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lunedì 3 agosto 2015

Le grotte dei saraceni

“Colui che non sa e non sa di non sapere È uno sciocco. 
Evitalo. 
Colui che non sa e sa di non sapere È un fanciullo. 
Istruiscilo. 
Colui che sa e non sa di sapere È addormentato. 
Sveglialo. 
Colui che sa e sa di sapere È un saggio. 
Seguilo.” 

Proverbio arabo


Già in passato ho avuto modo di evidenziare fandonie riportate come episodi della nostra storia, talvolta spacciate ad arte per leggende, nell'intento di renderle più "vere", ricalcando un modo di fare comune anche tra gli antichi autori. In alcuni casi infatti, ho potuto verificare che le notizie tramandateci sono più figlie del campanilismo dei nostri avi che della vera ricerca.
Tra le più fantasiose: la torre tanto alta da cui si poteva vedere il mare oltre gli Alburni. Più recenti: l'atto di cannibalismo a danno di un principe medievale mai identificato, l'esistenza di una fantomatica Università degli (Studi) Atinati,  la creazione dal nulla  di un inesistente Palazzo Di Santi in via Borgo Braida, attuale via Umberto I (col conseguente serio rischio della perdita della memoria dello storico Palazzo Marino), le porte della cinta muraria medievale che si spostano da ovest ad est, la ricostruzione a dir poco bislacca del castello riportata in una pubblicazione degli anni 90 (cui ha fatto seguito quella altrettanto fantasiosa, purtroppo addirittura realizzata qualche anno fa),
Al peggio però non c'è mai fine: è di qualche giorno fa il rinvenimento in internet di un articolo su "Cilentano.it" che cita le fantomatiche grotte, perciò riprendo un mio vecchio scritto e lo adatto all'occasione.



Il percorso per le grotte


Cito l'Enciclopedia Treccani: " SARACENI. - Nome col quale nel Medioevo cristiano europeo sono stati designati genericamente gli Arabi. Il vocabolo, con questa accezione, è del tutto ignoto alla tradizione storica e letteraria degli Arabi stessi (...). Comunque sia, presso gli autori più antichi il nome di Saraceni (Σαρακηνοί) non designa l'intero popolo arabo, ma soltanto una popolazione stanziata sulle coste del golfo di 'Αραβικά Aqaba, nella parte meridionale della penisola del Sinai.(...) il nome dei Saraceni, il cui uso si fa frequente negli scrittori dei due ultimi secoli dell'età antica, finì col designare l'intera stirpe degli Arabi nomadi (...) Non manca tuttavia (così ancora A. Musil, The Northern Ḥeǧâz, New York 1926 pp. 311-12) chi mantiene l'antica etimologia da sharqī "orientale", termine col quale gli Arabi del deserto settentrionale designano tuttora i nomadi razziatori (appunto perché le regioni desertiche, dove hanno sede le tribù dedite al brigantaggio, si trovano a oriente della zona coltivata); e tale etimologia, che mette in rilievo il carattere di predoni dei nomadi, concorda nel senso con l'altra, che ebbe fortuna in passato, secondo cui Saraceni deriverebbe dal verbo saraqa "rubare". Sennonché l'una e l'altra sono insostenibili, in quanto non tengono conto che l'appellativo di "Saraceni", in questa accezione, non si trova nella lingua araba.(...)In significato più ristretto s'indicano col nome di Saraceni quei nuclei di Arabi, provenienti dall'Africa settentrionale, i quali, dopo l'occupazione della Sicilia, nel sec. IX e X, fecero spedizioni e stabilirono stazioni militari lungo le coste dell'Italia meridionale, della Liguria e della Provenza (famosa tra tutte quella di Frassineto; v.), spingendosi, in cerca di bottino, fino ai valichi alpini e in Svizzera."

Il termine "saraceni" indica quindi, nel Medio Evo e cioè nel periodo in cui si suppone abbiano attraversato il Vallo di Diano, l'intero popolo arabo. Soltanto una supposizione perché, a parte un paio di fonti storiche che farebbero intuire un loro passaggio nella nostra valle, ad oggi non abbiamo ancora ritrovamenti che lo testimonino con assoluta certezza.

Il versante nord dell'insediamento antico di Atena Lucana, visto dalla Rupe Rossa. Sullo sfondo: il Vallo di Diano.


Riporto anche un sunto di quanto contenuto in uno dei tanti siti che descrivono la civiltà araba di quel periodo: "Tenevano molto alle buone maniere e il comportamento a tavola era ineccepibile: mangiavano a piccoli bocconi, masticavano bene, non mangiavano aglio e cipolla, non si leccavano le dita e non usavano gli stuzzicadenti. Il gentiluomo musulmano si lavava ogni giorno, si profumava con acqua di rose, si depilava le ascelle e si truccava gli occhi. Per la strada ogni tanto si fermava davanti ai numerosi portatori di specchi per controllare e accomodare la propria acconciatura. Si vestiva con eleganza e non indossava pantaloni rattoppati. I passatempi preferiti dei gentiluomini erano la lotta dei galli, gli scacchi e la caccia. Tra il popolo erano diffusi il gioco dei dadi e quello della tavola reale.
Oltre che nei costumi della vita quotidiana, gli Arabi lasciarono profonde tracce del loro passaggio nella cultura: Palermo sorsero scuole arabe dove si insegnava la sfericità della Terra e i punti cardinali. Lo studio degli astri era molto diffuso e l'astronomia è loro debitrice di molto termini: azimut, zenit, nadir, ecc... Ancora adesso in Sicilia sopravvivono un po' dovunque modelli di architettura araba e quando questa cultura dopo il mille si incontrò con quella normanna nacque la più alta civiltà del medioevo europeo, da cui più tardi derivò quella del Rinascimento.
Anche nell'agricoltura gli Arabi portarono innovazioni: le irrigazioni delle "huertas" (come quelle della "conca d'oro" presso Palermo), colture del cotone, della canna da zucchero e del riso, dell'arancio, coltura della seta, industrie tessili, ceramiche, ecc... Degno di nota è anche il grande sviluppo urbano, i musulmani avevano fissato definitivamente la capitale della Sicilia a Palermo che nel X secolo contava già 300.000 abitanti e in tutto l'occidente musulmano era seconda solo a Cordova. Molti porti sulla costa opposta del Tirreno: Amalfi, Salerno, Napoli, Gaeta erano economicamente nell'orbita di Palermo e della Sicilia musulmana. La moneta del califfato fatimita era il Dinar che aveva corso in tutta l'Italia meridionale ed era imitato altrove. Quando la conquista normanna ( 1061 - 1089 ) riunisce questo territorio musulmano ai territori cristiani d'occidente, gli scambi si fanno più intensi. Le tecniche della coltura della seta e la sua lavorazione arrivano ad esempio nell'Italia settentrionale (Lucca, Venezia).
La Sicilia e l'Italia meridionale hanno acquistato nell'epoca musulmana conoscenze d'ogni tipo, come la Spagna: conoscenze mediche, filosofiche, astrologiche, scientifiche. Questo fenomeno come abbiamo già detto continuerà durante il periodo normanno e alla corte di Federico II, la Sicilia e la Spagna costituiscono i punti più importanti attraverso i quali sono penetrati in Occidente gli influssi orientali, che contribuiranno a determinare quella che sarà l'opera di sintesi del grande Rinascimento italiano."

Giusto per capirci: se dico "i tepee dei pellerossa d'America" o "i tucul degli etiopi" o "gli igloo degli eskimesi" o "le tende dei Tuareg", alludo alle loro abitazioni e perciò, allo stesso modo, se dico "grotte dei saraceni", alludono al fatto che essi, in un certo periodo, per un certo periodo (che deve supporsi sufficientemente lungo), le abbiano abitate. 
Credendo alle grotte dei saraceni ad Atena Lucana in questo senso, dovremmo quindi credere che nello stesso periodo, gli stessi individui che erigevano architetture splendide (palazzi, moschee, ecc.) anche nel nostro territorio, esperti di coltivazioni, che al loro passaggio lasciava profonde tracce nella cultura locale (che stranamente nel vallo non si sono mai trovate), che si depilava le ascelle e si truccava gli occhi, decideva di venire ad abitare, come trogloditi, le nostre grotte, fredde, umide e senza il minimo comfort? Ovviamente tutto ciò è poco credibile e quindi un'eventuale ipotesi di insediamento stabile di saraceni nelle nostre grotte è da scartare.

In verità qualcuno potrebbe obiettare che ad Atena Lucana esiste il toponimo "Saracino" (che significa "Saraceno", nel nostro dialetto), ma è anche vero che, mentre qualche autore del passato ha voluto attribuire la sua esistenza alla presenza di un accampamento saraceno in quel sito (di cui non si sono mai trovate le tracce), altri, invece, più semplicemente, lo ricollegano al cognome di un antico proprietario di quei fondi. In ogni modo, è bene ripeterlo, ad oggi non vi è prova storica della presenza degli arabi nel Vallo di Diano, di conseguenza nemmeno ad Atena Lucana e, pertanto, non esistono prove a suffragio dell'una o dell'altra teoria.  Il Saracino infatti, è un'area che si divide tra un bosco, sito sul versante più a monte e le colture lato valle, che si estendono nell'adiacente località Foresta (nel dialetto locale "a Fresta"). In questi siti, come nell'intera area più alta ad est e sud est dell'abitato, non vi sono grotte, ma abbondano pianori fertili e ricchi di acqua. Va inoltre detto che tale località è un promontorio soleggiato, con una splendida vista sull'abitato stesso e su gran parte della valle, attraversata dalla principale via di comunicazione tra il nord della Campania, la Lucania e la Calabria, realizzata in epoca romana ed oggi ricalcata più o meno fedelmente non tanto dalla S.S. 19 Via Delle Calabrie, come si è creduto per un lungo tempo, ma dall'Autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. Non altrettanto diretto il controllo sulle vie che da essa si diramavano per l'insediamento antico. In sintesi: un luogo distante un paio di chilometri dall'abitato antico (e per questo non sono convinto dell'utilità di un campo militare dei saraceni in quella zona) sebbene comodo ed in qualche misura anche strategico.

Di contro, le cavità naturali del nostro territorio, abbondano sul versante nord, nei promontori vicini ai confini con la Basilicata, ma sono rappresentati da antri con superfici di pochi metri quadrati che suggeriscono, per la loro sola presenza, possibili insediamenti preistorici.
A scanso di equivoci, archiviamo fin da subito la "pratica" della leggenda narrata dagli anziani del posto, in quanto sono nato e cresciuto in questo paese quando i ragazzi e soprattutto i bambini, ascoltavano gli anziani perché erano affascinati dai loro racconti e mai ho sentito questa leggenda, né dai miei nonni, né da altri loro coetanei. Purtroppo, questo della leggenda narrata dagli anziani è soltanto una subsdola trovata per dare una parvenza di veridicità a quanto è, invece, recente invenzione. Ne è prova il fatto che questi "anziani narratori" restano puntualmente anonimi.
Falsa, quindi, la storia dei ritrovamenti durante la seconda guerra mondiale, quando alcune delle suddette grotte furono usate da famiglie atinati come rifugio, mentre altre si ripararono nelle gallerie della Calabro Lucana. Falsa perché le grotte sono state da sempre rifugio di pastori e greggi (oltre che di animali selvatici). Non vi sono, inoltre, notizie di ritrovamenti avvenuti in altre epoche poiché sarebbero stati sicuramente riportati negli scritti degli storici locali.
Falsa anche la leggenda costruita ad hoc dello "sparuto gruppo di saraceni" che, inseguito da tal Siconolfo e dalla sua truppa, si nascosero nelle grotte del vallone, facendo perdere le proprie tracce.
A meno che Siconolfo e truppa a seguito non avessero infilato i copricapo alla rovescia, così che impedissero loro di vedere anche dove mettevano i piedi, i saraceni non avrebbero avuto alcuna possibilità di nascondersi in quei piccoli antri, inutili anche ai ragazzini per giocare a nascondino.
Infatti, come si può leggere sullo stesso sito del Comune: "La grotta si apre in calcari intensamente fratturati. L’ingresso è costituito da ampia caverna che si sviluppa in direzione nord-ovest per una lunghezza di 50 metri. Le pareti laterali presentano una serie di nicchie più o meno profonde, dalle forme comunque tondeggianti; il fondo si presenta con pendenze pressoché costanti di 20° dal fondo verso l’ingresso ed è ricoperto di deposito ghiaioso, tra il quale emerge talvolta qualche blocco di vecchio crollo. La volta presenta un’altezza costante nel tratto iniziale mentre nella parte verso il fondo si alza improvvisamente fino ad arrivare ad un’altezza di 15 metri. La grotta è popolata da una colonia di pipistrelli." - http://www.comune.atenalucana.sa.it/index.php/il-sentiero/le-grotte/grotta-grande


Dettaglio del Vallone Arenaccio con la Rupe Rossa in primo piano

Qui il paesaggio è totalmente diverso, rappresentato da luoghi rocciosi con pendii fortemente scoscesi e non coltivabili, come la Rupe Rossa e gli altri promontori del versante a nord della collina su cui sorge l'insediamento storico di Atena Lucana. Le pareti scoscese del versante nord della collina su cui sorge l'abitato di Atena Lucana e quelle della Serra d'Atena, creano il Vallone Arenaccia, in cui scorre il torrente omonimo, e si affacciano le suddette grotte. Tra queste anche la più grande di tutte, detta appunto Grotta Grande, una stanza unica ampia non più di duecento metri quadrati.

Chiarito che anche la storia del nascondiglio dei saraceni fa acqua da tutte le parti, sempre a scanso di futuri equivoci (le leggende, specie quelle metropolitane, mutano nel tempo arricchendosi spesso di nuovi contenuti), escludiamo eventuali varianti di un loro uso da parte di un esercito saraceno invasore.
Del resto orde di saraceni approdarono sul suolo campano perché richiamati  proprio da Radelchi e Siconolfo, rispettivamente principi di Benevento e Salerno, in guerra tra di loro.
A che pro un esercito invasore avrebbe deciso di risalire il canalone percorrendo sentieri per capre, col rischio di essere travolti dai massi rotolati dall'alto del costone dai difensori dell'abitato, nonché quello prevalentemente roccioso e scarsamente soleggiato e perciò privo di grandi aree coltivate utili ad un esercito che deve approvvigionarsi?
Che utilità avrebbe tratto dall'occupazione di una serie di piccoli, freddi e perciò inutili antri e dare l'assalto ad un centro abitato dal versante meglio difeso naturalmente?

La Rupe Rossa  ed il Vallone Arenaccio visto dall'insediamento antico di Atena Lucana

L'assalto si da scegliendo la posizione più vantaggiosa per gli assalitori e non per i difensori, così come l'assedio si fa tagliando i rifornimenti agli assediati, quindi controllando militarmente le vie di comunicazioni principali e non i sentieri delle capre.
Tutto questo senza contare che ancora oggi e da sempre, gli eserciti in movimento usano le tende per realizzare i propri accampamenti e che gran parte delle popolazioni "saracene" erano anche culturalmente legate a questo tipo di riparo.
Molto più utile creare invece, un campo nell'area oggi occupata dalla piazza e dal borgo extra moenia, un'ampia spianata sita a ridosso dell'abitato fortificato e che rappresenta il crocevia obbligato di tutte le strade da e per l'abitato. Lo stesso sito che gli antichi autori atinati hanno voluto indicare come sedi di molti grandi edifici di epoca romana, tra cui templi, bagni e perfino un "teatro forse anfiteatro".

E con questo credo che abbiamo messo una parola definitiva alla presenza dei saraceni nelle grotte atinati ed a tutte le possibili varianti che si vorranno in futuro creare ed indebitamente attribuire a non ben identificati "anziani del posto".

Allora come si spiega la nascita di questa nuova fandonia che narra di presunte grotte "abitate" dai saraceni?
Succede che, talvolta, un tecnico in cerca di lavoro, s'informa sulle nuove misure finanziate e cerca, tra le varie voci finanziabili, l'ispirazione per un progetto da proporre all'Amministrazione di qualche Comune che potrebbe averne bisogno e dal quale ricevere il tanto agognato incarico.
Cosa del tutto normale, perché noi tecnici di questo viviamo, di incarichi pubblici e privati.
Nel processo però talvolta interviene anche un "esperto di marketing" convinto che, per far finanziare il progetto, non è sufficiente che questo sia ben fatto o che sia veramente utile (forse non è nemmeno necessario), ma deve far colpo presso il funzionario di turno con un nome accattivante. Succede così che per far finanziare il progetto di recupero a fini turistici di un antico sentiero di pastori, sia necessario inventarsi un suo passato storico più prestigioso, magari come antica via che conduce niente poco di meno che alle fantomatiche "grotte dei saraceni".

L'ingresso della Grotta Grande


Le "grotte dei saraceni"  rappresentano un falso storico creato con la stessa logica dell'altrettanto poco credibile "via dei pellegrini" di qualche anno prima e di cui parleremo a tempo debito.
Questi nomi improbabili sono frutto della fantasia e della mancanza di cognizione storica dei suddetti "esperti di marketing" che così creano, più o meno inconsapevolmente, pericolose notizie false al solo fine di promuovere presso gli Enti che dovranno finanziarli, progetti spesso ancor meno credibili dei fantasiosi nomi che gli affibbiano. Tanto, tra le non competenze di chi valuta i progetti, c'è anche la verifica della veridicità di quanto affermato a giustificazione dell'utilità del progetto. Sarebbe però interessante leggere il contenuto delle Relazioni Descrittive di questi progetti, parti sostanziali che, come il contenuto di un articolo di giornale, dovrebbe essere coerente con quanto sintetizzato nel titolo. 
Intanto i politici di turno si vendono il progetto, tra una cena ed un caffè al bar e gli pseudo storici, che nulla hanno imparato da Erodoto, insieme ai giornalisti che niente hanno a che vedere con Bob Hoodward e Carl Bernstein, tra una recensione su internet e l'altra, commissionata per pubblicizzare un locale o una rievocazione storica all'amatriciana, amplificano il falso storico. Questo passa parola senza le necessarie verifiche contribuisce a diffondere in forma virale, il falso storico creato ad arte, fino a farlo diventare verità storica, quanto meno tra coloro che hanno altra formazione scolastica e che si avvicinano a questi argomenti, spinti, nella maggior parte dei casi, più dalla curiosità che da un vero interesse per la propria storia.
Il fatto più grave è che più passa il tempo, più perdiamo il contatto con la nostra vera storia e più confondiamo la cultura con il floklore, il mito con la leggenda metropolitana, il falso con il vero.
Forse sta succedendo perché mancano gli stimoli che ci riportino sulla giusta via. Eppure sarebbe bello ritrovarci tutti insieme, giovani e meno giovani e iniziare questo percorso a ritroso per ritrovare le nostre radici e smetterla di essere foglie in balia del vento ad ogni progetto da far approvare.
Sarebbe invece utile che la Pro Loco si assumesse il compito di smentire queste fandonie in forma ufficiale, contattando i proprietari di questi siti e chiedendo la rettifica di quanto non rispondente al vero. Per difendere la nostra identità e la verità sulle nostre origini. Sarebbe anche utile che la Pro Loco destinasse parte dei fondi che percepisce, per finanziare progetti di ricerca, magari sottraendoli alle suddette rievocazioni storiche all'amatriciana.


© Arch. Angelo Sangiovanni
Vietata la riproduzione di testo ed immagini

lunedì 28 gennaio 2013

Una leggenda mari e monti

"Se abbiamo bisogno di leggende, che queste leggende abbiano almeno l'emblema della verità! 
Mi piacciono le favole dei filosofi, rido di quelle dei bambini, odio quelle degli impostori"
Voltaire

Altro argomento della storia di Atena ammantato di leggenda ma tramandato da alcuni come verosimile (se non addirittura come vero) ancora ai giorni nostri, è quello della torre fatta costruire da Roberto figlio di Luigi Sanseverino, nel XIV secolo, di cui parla lo storico Paolo Eterni, poi ripreso da vari altri autori nel corso degli anni a seguire, con troppa leggerezza.
Avevo già chiarito in un breve intervento la mia posizione in merito qualche tempo fa, in occasione di un mio precedente scritto sull'altra leggenda di Atena Lucana dura a morire e cioè quella dei “mangia signori” e in quel caso, citando la suddetta torre, la definii leggendaria proprio in relazione alla sua supposta smisurata altezza .
Purtroppo non sono soltanto gli atinati a credere ancora che potesse esistere una torre di così eccezionali dimensioni, ma molti autori del passato, alcuni anche piuttosto accreditati ed è proprio questo aspetto che mi spinge a chiarire in modo più dettagliato cosa renda la sua smisurata altezza, così come descritta, una fandonia.
In “Storia e produzione figurativa nel territorio del Vallo”di Antonio Braca sul quarto volume de “La storia del Vallo di Diano” e a pagina 248, a proposito di Atena, si legge: “[...] La posizione strategica dell'altura è alla base anche della morfologia urbana tipicamente medievale. Essa infatti nasce e si sviluppa con un sistema di anelli ellittici concentrici che hanno come centro il castello […] Molto probabilmente esso era parte integrante di un sistema difensivo più ampio e strategico che individua nel Vallo una posizione geografica di primaria importanza per la difesa di Salerno e della stessa Napoli. In questo contesto assume notevole valore la notizia riportata da Paolo Eterni, che ad una prima lettura potrebbe anche apparire esagerata. Lo storico del Vallo, nella sua descrizione del XVII secolo, riporta che il castello era munito di un'altissima torre dalla quale era possibile vedere non solo l'intero Vallo ma anche Salerno ed il mare [...]”. Nella nota: "P. Eterni in S. Macchiaroli, Diano e l'omonima sua valle. Ricerche storico archeologiche, Napoli 1868, ristampa Teggiano 1195, p.38
Anche in un testo recente si riporta quindi la notizia  che non viene smentita ma al contrario, in qualche misura accreditata, asserendo “ In questo contesto assume notevole valore la notizia riportata da Paolo Eterni, che ad una prima lettura potrebbe anche apparire esagerata”.
Che la torre di Atena dovesse essere alta e posizionata in un luogo alto perché senza alcun dubbio facente parte di un sistema di segnalazione visiva con altre postazioni collocate strategicamente su alture in contatto visivo tra di loro, non è in discussione. Quello che è invece rischia di dare credibilità una notizia che a me appare esagerata non solo alla prima ma anche alle successive letture, è che da questa torre si potesse addirittura vedere la marina di Salerno, tanto era alta.
Del resto Antonio Braca non è il primo e purtroppo nemmeno l'ultimo dei tanti che hanno creduto e che ancora oggi credono a quanto asserito da Paolo Eterni La notizia tra l'altro era stata già da tempo messa in dubbio in modo secco e perentorio dallo stesso Michele La Cava. a pagina 63 del suo testo “Istoria di Atena Lucana”, in cui lo stesso scrive: “A luigi Sanseverino succedette Roberto suo figlio, il quale fece edificare in Atena una torre altissima”. E al fondo della stessa pagine, alla nota 1 precisa: “.Alla quale si annette la favola riportata da varii scrittori, che dai merli di questa torre si fosse veduto il mare del golfo di Salerno. Quantunque sia stata l'elevazione di questa torre, giammai dalla sua cima poteva vedersi la marina di Salerno.”
Gli scrittori a cui si riferisce li riporta alla fine del suo testo al CAPO VII che ha per titolo “Autori che parlano di Atena”.
Riporto fedelmente, limitandomi soltanto ai passi concernenti la torre, quanto contenuto nel testo citato. 
Mandelli – Lucania, ms.- Atena Metropoli degli Atenati Vol. 2 pag. 275 “[…] Il sito è intorno ad una collina, che sopra delle altre, le quali sorgono dalla valle, alquanto si innalza; nella di cui più alta cima fu edificato un castello, hora diruto. Eravi nel mezzo un'alta torre, dalla quale si discopriva, come dicesi, il mar tirreno, quinci lontano intorno a...miglia: [...]
Troyli – Istoria Generale del Reame di Napoli, Tomo 1°, parte 2, pag 163 “[…] Si pregiava aver nel mezzo, qual corredata, ed inespugnabile fortezza una superbissima Torre, che ben meritava d'annoverarsi fra le prima d'Italia, perciocché dalla vetta di essa si vedva il mare avanti la città di Salerno. Ciò sembra un'iperbole; ma se prestar fede si vuole credenza a Paolo Eterni, scrittore oltramondano non già, ma di questa nostra Comarca, che vivea nel tempo appunto, che Giambattista Caracciolo, morto nell'anno 1620, Feudatario di un tal borgo, e padre di Giuseppe primo signore di Atena, la ispianò, per fare altri suoi edifizii [...]
Giuseppe Albi-Rosa – L'osservatorio degli Alburni sulla valle di Diano, ossia descrizione istorico-topografica della medesima.”[...]Passato poi tal pese sotto il feudalesimo, la famiglia Sanseverino è stata una delle più nobili dominatrici di esso, ed i Sanseverini furono, che v'ingrandirono un'antichissima Rocca, al mezzo della quale si scorgeva una delle più sontuose torri di Italia. L'altezza di questa torre era smisurata, talché dalla sommità osservavasi la marina di Salerno, 44 miglia distante […] Segue nota (1) ”di questa torre ne fa chiara menzione l'Eterni, il quale ai tempi suoi, la vidde diroccare da un Principe di Atena, che pensò di ingrandirvi l'attuale palazzo del Castello col materiale della demolita fortezza.
Macchiatoli – Diano e l'omonima sua valle - “[…] (Omettiamo di riportare quello che l'Eterni dice dell'alta Torre di Atena) […] In mezzo ad essa, nel luogo detto ancora oggidì castello, s'innalzava una grande torre, che ritenevasi per una delle più belle d'Italia”.
Del resto un chiaro riferimento lo troviamo anche in G. B. Curto nel suo Notizie Storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX dice a pag. 32 “Se non che, durante il medioevo, e quando sursero le famiglia baronali, la Sanseverino che dominò in Atena, cercò di abbattere la rocca quadrata, riducendola a Castello, in mezzo al quale altissima torre rotonda essa famiglia fece costruire, ora distrutta dal tremuoto, rimandodovi le sole vestigia del castello, ridotto ad abitazione.
Quello che appare evidente fin da subito è che tutti gli autori citati riportano quello che solo lo storico Paolo Eterni ha visto o meglio, dice di aver visto.
Oltre agli autori precedentemente citati,
in http://www.icastelli.it/castle-1237560287-castello_di_atena_lucana-it.php
troviamo quanto segue: Nel 1339 Luigi Sanseverino e quindi suo figlio Roberto che fece edificare una torre altissima che secondo la quale si intravedeva la marina di Salerno. Di questo non ne siamo certi ma sta il fatto che di sicuro sia esistita, ne parla anche lo storiografo sanrufese Paolo Eterni, che la vide demolire per opera di Gianbattista Caracciolo per la costruzione dei suoi edifici. Altissima e cilindrica, svettante su Atena per ben 200 anni, è rimasta nei documenti scritti, perduta nel ricordo popolare.”
Le poche notizie reperibili sullo storico
in http://it.wikipedia.org/wiki/San_Pietro_al_Tanagro 
concordano nel dire che Paolo Eterni fosse di San Rufo e del XVII mentre la costruzione di Palazzo Caracciolo (che, detto per inciso è nell'attuale Piazza Vittorio Emanuele e non all'interno delle mura del castello, come erroneamente riportato da Giuseppe Albi Rosa) risale alla fine del XVI secolo, come riportato anche
in http://www.icastelli.it/castle-1237560287-castello_di_atena_lucana-it.php 
Qui si legge: “Nel 1576 prendono possesso della terra di Atena i Caracciolo, marchesi di Brienza, che otterranno nel 1639 il titolo di principe sobra la tierra de Atina. I Caracciolo resteranno principi di Atena fino all'abolizione della feudalità e l'ultima esponente, la principessa Giulia Caracciolo donerà al nipote Luigi Barraco il palazzo costruito dal suo avo Giambattista nel XVI secolo.”
Considerando la particolare gravità dell'evento sismico del 1561 conosciuto, sebbene impropriamente, come “Terremoto del Vallo di Diano” (riportato in M.Bonito - Terra Tremante. Arnaldo Forni Editore-Ristampa anastatica 1980 dell’edizione originale, Napoli , 1691.), credo sia lecito supporre che lo smantellamento del castello operato dal Caracciolo, torre compresa, sia stato più verosimilmente un recuperare e ricollocare opportunamente e diligentemente materiale di un'opera di difesa ormai obsoleta in un luogo ormai inutilmente inaccessibile e, con molta probabilità, già diroccata o comunque seriamente compromessa nella sua stabilità. 
Le notizie fornitemi da Francesco Magnanti riguardo alla venuta alla luce del testo «Descrizione della Valle di Diana, e Castelle ivi poste e loro Signori» di Paolo Eterni, tradotto dal professore Vittorio Bracco come riportato anche in:
http://www.centrostudivallodidiano.it/ViewCategory.aspxcatid=1fe2d72e96d74da5bc79538421d624fc fanno poi risalire la sua scrittura a non prima del 1606, quindi almeno 25 anni dopo il termine dei lavori di costruzione del palazzo, un lasso di tempo abbastanza lungo (e ancor di più 1561-1606) da farmi venire qualche dubbio sulla reale possibilità che l'Eterni abbia visto la torre in tutta la sua altezza. 
Non è questo però il dato storico che vale la pena confutare, bensì quello riguardante l'effettiva altezza della suddetta torre e se fosse mai possibile che dalla sommità osservavasi la marina di Salerno, 44 miglia distante”.
Innanzitutto cominciamo col dire che la distanza in linea d'aria tra Atena Lucana e la zona Salerno- Vietri, calcolata con l'ausilio di un apposito software, risulta essere di circa 71 chilometri, lunghezza che conferma quelle 44 miglia riportate nei testi citati. Infatti, se dividiamo la distanza di 71 chilometri ottenuta con il software per la lunghezza del miglio internazionale, che equivale a 1,609344 chilometri, otteniamo che a separare Atena Lucana dalla marina di Salerno è appunto una distanza di 44,1173546488507 miglia.
Alla luce di questi dati credo sia quantomeno naturale dubitare che, anche potendosi scorgere la marina di Salerno dall'alto di questa torre, ci potesse essere stata la possibilità, ad occhio nudo o con l'ausilio di un qualsiasi strumento ottico conosciuto a quell'epoca, di distinguerla ed identificarla come tale.
Al di là di queste considerazioni sulla possibilità di distinguere chiaramente un oggetto in rapporto alla distanza che lo separa dall'osservatore, considerazioni valide solo quando la visuale non è impedita da alcun ostacolo, è necessario fare altre e ben più scientifiche considerazioni. Tenterò di rendere di più immediata la comprensione dei passaggi del mio ragionamento anche attraverso l'ausilio di alcune immagini e qualche dato altimetrico.
In questa prima immagine si vede una retta che congiunge Atena Lucana a Salerno. In basso a sinistra dell'immagine si legge la distanza in linea d'aria tra i due suddetti punti e che risulta essere pari  a 71 chilometri, ovvero 44 miglia. In questa immagine si vede anche come tale direttrice tra Atena Lucana e la marina di Salerno passi tra i comuni di Castelcivita e Postiglione e come quest'ultimo comune ne sia quasi lambito.


In questa seconda immagine si vedono poi in dettaglio le altezze dei Monti Alburni compresi tra i suddetti comuni e, così come evidenziate dai cerchi rossi, come queste montagne sembrino formare una “barriera” naturale continua tra le località suddette di Castelcivita e Postiglione. Proprio in prossimità di quest'ultimo comune abbiamo le vette più alte e quindi possiamo concludere, con buona approssimazione, che la direttrice tra il castello di Atena e la marina di Salerno, intercetta altitudini intorno ai 1400 metri.


In quest'ultima immagine, ho schematizzato al CAD i dati ottenuti dalla ricerca sul territorio e, sulla scorta di questo schema, ho fatto alcune considerazioni che ritengo di una certa importanza, se non altro per chiarire una volta per tutte la veridicità di quanto detto dai vari autori del passato e fino ai giorni nostri, sull'altissima torre fatta costruire dai Sanseverino. 


  • L'altezza del sito del castello di Atena è di circa 660 metri sul livello del mare (dato reperito dall'aerofotogrammetria del 2004);
  • L'altezza dell'ostacolo visivo, la cima delle montagne, è intorno ai 1400 metri (dato reperito da Google maps)
  • La distanza tra la marina di Salerno (posta a sinistra dello schema ad altitudine zero) ed Atena Lucana (altezza castello posta a destra dello schema, pari a metri 660) è, come già detto, di complessivi 71 chilometri, così divisi: distanza tra Atena e i rilievi montuosi pari a Km 21 e distanza tra i suddetti rilievi e la marina di Salerno, Km 50 (distanza ricavata da Google maps)
Il primo dato su cui bisogna riflettere è la differenza di altitudine tra il sito del castello di Atena, nella sua parte più alta e l'ostacolo rappresentato dalle cime della catena montuosa, ubicate a 21 chilometri da questo ed alte non meno di 1400 metri lungo la direttrice tracciata tra i punti A (Atena Lucana) e B (Salerno). Un osservatore posto ad un'altezza pari a quella dell'oggetto, ovviamente opaco, che gli impedisce la visuale, può vedere oltre l'ostacolo soltanto tutto ciò che è posto in linea retta oltre l'ostacolo e, inutile precisarlo, quello che è posizionato più in alto dell'ostacolo stesso. Quello che invece è posizionato in basso, oltre l'ostacolo rappresentato dalla montagna, è nascosto alla vista dell'osservatore stesso poiché  non è possibile guardarvi attraverso.
In sintesi, un osservatore dalla cima della torre di Atena, anche ammettendo per la stessa l'altezza impossibile di 740 metri (1400-660=740), avrebbe in ogni caso potuto vedere soltanto l'orizzonte oltre gli ostacoli situati tra lui e la marina di Salerno, rappresentati appunto dalle vette degli Alburni. Non avrebbe invece potuto vedere un sito sul mare ubicato 1400 metri più in basso delle vette e ad  "appena" 50 chilometri oltre le montagne.
Per semplificare il concetto, nello schema ho collegato idealmente un punto qualsiasi dello specchio d'acqua antistante Salerno, con una cima degli alburni alta 1400 metri, per poi intercettare con il tratteggio, la verticale che parte dal sito del castello di Atena Lucana.
L'altezza dal suolo del punto d'incontro delle 2 rette è di 1990 metri.
Questa l'altezza minima a cui dovrebbe trovarsi in Atena Lucana, un ipotetico osservatore (con una vista da falchetto), per vedere la marina di Salerno. Sottraendo all'altezza del punto d'intersezione suddetto, quella del sito del castello, otteniamo un'altezza della torre "vista" da Paolo Eterni, non inferiore a 1330 metri, in quanto 1990-660=1330.  
Trovo il dato tanto ridicolo quanto non degno di ulteriori commenti, soprattutto tenendo conto che a quei tempi non era stato ancora inventato né l'ascensore, né il citofono e che non doveva certo avere vita facile la vedetta assegnata alla postazione, il cui compito era principalmente avvertire dell'avvicinarsi di un pericolo. 
Mi dilungo però a riportare, in chiusura, i seguenti dati, realmente attendibili:

  • l'edificio storico più alto, che è il Torrazzo di Cremona, terminato nel 1309 è alto poco più di 112 metri ed ha 502 gradini; 
  • l'edificio attualmente più alto del mondo (costruito non certo con calce e mattoni o pietra) è il Burj Khalifa, un grattacielo terminato nel 2010 a Dubai, negli Emirati Arabi, alto “appena” 828 metri.

Sebbene sia lungi da me l'intenzione di voler screditare o mettere in dubbio minimamente le capacità o la preparazione di questi studiosi in materia più loro che mia, è nondimeno opportuno evidenziare il rischio che si corre a dar credito senza discernimento e a fare da cassa di risonanza con troppa leggerezza a talune notizie "storiche". Nel caso della notizia data da Paolo Eterni, l'averla riportata in vari testi e da vari autori senza alcun discernimento (fatta eccezione per il solo La Cava), ha ovviamente concorso a diffondere, soprattutto tra il popolo atinate, un ulteriore falso storico.

Tutto questo, sempre nella speranza di essere stato di qualche aiuto all'università di Atena.


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giovedì 3 gennaio 2013

Braida e Gaimari, tracce longobarde in Atena Lucana

La presenza longobarda ad Atena Lucana non è certo una notizia dell'ultima ora.
Secondo alcuni storici la loro presenza prima e le loro progressive conquiste poi nelle regioni centro meridionali dell'Italia, sono state favorite da poco accorte scelte politiche dei bizantini che decisero di affidare loro alcune fortezze, tra cui quella di Benevento. Da questi presidi mossero poi i primi saccheggi che, sotto Arechi, ebbero una decisa evoluzione qualitativa, trasformandosi in campagne militari finalizzate ad una presenza organizzata su un'area piuttosto vasta. Tale espansione, il cui evidente scopo era una loro presenza stabile sul territorio, si appoggiò al reticolo viario di epoca romana ed è perciò plausibile che a questo si debba la loro presenza anche nel territorio del Vallo di Diano.
Sempre secondo fonti storiche piuttosto attendibili, sembra che questi fossero piuttosto numerosi a Padula, Diano (oggi Teggiano) e nella stessa Atena.
Del resto già qualche tempo fa ho avuto modo di spiegare sulla mia pagina Facebook, che il toponimo Braida, indicante nel centro abitato di Atena Lucana l'area tra la cosiddetta Piazza Europa ('mpieri a la Vraria = ai piedi della Braida) e l'area del campo sportivo (la Braida), conservatasi agricola fin quasi alla metà del secolo scorso, deriva da un termine appunto longobardo. Oltre l'area del campo sportivo, in direzione Est, quindi verso il territorio del comune di Sala Consilina (Sala è anch'esso un nome di origine longobarda), il toponimo Braidella indica una zona ancora prevalentemente agricola.
Il toponimo Braida indica inoltre un'altra parte di territorio dal deciso carattere agricolo, urbanizzato in tempi piuttosto recenti e posto a cavallo del confine campano lucano tra la stessa Atena Lucana e Brienza, (i Brarie =  le Braide), tanto che si è soliti distinguere, parlando di questo, tra Braide di Atena e Braide di Brienza.
E infatti, l'etimologia del toponimo Braida deriva dal longobardo breda o braida, termine che significava appunto "pianura" e che era equivalente al latino proedium (podere, prato).
Quello che invece non sapevo ancora e che forse è sconosciuto a gran parte degli atinati è che, tra i cognomi di Atena, è ancora presente almeno un cognome di origine longobarde chiare e illustri.
Rileggendo per motivi di lavoro alcuni testi di storia, scopro che la moglie di Rao, il signore che reggeva intorno al 1100 Atena, era una longobarda di nome Gaitelgrima. Scopro inoltre che nel 1138, Atena è infeudata ad un altro signore anch'egli plausibilmente di origine longobarde, il cui nome è Guaimarius.
Sempre secondo Giovanni Vitolo, "I normanni pertanto dovettero limitarsi ad occupare i castelli strategicamente più importanti (Diano, Sala, Polla), dove fecero entrare i signori longobardi nelle loro clientele vassallatiche, come è dimostrato anche dalla donazione di Asclettino del 1086, alla quale interviene come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote di Guaimario IV (V)."

L'assonanza tra il nome Guaimarius ed in nostro cognome Gaimari è fin troppo evidente per non approfondire la notizia.
Un'antica citazione della famiglia Guaimario si ha in occasione della visita alla parrocchiale di Atena risalente al 3 Giugno 1606 di tale Monsignor Morello,
Riassumo qui pochi passaggi salienti dei risultati della mia ricerca e incollo alla fine del post alcuni link utili a chi, magari con la possibilità di accedere ad archivi storici, voglia approfondire l'argomento e ha la possibilità  di stabilire, ad esempio, se la famiglia Gaimari è originaria di Atena, ovvero se è tra le famiglie più antiche di Atena e a quando risale la  comparsa di questo cognome per la prima volta.
Io invece chiudo questa breve divagazione strettamente storica e torno a studi su argomenti che mi sono più congeniali, quali la relazione tra eventi storici e naturali e gli effetti di questi sull'architettura locale, poiché tanto si parla su questo argomento senza dire in vero nulla di nuovo, di strettamente e realmente inerente o di veramente interessante.

GUAIMARIO. - Princeps di Salerno, nacque probabilmente verso il 1013 dal principe salernitano Guaimario (III) e dalla seconda moglie Gaitelgrima, figlia di Pandolfo (II) principe di Benevento-Capua; da questo matrimonio nacquero anche Guido, futuro gastaldo di Conza e duca di Sorrento, e Paldolfo, divenuto successivamente dominus di Capaccio.
[...]
Alla morte del padre, avvenuta nel 1027, iniziò il governo autonomo di G. che aveva, probabilmente, solo quattordici anni. Intorno agli anni Trenta si unì in matrimonio con Gemma, figlia di Laidolfo, conte della dinastia capuana; da questa unione nacque una numerosa prole: Giovanni (IV), precocemente associato al padre nel 1037, ma già scomparso nel 1039; Gisulfo (II), che divenne dal 1042 coreggente del Principato; e ancora Pandolfo, Guaimario (V), Landolfo, Guido, un altro Giovanni, Sichelgaita - che avrebbe sposato il normanno Roberto il Guiscardo - Sica e Gaitelgrima.
[...]

Sempre nel 1042 allo stratego e catepano bizantino Giorgio Maniace giunse l'ordine da parte di Michele V Calafato di procedere a una seconda campagna militare contro i musulmani, coinvolgendo in questa azione anche Guaimario.Il comandante bizantino, infatti, prima di intraprendere l'azione, chiese a G. un cospicuo contributo in uomini e mezzi; G. fornì una leva di truppe longobarde - salernitane, ma anche beneventane - condotte da un Arduino proveniente da Milano, secondo quanto riferito da Amato da Montecassino (II, 14, pp. 63 s.). A queste aggiunse un ulteriore corpo di spedizione formato da mercenari normanni 
[...]
Con la morte di G. si chiudeva l'epoca di massima potenza del Principato salernitano. Con lui si assistette a una progressiva, vigorosa ripresa della spinta espansionistica, non disgiunta da una lungimirante abilità politico-diplomatica. 

Cognome GAIMARI

Assolutamente Rarissimo, Parrebbe Del Salernitano, Gaimaro, Ormai Scomparso In Italia, è Sempre Dell'area Napoletano, Salernitana, Dovrebbero Derivare Dal Nome Medioevale Gaimarus Portato Probabilmente Dal Capostipite,
[...]
Ricordiamo Che La Diffusione Di Questo Cognome Nel Salernitano Può Essere Motivata Dal Nome Di Gaimaro Principe Di Salerno Nel XI° Secolo.


Fonti:
http://www.treccani.it/enciclopedia/guaimario_(Dizionario-Biografico)/
http://www.significato.eu/cognome/GAIMARI


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