di questo diritto nel medioevo, in tutta l'area europea. I documenti del passato pervenutici e debitamente studiati da storici ed antropologi ci ha permesso di conoscere in modo approfondito la legislazione dei Regni di allora ed in nessuno di essi vi è traccia dello jus primae noctis, né vi è alcun riferimento nella legislazione longobarda a qualcosa di somigliante a questo. Lo stesso dicasi per la legislazione carolingia e dei regni successivi e per quella del Sacro Romano Impero e dei Comuni. In conclusione nelle fonti storiche non ne sono rintracciabili direttive né da parte delle autorità laiche, né da parte di quelle ecclesiastiche e questa assenza di seppur minimi riferimenti ha portato a concludere la maggior parte degli storici contemporanei che lo jus primae noctis sia una leggenda sviluppatosi a partire dall'illuminismo. In ogni caso e questo chiude definitivamente la questione, oltre all'assenza di riferimenti legislativi ufficiali civili o ecclesiastici, nel medioevo vi furono talvolta rivolte dei contadini in occasione delle quali venivano redatte in forma scritta richieste e lamentele dei rivoltosi e in nessuno di questi testi risulta che siano mai state trovati accenni allo jus primae noctis, né a soprusi sessuali d'altro genere. Questo ci porta a fare ancora un piccolo passo avanti nella nostra ricostruzione e cioè che è opinione della maggior parte degli studiosi che lo jus primae noctis non sia mai esistito e che si sia semplicemente scambiato il maritagium per un riscatto di un antico diritto reale del signore sugli sponsali mentre in realtà si trattava di un diritto che gravava sui beni, non sulle persone. In campo religioso, lo jus suddetto deve essere identificato poi con la pratica degli sponsali, al termine della cerimonia laica, di farsi dare una benedizione speciale dal sacerdote e nell'astenersi la prima notte di nozze da rapporti sessuali, in rispetto di essa. E con questo, anche quanto detto sullo jus primae noctis ai fini dei questa breve disquisizione, può bastare e possiamo finalmente riportare l'evento a cui la leggenda fa realmente riferimento, la rivolta del 1647-48.
Per un'esposizione più chiara e per una maggiore fedeltà storica all'evento, trascrivo pari pari quanto riportato da Francesco Paternoster nel suo “I feudatari di Brienza”.
La crisi economica e la rivoluzione del 1647-48 si risentirono e ripercossero vivamente anche a Brienza, Pietrafesa, Atena e Sasso, nei paesi cioè facenti parte del Feudo Caracciolo, dove le misere popolazioni di pastori, fittaiuoli, braccianti e modesti contadini gravati da censi e tributi vari, divenute ormai più intolleranti, irrequiete e ribelli, insorsero, tentando per la prima volta di spezzare il giogo cui da tanti secoli erano sottomesse di reclamare diritti mai loro riconosciuti e concessi, di liberarsi del gravoso peso di tanti tributi, vincoli e divieti che le costringeva ad una vita priva di libertà, misera, piena di ingiustizie. E non solo il popolo si sollevò, bensì anche l'università e il clero, l'una per riottenere il demanio dell'università usurpato, l'altro per difendere il patrimonio delle Cappelle e dei monti di pietà.
E le popolazioni di Atena, Brienza, Pietrafesa e Sasso parteciparono sì apertamente e attivamente ai moti popolari, da far fallire completamente il tentsativo del duca di Martina di creare un centro controrivoluzionario proprio attorno al feudo dei Caracciolo di Brienza, nel territorio di Marsicovetere, ove crollava anche la resistenza del Principe Salvatore Caracciolo, permettendo agli insorti di unirsi a quelli di Marsiconuovo, che era insorta ai primi di Agosto, accogliendo le forze popolari guidate da Vincenzo Pastena.
Da Atena partì pure per Napoli una delegazione di undici persone per presentare 43 <<capi di gravame>> contro il barone; ma non riuscì ad entrare nella città.
I cittadini intanto si rifiutarono di pagare i canoni e assalirono finanche il palazzo del feudatario di Atena.
Ma anche a Brienza, Pietrafesa e Sasso i rivoltosi <<durarono ostinatamente nella loro perfidia>>, e fino a quando nel maggio 1648 non tornò nel feudo con quattrocento soldati Giuseppe Caracciolo, principe di Atena, che, <<tenendo vassalli sotto il terrore per 18 giorni>> rimise l'ordine nelle sue terre, <<con dare aspro castigamento a coloro che avevano fallato>>
Ma questa dura rappresaglia non impedì tuttavia ai ribelli dell'autorità regia del feudo, qualificati <<briganti>>, capeggiati da G.B. Di S. Arsiero e certo notaio Fabio Pessolano di Atena, di riunirsi alle bande del famoso Tittariello che nell'agosto 1648 entrarono in Sala e i <<massacrarono parecchi cittadini fedeli a Spagna>>, e successivamente, il 15 agosto, si scontrarono ad Atena colle truppe inviate dal Vicerè sotto il comando di Scipione Monforte e dell'Uditore di Salerno Giovenco”
La rivolta capeggiata a Napoli da Tommaso Aniello (conosciuto poi come Masaniello), nel principato fu invece capeggiata da Ippolito di Pastina (il masaniello napoletano), mentre il fratello Vincenzo capeggiò quella nel Vallo di Diano. Ebner racconta di palazzi assaltati, portoni divelti e sgherri uccisi con la testa mozzata, come quelli del signore di Camerota, a cui fu inviato anche il macabro trofeo a Napoli, dove si era rifuggiato. Sempre Ebner narra della sorte toccata al sanguinario barone di Casalicchio, (l'antico nome di Casalvelino) Giovan Battista Bonito che il 23 luglio 1647 fu squartato e fastto a pezzi su un ceppo da macellaio, da parte della folla inferocita. 
Anche in questo caso però non c'è notizia di "fiero pasto".
Quello che invece si sa è che Vincenzo non riuscì a sobillare le popolazioni del Vallo di Diano e che solo la popolazione di Atena ebbe l'ardire di pretendere il ridimensionamento delle esose prerogative arrogatesi dal principe Caracciolo. 
Riporto fedelmente quanto contenuto nel libro di Ebner: " L'universitù chiese, segnala il Cassandro, << che il feudatario paghi, come non ha mai fatto, la bonatenenza per la quale deve 15000 ducati; lasci la portulania che ha usurpato da anni; non pretenda di riscuotere un fitto annuo di 50 ducati per la scafa che possiede sul fiume pubblico (Chiarisce V. Bracco che in qual tempo non vi era il ponte sul Tanagro che <<da sotto Atena taglia il Vallo e sbocca a San Marzano, per cui si era obbligati a servirsi della "scafa" del principe su cui si pagava il pedaggio, per cui "si aveva un ponte in meno e una speculazione in più>>); cessi di arrogarsi il dominio della bagliva; restituisca all'università i territori demaniali usurpati; non faccia pascolare nel demanio le sue bestie; che vieti che i provati difendano le loro terre demaniali dissodate e coltivate dai cittadini. Il 16 dicembre le predette richieste all'università vennero accolte e il principe promise allo stesso vicerè di attenervisi. Ma rientrato ad Atena, alla testa di 400 sgherri, dopo aver ascoltato, compunto, persino il Te Deum nella chiesa, sguinzagliò la soldatesca avida di bottino sugli inermi abitanti che il feudatario marchiò come "ribelli cani". Né il furore vendicativo del principe si attenuò per l'intercessione di pd Ambrogio Pantoliano, il quale da Polla, si era recato appositamente ad Atena. Il povero frate venne svilaneggiato e deriso dal principe e dai suoi, come ricorda il Capecelatro. [...] Il 20 Giugno 1656 scoppiò la peste[...]Il principato che, come si è detto era molto più vasto dell'odierna provincia di Salerno, fu decimato [...] V. Bracco ricorda la morte a Napoli per peste (26 agosto 1656) del crudele Giuseppe Caracciolo, creato principe di Atena (v.) l'8 ottobre 1636, il quale nel 1651 aveva ereditasto dal fratello il marchesato di Brienza e feudi minori e anche Sasso e Pietrafesa [...].
Che cosa si apprende d'interessante da questo scritto del Paternoster (confermate da quello di Ebner)

  1. che prima del 1648 non ci sono rivolte documentate degli atinati contro nobili del posto.  
  2. che la rivolta nasce per ingiustizie che poco hanno a che fare con questioni di camere da letto ma molto di più per questioni di sale da pranzo 
  3. che, epilogo scontato, il nobile di turno sopravvissuto alla cittadinanza in rivolta, ovviamente torna con un numero adeguato di sgherri per punire i rivoltosi. Se non fosse sopravvissuto, è logico supporre che sarebbero stati sicuramente i suoi parenti a farlo ed in modo molto più duro. 
A maggiore conferma di quanto asserito al punto 1,  riporto testualmente anche quanto scritto nel libro "Il viceregno di Napoli nel sec: XVII" di Giuseppe Coniglio. A pag. 19 del suddetto testo, si legge: " Non bisogna però dedurre che tutti i nobili fossero manutengoli dei banditi e depredassero i cittadini, vessandoli in tutti i modi. Certo vi furono soprusi ed abusi vari, ma probabilmente né più né meno di quanto avviene ovunque l'autorità centrale non sia forte. Valga l'esempio di Atena Lucana ove, in alcuni secoli di feudalesimo, il dominio di un solo feudatario può essere giudicato una <<triste parentesi>>, quello di Giuseppe Caracciolo, mentre con i suoi predecessori e successori i rapporti si mantennero su <<un terreno meramente patrimoniale>> (nota 26 che rimanda a  - Cassandro, Storia di una terra cit. pag. 92)  

Soprattutto però si evince che l'antica leggenda non è poi così antica e che a renderla tale è stata il disinteresse per la ricerca delle sue vere origini e ragioni, cosa che l'ha trasformata in leggenda metropolitana, più che in leggenda in senso stretto. Interessante notare come un episodio simile a quello che la leggenda (ormai acclarata come metropolitana) vuole accaduto ad Atena a danno del suo principe, in realtà pare accaduto realmente a Casalvelino a danno del principe di quella terra, Giovan Battista Bonito, ma ancora una volta durante i moti del 1648 e non in epoca medievale e, cosa fondamentale, senza atti di cannibalismo.
Del resto, come ho avuto modo di dire in più occasioni, se proprio vogliamo trovare per forza una collocazione antica e una ragione fantastica all'ingombrante nomignolo, perché non rifarci addirittura ad un eroe mitologico? Abbiamo un legame "storico", sebbene anch'esso molto controverso e sotto alcuni aspetti discutibile, con Atteone, tanto che sullo stemma del comune questi compare come cervo sbranato dai cani, così come racconta la leggenda, poi ripresa anche da "Le metamorfosi" di Ovidio. Bene, allora partiamo da questo e "ricamiamoci" sopra. Vi assicuro che Atteone sbranato dai cani è una leggenda molto più "credibile" di quella del signorotto sbranato dalla popolazione e spero di trovare presto il tempo e la concentrazione necessaria per poterne scrivere. 


PS

Aggiungo a quanto detto, altre 2 postille: la prima riguarda strettamente il nostro passato ed è perciò di fondamentale importanza per la sua corretta ricostruzione, la seconda è, invece, una precisazione storica di carattere culinario il cui valore non è legato al solo territorio atinate.

  • Qualcuno ha letto dell'esistenza nei tempi passati dell'università di Atena e si è convinto che ad Atena esistesse un' Università degli Studi, cioè l'Università così come comunemente s'intende oggi quando si parla della Federico II di Napoli o di quella di Fisciano piuttosto che di quella di Firenze o del Politecnico di Milano, ecc. 

Anche questa è palesemente una falsità, oltre ad un'assurdità. 
Ad Atena Lucana, infatti, non c'è mai stata un'università in quel senso e quindi la notizia, assimilata senza discernimento, andava interpretata in modo diverso e corretto. 
Se risaliamo all'etimologia del termine univerità, infatti, troviamo tra le varie accezioni quello che più si adatta al nostro caso: "il Comune o Tutto il popolo di una città". Cioè chi ha scritto "università di Atena Lucana",  intendeva indicare tutta la sua cittadinanza e certo non un polo universitario.

Infatti facendo una breve ricerca si scopre che le università o universitates o anche università del Regno, erano nient'altro che i comuni dell'Italia meridionale sorti già ai tempi dei Longobardi ed in seguito resi feudi con l'avvento dei Normanni. 
Sembra che questo nome lo si debba a Carlo I D'Angiò che preferì il termine universitas, derivante da "universi cives", cioè: "unione di tutti i cittadini", a "comune", termine usato ai tempi di Federico II di Svevia.
Sempre dovuto al suddetto D'Angiò anche la distruzione dei sigilli comunali. 
Le universitas terminarono la loro esistenza soltanto con l'abolizione del feudalesimo, avvenuta per volere di Giuseppe Bonaparte e sancita con il decreto del 2 Agosto dell'anno 1806.
Altra cosa importante da dire sulle universitas è che si distinguevano in Universitas feudali e Universitas demaniali
Le prima si tramandavano da castellano a castellano in quanto proprietà di un feudatario come merce qualsiasi e quindi la stessa sorte toccava contemporaneamente non solo ai terreni, ma anche bestie e addirittura agli esseri umani ad esse legate. Le universitas demaniali, invece, di numero molto inferiore alle prime, dipendevano dalla Corona e godevano di maggiori libertà e privilegi, tra cui il diritto di ricorrere alle autorità superiori in caso si fosse ravvisato un abuso da parte dell'amministratore locale.
Inutile dire che esiste una bibliografia su quanto appena detto e che molte notizie sono reperibili con non molta fatica, anche in rete 
Riporto sempre per amore di brevità e verità storica, il seguente passo, reperito appunto su internet: 
"A cavallo della dominazione normanno-sveva molti Casales furono uniti, dando così origine alle Universitas che resero fine alle leggi eversive della feudalità emanate dai Napoleonidi nel 1806. Così verso la meta del XIII secolo la contea giffonese si divise in tre Università: Valle e Piano, Sei Casali e Gauro. L’Universitas Sex Casalium riuniva sei Casali: Ausa, Belvedere, Bissido, Capitignano, Prepezzano e Sieti. Gli abitanti di ogni centro vennero allora retti da leggi emesse, in armonia con le leggi del Regno, da un potere centrale costituito da amministratori eletti da ogni Università e riuniti in Reggimento (Consiglio comunale) con una propria Cancelleria (Municipio).

A prescindere da quanto riportato a conferma, quando leggiamo un documento storico cerchiamo quantomeno di non travisarne il contenuto commettendo l'ingenuità di prendere alla lettera determinate espressioni, invece di cercare di capirne il senso.

Se non altro per evitare di passare per cannibali laureati.  
Credere all'esistenza di università nell'allora territorio di Atena Lucana, equivale infatti a credere, secondo quanto riportato anche dallo stesso Paternoster ad esempio, che a quei tempi (cioè sempre "più o meno nel medioevo" ) avremmo avuto contemporaneamente, così come riportato in un documento del 1809, un'università a Sasso, una a Pietrafesa, una a Brienza ed una ad Atena, cioè un polo di enormi dimensioni, tale  da far impallidire l'attuale Federico II e Fisciano messe insieme. 

  • La seconda precisazione riguarda invece la cucina, come già anticipato. Cito testualmente, come sempre per  amore di precisione e per brevità:: 

"Il pomodoro è una pianta orticola della famiglia delle solanacee (Lycopersicon esculentum). Raggiunge a volte l’altezza di 2 metri e necessita di un sostegno. Le sue foglie sono lunghe e con un lembo profondamente inciso; i fiori si presentano a grappoli e sono distribuiti lungo il fusto e le ramificazioni. Il suo frutto, anch’esso denominato pomodoro, è una bacca rossa di forme e dimensioni diverse a seconda della varietà, con una polpa dal sapore dolce-acidulo ricca di vitamine (A, C, B1, B2, K, P e PP).
  La pianta è originaria del Cile e dell’Ecuador, dove per effetto del clima tropicale offre i suoi frutti tutto l’anno, mentre nelle nostre regioni ha un ciclo annuale limitato all’estate, se coltivata all’aperto. 
Dominatore della gastronomia napoletana e largamente diffuso in tutto il mondo per il suo gusto oltre che per le sue importanti proprietà dietetiche, il pomodoro ha tuttavia raggiunto le cucine europee in tempi relativamente recenti e, sebbene importato già nel Cinquecento, soltanto due secoli dopo è stato impiegato nell’alimentazione."

In sintesi: il pomodoro è arrivato ad Atena Lucana soltanto dopo la scoperta delle Americhe e cioè dopo l'ottobre del 1492 (evento che secondo alcuni, come già detto, segna la fine del medioevo) e quindi ha poco a che fare con i "piatti medievali".

Questo è il quanto, con la speranza di essere stato utile all'università di Atena Lucana.

© Arch. Angelo Sangiovanni
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