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martedì 27 dicembre 2016

Notizie storiche sulla destrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX” - NOTE INTRODUTTIVE AL TESTO



Rileggendo il mio contributo alla ristampa dei libri mi sono accorto di aver inviato per errore la bozza e non la stesura definitiva. Purtroppo non c'è stato il tempo per sostituire lo scritto, quindi dovrò aspettare una ulteriore ristampa per poterlo fare. Sebbene in occasione del mio intervento alla presentazione abbia compensato fornendo le informazioni non riportate nella bozza, a beneficio di chi non era presente ed è interessato all'argomento, scusandomi per la mia disattenzione, riporto qui di seguito il testo integrale della stesura definitiva,


Notizie storiche sulla destrutta città di Atinum Lucana
dai tempi incerti fino al secolo XIX”

NOTE INTRODUTTIVE AL TESTO


Quando il Presidente della Pro Loco mi ha chiesto di scrivere l’introduzione ad uno dei tre testi che si sono voluti ristampare, la scelta di “Notizie storiche sulla destrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX”, scritto dall'Avvocato Giovan Battista Curto, è stata fortemente influenzata, anzi direi: obbligata, dal legame affettivo che da oltre quarant’anni mi lega a questo libro.
Il primo ricordo, infatti, risale all'infanzia. I coniugi Giovanna Scotese ed Angelo Lopardo, zii di mia madre e proprietari di quella parte di Palazzo Marino in cui sono nato e cresciuto ed in cui ancora oggi vivo con la mia famiglia ed ho il mio Studio di Architettura, ne custodivano gelosamente una copia nella cassettiera della loro camera da letto. Tra le variegate letture di “nonna” Giovanna, che aveva imparato a leggere grazie a qualche sporadica lezione presa dal fratello più grande, vi fu anche questo libro e, sebbene la sua scarsa scolarizzazione le impedisse di comprendere la complessità delle informazioni in esso contenute, ne acquisì e memorizzò alcune che mi trasmise con naturalezza ed ingenuità, mischiate alle leggende popolari ed ai suoi ricordi di Atena di inizi 900. Fu così che, nell'inconsapevolezza di entrambi, mi fornì notizie esclusive di cui solo col tempo ho capito l’inestimabile valore.
Dei racconti di “nonna” Giovanna, preferivo quello della torre del castello tanto alta che dalla sua cima si poteva vedere il mare del golfo di Salerno e ancor più quello di Atteone tramutato in cervo dalla dea Diana per punizione, perché l’aveva spiata mentre si faceva il bagno nuda nel lago che un tempo c’era nella nostra valle[i] e che fu poi sbranato dai suoi stessi cani mentre tentava di mettersi in salvo sulla collina di Atena. Più di tutti però mi affascinava quello del presunto anfiteatro sepolto proprio nella largura davanti la nostra abitazione “un palazzo appartenuto ai Marino, una famiglia nobile che, andata in bassa fortuna, l’ha dovuto vendere”.
Infatti, i Marino, sebbene non nobili ma possidenti, sono stati un’antica ed illustre famiglia di Atena, tanto che poterono fregiarsi di uno stemma (purtroppo trafugato negli anni 80) ed ottenere il privilegio della sepoltura, di alcuni membri, all’interno della Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore[ii].
Alla luce di ciò, si comprenderà quanto il riferirsi al suddetto palazzo con nomi diversi da quello del suo committente e cioè dell’abate Severiano, come si evince chiaramente dal cartiglio sul portale in cui si legge:
D. SEV. AB. MAR F.F. A.D. 1781,
è un marchiano strafalcione storico”[iii] che interrompe, tanto pericolosamente quanto inutilmente, la continuità con gli antichi documenti, tra i quali anche questi fondamentali testi sulla nostra storia che si vogliono giustamente valorizzare e tramandare attraverso la ristampa ed in cui il palazzo Marino è più volte menzionato proprio in relazione al rinvenimento, nei suoi pressi, di importanti vestigia[iv].
Purtroppo, quando ancora non avevo raggiunto l’età per potermene prendere cura, il libro andò smarrito e dovettero passare molti anni prima che mi si presentasse nuovamente l’occasione di averlo tra le mani. Avvenne alla fine degli anni 80 e, ancora una volta, il ricordo del libro è legato a quello di una persona che mi è stata molto cara: il professor Gaetano Lamattina. A quei tempi mio padre dirigeva l’ufficio postale di Caggiano e grazie a lui ebbi modo di conoscere quello che è stato, non solo uno degli uomini più acculturati del Vallo di Diano, ma anche uno dei più seri ed appassionati storici locali. Fu in occasione di uno dei nostri incontri che mi donò una copia fotostatica del libro, preso in prestito alla Biblioteca Apostolica Vaticana, una delle tante che frequentava abitualmente per le sue ricerche. Personalizzata in questi miei anni di studi con sottolineature e note in continuo aggiornamento, ancora la conservo gelosamente, così come “nonna” Giovanna aveva conservato per anni la stesura originale.
Concludo questa mia breve ma utile divagazione, con un doveroso tributo di riconoscenza all'avvocato Curto, uomo di cultura e primo fra gli atinati ad essersi interessato allo studio delle nostre vestigia, i cui risultati raccolse in questo libro. Un testo dal quale, chiunque voglia cimentarsi in ricerche sul nostro passato, non può e non deve prescindere, nonostante le ingenuità e la scarsa scientificità di un lavoro di ricerca che, ricordiamolo sempre, fu affrontato non da un esperto archeologo, bensì da un avvocato con la passione per l’archeologia ed uno sviscerato amore per la sua terra natia. L’arduo tentativo che perseguo da anni di ricostruire l’evoluzione urbanistica del nostro comune, limitatamente alla parte dell’insediamento delimitato dalle mura ed alla sua estensione su via Borgo-Braida, senza il supporto di queste informazioni sarebbe stata impresa impossibile. Infatti, è anche grazie a G. B. Curto se oggi sappiamo di alcuni siti archeologici di fondamentale importanza e che rappresentano punti fermi per una ricostruzione attendibile. Ricostruzione resa difficile non solo dalla carenza di documenti ma anche dal sovrapporsi, alle poche notizie certe, di congetture e deduzioni errate che negli anni hanno finito per seppellire le tracce autentiche e che sono scaturite da una ricerca che, ancora oggi, erroneamente si ritiene esaurita con la traduzione del testo di un’epigrafe o con la consultazione bibliografica, ma che necessita invece di riscontri sul campo. Verifiche necessarie che non possono essere condotte senza adeguate cognizioni di urbanistica, indispensabili per individuare l’inscindibile rapporto che in ogni abitato esiste tra gli edifici specialistici (templi, teatri, anfiteatri, strutture difensive) e l’edilizia minore e tra questi e la viabilità, da e per gli altri insediamenti. Altrettanto importanti le cognizioni di tecnologia delle costruzioni e di storia dell’architettura, necessarie per individuare l’esatta natura delle tracce rinvenute e per saper riconoscere i caratteri distintivi di uno stile, così da metterci al riparo da errori banali, come il datare un intero edificio per la presenza nello stesso di una suppellettile di epoca precedente, elemento non ancorato indissolubilmente, né al suolo, né al resto del fabbricato e che, con buone probabilità, potrebbe essere stato trasportato da altri luoghi. Proprio sulla descrizione di alcuni errori commessi per la mancanza di una vera competenza e sulle ripercussioni di queste errate conclusioni sugli studi più recenti, si incentra questo mio intervento introduttivo al testo.

Stampato nel 1901 dalla Tipografia De Marsico di Sala Consilina, grazie ad un sussidio di £, 200 accordato con deliberato del Consiglio comunale datato 15/06/1900[v], “Notizie storiche sulla destrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX”, cronologicamente si colloca tra “Istoria di Atena Lucana” del Dottor Michele Lacava, edito nel 1893 e “Atena antica”, della Dottoressa Elena D’Alto, stampato nel 1985. In quanto fonti più antiche, nonostante le palesi contraddizioni ed imprecisioni, i primi due testi hanno profondamente influenzato la cultura locale trovando, nel corso degli anni, cassa di risonanza in pubblicazioni di vario tipo, mappe dei rinvenimenti archeologici, totem informativi, siti internet, ecc, fino ad approdare di recente anche nelle audio guide del nostro Antiquarium, che le hanno divulgate accreditando le errate conclusioni dei loro autori, in seguito fatte proprie o riportate da studiosi più recenti.
Emblematico il caso del ritrovamento di ruderi nello slargo tra i palazzi Caracciolo e Caporale (l’attuale piazza V. Emanuele), erroneamente attribuiti ad un tempio dedicato a Giove, proprio dal Curto. Di parere totalmente diverso, il suo amico S. Macchiaroli a cui aveva chiesto consiglio e che, in una lettera del 22 agosto 1881, sulla base della sola approssimativa descrizione dei ritrovamenti fornitagli dallo stesso Curto, individua la vera natura dell’edificio rinvenuto e così la comunica al suo interlocutore: “Questi ammennicoli potrebbero dar luogo a diversi giudizi. Quindi potrebbe almanaccarsi essere un luogo pubblico di bagni, e di una costruzione che si prestava all’antica docciatura”. Sebbene la descrizione del rinvenimento da lui stesso riportati nel testo: “In tutto quello scavo grande quantità di ferruggine, con dei pezzi di ottone e piombo squagliato […] e nella parte concava di entrambe si rinvenne una grande ambollina di vetro bene sigillata, piena d’un liquido bianco come acqua. Disigillata, il suo liquido emetteva grande fragranza […]”  ed i dubbi sollevati da Macchiaroli suggeriscano una maggiore cautela nelle conclusioni sulla reale destinazione dell’edificio, Curto resta della sua idea. Ugualmente non hanno incertezze gli autori della mappa dei siti archeologici del nostro comune, realizzata alla fine degli anni 90 ed affissa nei pressi di palazzo Spagna, in cui si accredita l’interpretazione di Curto. Una decina di anni dopo la sua realizzazione, in occasione di lavori relativi ad un tratto fognario che attraversa piazza V. Emanuele, si rinvenne un’epigrafe che sconfessò definitivamente l’ipotesi del tempio, indicando invece con certezza l’ubicazione in quel luogo di un “balneum”, cioè di un edificio termale[vi], come correttamente intuito da Macchiaroli.
Altrettanto errata l’interpretazione del Curto dei reperti rinvenuti nell’insediamento storico all’interno delle mura medievali, in un’area compresa tra il castello e la chiesa di Santa Maria Maggiore, di cui riferisce: “Che vi abbia esistito il Teatro, basta per tutta prova la grande iscrizione iscovertavi ultimamente, e da noi descritta in detta parte terza. Invero nel 1880 quel Municipio, facendo ricostruire nell’abitato, sopra la piazza, una via, fu bisogno scavarla per quattro metri, dallo scompaginato suolo si riavesse quanto segue: […] Furono scavati pure N. 28 intagli di bianca pietra, ognuno di lunghezza un metro, larghezza e spessezza mezzo; e tra questi N. 8 che formavano uniti lunga epigrafe a caratteri cubitali, con ogni lettera di 30 centimetri e più d’altezza, la quale iscrizione accennava al Logeo del Teatro, che si leggeva sull’architrave: e diceva: Logismus quatuorvirorum sterne – Statius Marcellius inchoaver. Sicché era il frontespizio del Logeo teatrale, oggi palcoscenico”. Nella parte terza, cui l’autore rimanda, troviamo la sua traduzione dell’iscrizione: “Logismo de’ Quatuorviri fece lastricare – Sesto Marcello aveva cominciato – I decurioni posero”, cui segue l’interpretazione del reperto rinvenuto: Dunque in Atina, tra i Quatuorviri ve ne era uno appellato Logismo, che, omesso il nome proprio, prese quello denominativo dell’ufficio che rivestiva, cioè di prendere cura del Logeo teatrale […]. Il Logeo, coll’intero teatro, nei Municipii era sorretto dai Quatuorviri. Dal che risulta che in Atena fuvvi il Teatro Greco fino all’epoca Romana; e il cui Logeo era stato cominciato da Stazio Marcello – inchoaver. E fu il ceto dei Decurioni Atinati, rappresentante la Plebe, che, con detta epigrafe, vollero lasciarne il ricordo ai posteri nel frontespizio del Logeo – Decuriones posuerunt”.
Il solito Macchiaroli, in una lettera datata 8 agosto 1881, gli scriveva: “Vengo ora ad aprirti il mio animo intorno ai marmi letterati del Logeo di codesta antichissima Atena. […] Inoltre come sta scritto il concetto che ci si volle trasmettere dall’antichità, è meravigliosamente espresso senza invocare costruzioni greche, ebraiche, sanscrite ed altri vecchi idiomi! […] Or, Logismo, è per me uno dei quatuorviri di Atena […] Costui, cioè Logismus uno dei quatuorviri, incominciò il Logeo, inchoavar che poi Sesto Marcello spianò per intero, sottintendendo alla voce dell’infinito sterne, quella del finito che meglio calza alla manifestazione dell’idea. Il Logeo poi, al quale corse la mia mente, è non solo figlia del monumento trovato, cioè di un largo e lungo spianato di marmi, ma dell’idea pienamente acclarata tra gli archeologi, che l’antica Atena avesse un teatro e non già un anfiteatro […]”.
Ancora una volta, Macchiaroli aveva visto giusto. La corretta traduzione dell’iscrizione, oggi conservata nell’Antiquarium, infatti recita: “ – Logismo – Marcello, supremi magistrati per l’amministrazione  della giustizia, incominciarono a pavimentare il foro con denaro (pubblico o proprio) per decreto dei decurioni”
La formazione classica di Curto, indubbiamente di buon livello, è però inadeguata a garantirgli la corretta interpretazione dei rinvenimenti che i lavori dell’epoca riportano alla luce e che necessita, invece, di una vera competenza archeologica con esperienza sul campo. Evidente, infatti, l’assenza di un metodo scientifico nei suoi studi: nessuno schizzo del ritrovamento, misure approssimative e che vengono restituite indifferentemente, ora in metri, ora in palmi, descrizione dei siti mai dettagliata e senza precisi punti di riferimento. Ingenuità a cui aggiungerei anche il mio personale dubbio sulle reali dimensioni degli scavi, che ritengo palesemente esagerate in più occasioni[vii] e che potrebbero essere spiegate dal suddetto campanilismo.
Tornando ai ritrovamenti in occasione dei lavori di costruzione di palazzo Caporale, viene naturale chiedersi come mai la loro particolare natura non ha suscitato in Curto il benché minimo dubbio. Forse perché ai suoi occhi i “[…] grossi blocchi o massi di pietra affaccettati […] e tutto, come avessero appartenuto a grande circolare edificio” s’incastrano perfettamente con il contenuto dell’epigrafe XXVI, rinvenuta nel muro esterno della Taverna del Principe, quindi a pochi passi di distanza dall’area degli scavi e da quella che, per lui, indubbiamente “è la chiara dimostrazione della esistenza del Tempio di Giove in Atena”.
Anche in questo caso, come per il ritrovamento del supposto teatro, Curto è ingannato da errori di lettura del dato rinvenuto, che non riesce a riconoscere proprio perché, come abbiamo già detto, a digiuno di basilari cognizioni di urbanistica che lo portano ad una disposizione dei monumenti restituita nelle sue pagine prescindendo da una necessaria visione d’insieme dell’intero insediamento. In occasione del rinvenimento del supposto teatro, la forzatura è talmente evidente che dovrà ammettere: “Non possiamo poi dire il perché lo si trovava nella Cittadella, cioè nell’Acropoli. Avrà dovuto essere rifatto, come prima, dopo la distruzione dell’antica Atena […]”. Palese la sua difficoltà di fronte a quelle che ritiene le vestigia di un teatro, rinvenute in un sito dalle caratteristiche inadeguate ad ospitarlo e che lo portano a perdersi dietro ipotesi tanto fantasiose, quanto insostenibili, da cui l’amico Macchiaroli lo mette inutilmente in guardia[viii].
Del resto, ritengo scontato che Curto conoscesse bene le opere di chi, prima di lui, aveva scritto sull'antica Atena, così come credo sia altrettanto logico ritenere che ogni sua conclusione venisse vagliata anche alla luce delle ipotesi scaturite dai precedenti studi: dai più remoti fino all'allora recente lavoro di Lacava. Sa, quindi, che proprio nella stessa area in cui lui è convinto di aver trovato le tracce di un teatro, quest’ultimo ha invece ipotizzato l’esistenza di un tempio o del foro e sa che vecchi documenti, citati anche dallo stesso Lacava, attestavano l’esistenza di tre porte nella cinta muraria di Atena: porta Parva a sud-ovest, porta di Roma a sud-est e porta d’Aquila, l’unica oggi ancora esistente, a nord-ovest. Con le necessarie conoscenze dell’urbanistica romana, avrebbe concluso che la presenza di porte ad est e ad ovest implicano automaticamente l’esistenza di un percorso che le collega e che è continuazione della via che secondo questa direttrice conduce dentro la cittadella. Di prassi, nell'urbanistica dell’antica Roma, vi era anche un collegamento ortogonale al primo che collegava le porte lungo questo secondo asse. La provata porta sud di Atena però non si contrapponeva ad un ulteriore varco a nord, in quanto il Vallone Arenaccio rende di fatto inaccessibile questo versante dell’abitato. Lì dove i principali assi dell’urbanistica romana e cioè il Decumano (il percorso con andamento Est-Ovest) ed il Cardo (il percorso con direzione Nord-Sud) s’incontravano, solitamente sorgeva il Foro, luogo rappresentato da una spianata rettangolare che ben combacia con la descrizione data dallo stesso Curto al Macchiaroli, che nella lettera fa riferimento al “monumento trovato, cioè di un largo e lungo spianato di marmi”.
Detto per inciso, la Dottoressa Elena D’Alto, nella sua pubblicazione del 1985 abbracciò la tesi del Foro: “il Borgo medievale ripercorreva l’antico decumano che continuava la salita verso il foro, raro esempio di foro alto e lastricato”[ix] dimostrando la sua indubbia conoscenza dell’urbanistica romana e del riutilizzo di edifici e percorsi, in epoca medievale.
Appare chiaro, a questo punto, che Curto basa le sue convinzioni su congetture che, a loro volta, si fondano pericolosamente su di un assioma che ha ereditato proprio da Lacava, che scrive: Di edifizii pubblici, le iscrizioni non parlano; ma naturalmente la città, dovè avere teatri ed anfiteatri, il foro, le terme, e i pubblici condotti di acqua”[x]. Niente più di un’opinione quella di Lacava, che però trova terreno fertile nel campanilismo di Curto il quale, anche sulla scorta di quanto scritto da più antichi autori, rincara la dose a quel dovè avere teatri ed anfiteatri”, asserendo: Evvi chi vi ammettè il solo Anfiteatro, chi l’uno e l’altro, cioè Teatro e Anfiteatro; e non poteva mancare in una grandiosa città come Atina.”
Lacava vuole[xi] l’anfiteatro nell'attuale piazza V. Emanuele, probabilmente per la forma curva dei manufatti trovati e le ampie dimensioni del sito che li ospitano e, forse, anche perché vicino all'epigrafe che ne testimonia l’esistenza (la numero XXIV in Curto, rinvenuta ancora una volta nella fabbrica della Taverna del Principe). Nel contempo ritiene che “Un edifizio, possibilmente teatro, dové esistere nell'area che si estende all'angolo orientale della casa De Marino, ad andare verso la cappella di San Giuseppe Murano”[xii]. Teatro e non più anfiteatro, come invece da lui stesso precedentemente asserito[xiii], quindi una traccia per niente chiara che, alla luce del ritrovamento in occasione della costruzione di palazzo Caporale, potrebbe invece appartenere a quei “vestigi” di teatro documentati dal monaco Luca Mandelli nella seconda metà del 1600, che però nel suo scritto non li ha ubicati[xiv].
Dato ugualmente poco chiaro anche per Curto che, convinto di aver collocato correttamente il teatro nei pressi della chiesa di Santa Maria Maggiore, conclude che i ruderi rinvenuti nei pressi di palazzo Marino non possono che appartenere all'anfiteatro, anche perché: “E di vero, una grandiosa città come si era la nostra, guerriera sotto gli antichi dominatori, non poteva essere privata di quel pubblico luogo, dove si esercitavano gli spettacoli ed i ludi. […] un’area capiente per migliaia di persone […]; di conseguenza, nella largura dell’attuale piazza V. Emanuele può collocare, senza tema di smentita, il tempio di Giove. In tutto questo affannarsi a collegare gli edifici alle epigrafi che li testimoniano: Sicché noi niente abbiamo inventato […] Sicuri poi di non essere affatto smentiti, atteso i luoghi ed i fatti son quelli”, sembra però dimenticare che, nell'elenco dei grandi monumenti che non potevano mancare in quella grande città che voleva fosse l’antica Atena, vi doveva essere anche il Foro, che ritengo plausibile abbia sacrificato perché gli mancano reperti attestanti la sua esistenza.
Come già detto, Curto, come Lacava prima di lui, non riesce a cogliere l’importanza di una necessaria visione d’insieme dell’insediamento e non attribuisce la giusta importanza nemmeno all'anomalia della concentrazione di più epigrafi nello stesso luogo, evidentemente trasportatevi, forse anche da luoghi d’origine ben lontani, per essere reimpiegate in nuove fabbriche[xv]. Va infine detto che, secondo T. Mommsen, considerato il più grande classicista del XIX secolo, proprio l’epigrafe che testimonierebbe un avvenuto combattimento tra due gladiatori e quindi: soltanto per deduzione l’esistenza di un anfiteatro nell'antica Atina, è un falso storico[xvi]. Se così fosse, proprio le fonti verso le quali Curto nutre cieca fiducia potrebbero essere inattendibili, così come i vecchi manoscritti del 600, infarciti da fantasticherie dei loro autori[xvii].
In conclusione, riguardo alla vera natura dei ruderi testimoniati nei pressi di palazzo Marino, ancora non vi è alcuna certezza perché mai supportati da una concreta prova archeologica. Eppure, nonostante la totale assenza di conferme, il contenuto degli scritti su Atena di autori passati e più recenti, abbracciano indifferentemente le discordanti ipotesi degli autori più antichi, senza però addurre alcun valido argomento a sostegno dell’una o dell’altra ipotesi. In ogni modo, per far luce sulla reale natura dei ruderi testimoniati, ritengo sia necessario innanzitutto evitare di ripetere pedissequamente quanto scritto da altri in passato ed operare invece un serio approfondimento sull'attendibilità di queste testimonianze, partendo proprio dall'accertamento della reale presenza in Atena degli stessi “testimoni”. Ricerca che potrebbe chiarirci se questi autori si siano soltanto limitati a riportare e congetturare su quanto riferito da una più antica fonte giudicata attendibile: il suddetto monaco agostiniano Luca Mandelli di Diano, il più accreditato storico locale, che a sua volta avrebbe potuto interpretare in modo non corretto quelli che ritiene essere “i vestigi d’un magnifico teatro”[xviii].
In sintesi, nei riguardi di un teatro, od anfiteatro per dirla alla Macchiaroli[xix], da oltre un secolo nulla di “archeologicamente nuovo” sotto il sole e niente di più della meccanica ripetizione di assiomi su cui si è voluto fortemente basare un teorema ancora lontano dall'essere dimostrato. Sulla scorta delle ricerche che conduco da anni, sulle informazioni trasmessemi da “nonna” Giovanna e poiché io stesso sono stato testimone di alcuni ritrovamenti, passati sotto silenzio, durante la realizzazione della rete fognaria in via Borgo-Braida negli anni 70, sono giunto ad una conclusione plausibile che potrebbe far chiarezza sull'annoso dilemma. La complessità delle argomentazioni richiede però una trattazione a parte, che spero di ultimare a breve.
Concludo con un’ultima precisazione, che ancora una volta mette in guardia dall'accettare senza discernimento quanto riportato dalle antiche fonti: Curto attribuisce al prete D. Elia Marino la vendita di una statua di Ercole in oro massiccio ma, come già detto, il “prete” era Don Severiano Marino, mentre Don Elia era il fratello. Detto Don Elia, con la sua famiglia, abitò fino alla morte la prima residenza dei Marino, nel cui portale si legge la data 1760 e che, ulteriore errore, Curto riporta come “le case Mango”, famiglia che non ha edificato il palazzo ma che lo ha soltanto acquistato ottanta anni dopo la sua costruzione, così come soltanto un secolo dopo la sua costruzione fu ceduta anche la residenza più recente, la stessa dalla quale scrivo queste brevi note[xx].

Atena Lucana, 21/04/2016

Arch. Angelo Sangiovanni




NOTE:

[i] La notizia, che veniva tramandata come leggenda ha, invece, fondamento storico. Infatti, il Vallo di Diano nel Pleistocenico era un lago, prosciugatosi in epoca storica. Alla nascita della leggenda contribuì probabilmente Paolo Eterni che, nonostante le precise informazioni tramandate da Cassiodoro sul Battistero di San Giovanni in Fonti, indica questo edificio come il “Lavacro di Diana” e, richiamando “Le metamorfosi” di Ovidio, lo descrive come il mitico luogo dove la dea fu vista nuda dal cacciatore Atteone.
[ii] Questo e tanto altro di interessante ed inedito è emerso dalle mie ricerche, compresa l’esistenza di un altro e più antico edificio di loro proprietà, di cui si era totalmente persa memoria ed il cui ritrovamento in antichi documenti, è fondamentale per un tentativo di ricostruzione attendibile dello sviluppo dell’urbanistica atinate.
[iii] Nei documenti dell’epoca, insieme a Severiano, lo troviamo anche come Xaverianus o, meno frequentemente, come Saveriano.
[iv] Tale strafalcione, che indicava il palazzo come “Di Santi” e cioè con il nome dei primi acquirenti, che poco tempo dopo ne rivendettero una parte alla mia famiglia, fu riportato tra il 2004 ed il 2005, sia nel totem posizionato nei pressi del mercato coperto, sia nel non certo impeccabile contributo atinate al libro "Viaggio nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857. L'opera di Robert Mallet nel contesto scientifico e ambientale attuale del Vallo di Diano", stampato a cura di G. Ferrari per la SGA Editore, per poi approdare, rimbalzando per anni tra vari siti internet, sulle audio guide dell’Antiquarium di Atena Lucana. Memore della scarsa attenzione data in passato da chi di competenza al sottoscritto ed al pericolo presagito, questa volta ho segnalato la presenza del falso storico in via ufficiale, chiedendo ed ottenendo il ritiro delle audio guide dall’Antiquarium comunale, in cui erano riportate, oltre a questa, altre notizie storiche prive di fondamento.
[v] Langone Michele Ciro Lu cuntu ri l’atinati Buccino (Sa), Grafica Martino, 2015
[vi] Ringrazio la Dott.ssa Anna di Santo, funzionario responsabile dell’Ufficio Beni Archeologici di Sala Consilina, per avermi confermato la natura del prezioso reperto, ora conservato nei depositi del Municipio.
[vii] Ritengo altamente improbabile la profondità dello scavo per le fondazioni di palazzo Caporale, da lui riferite come superiori ai 10 metri, cioè pari quasi all'altezza del fabbricato fuori terra. Prestando fede a questa misura come quota del ritrovamento, dovremmo spostare anche il piano di campagna del luogo in epoca romana, che determinerebbe un salto di quota enorme rispetto a quella del piano terra della vicina torre del XIII sec. In ogni caso, la profondità riportata dal Curto dei ruderi del supposto tempio di Giove, discorda anche con quella del ritrovamento dell’iscrizione del balneum, rinvenuta molto più in superficie. Stessa perplessità ce l’ho anche per i 40 palmi dell’altezza del muro dell’anfiteatro trovato in via Borgo-Braida che abbasserebbero il piano di campagna di circa 11 metri. Non riesco poi ad immaginare quale evento abbia potuto causare la completa sepoltura di un edificio così imponente, né chi e con quali soldi avrebbe finanziato l’enorme scavo ed il successivo rinterro testimoniato da Curto. Lo stesso dicasi per la spesa e la difficoltà dello scavo in roccia profondo 4 metri, in occasione del ritrovamento del “Logeo”
[viii] Si aggiunga a questo, che nel sito del ritrovamento, indicato con sufficiente precisione dalla Dott.ssa Elena D’Alto nel suo libro, ancora oggi sono affioranti le rocce che fanno da fondazione per le case dell’abitato dentro le mura e che non denunciano alcun intervento per la loro trasformazione in gradinate.
[ix] D’Alto Elena, Atena antica, Laveglia Editore, Salerno, 1985
[x] Lacava Michele, Istoria di Atena Lucana Napoli: R. Tip. F. Giannini & F., 1893.
[xi] Uso il temine “vuole” e non “attribuisce” poiché do per scontato che il Dott. Lacava non abbia mai potuto vedere i lavori di scavo per la realizzazione di palazzo Caporale ed i relativi ruderi rinvenuti in quanto, come risulta da più contributi storici sulla vita del Dott. Lacava, reperibili anche online, questi nel 1866 non poteva essere ad Atena Lucana in quanto medico al seguito di Garibaldi a quel tempo impegnato a Ravenna nella guerra contro gli austriaci. Lacava ebbe modo di visionare i ruderi di Atena soltanto tra il settembre ed il novembre del 1882 quando, insieme a F. Bernabei, accompagnò l’archeologo francese F. Lenormant nel suo viaggio di studio tra Lucania, Vallo di Diano e Cilento, condotto tra il 1880 ed il 1883. Da qui ritengo derivi l’incertezza, di cui si dirà appresso, sull'attribuzione dei ruderi visionati nei pressi di palazzo Marino e che Lenormant attribuisce ad un anfiteatro. Incertezza quella di Lacava che costituisce, a mio giudizio, un importante indizio.
[xii] Lacava Michele, op. cit.  pag. 73.
[xiii] “Nell’attuale paese vicino all’abitazione del signor Marini sono appariscenti gli avanzi di un anfiteatro” Lacava Michele, op. cit., pag. 50, nota 2.
[xiv] Didier Arturo, Diano: città antica e nobile, Teggiano, 1997
[xv] I Caracciolo reimpiegarono le pietre della torre e di parte del castello, ormai diroccati, per la costruzione del palazzo nell’attuale piazza V. Emanuele.
[xvi] Come del resto, sempre il Mommsen, giudica apocrifa anche la XXIX, che fa invece un chiaro riferimento ad un anfiteatro. 
[xvii] Ho avuto modo in passato di dimostrare con un’esemplificazione grafica che quanto asserito da Paolo Eterni nella metà del XVII sec. sulla torre di Atena, fossero delle fantasticherie. Quanto invece da lui riportato in riferimento alle vestigia di un antico teatro, non si discosta da quanto affermato da Luca Mandelli.
[xviii] Didier Arturo, op. cit.
[xixMacchiaroli Stefano “Diano e l’omonima sua valle”, Gabriele Rondinella Editore, Napoli, 1868.
[xx] Ulteriore precisazione, nella precisazione, a dimostrazione che nessuno è immune da errore. In realtà mi è sfuggito il dettaglio, importante, che il Don Elia prete a cui si riferisce Curto non è il fratello minore dell'Abate Severiano, ma un loro discendente. Infatti, Curto si riferisce ad un ritrovamento avvenuto nel 1836, quindi avvenuto dopo la morte di Elia e Severiano.




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© Arch. Angelo Sangiovanni
Vietata la riproduzione di testo ed immagini

lunedì 3 agosto 2015

Le grotte dei saraceni

“Colui che non sa e non sa di non sapere È uno sciocco. 
Evitalo. 
Colui che non sa e sa di non sapere È un fanciullo. 
Istruiscilo. 
Colui che sa e non sa di sapere È addormentato. 
Sveglialo. 
Colui che sa e sa di sapere È un saggio. 
Seguilo.” 

Proverbio arabo


Già in passato ho avuto modo di evidenziare fandonie riportate come episodi della nostra storia, talvolta spacciate ad arte per leggende, nell'intento di renderle più "vere", ricalcando un modo di fare comune anche tra gli antichi autori. In alcuni casi infatti, ho potuto verificare che le notizie tramandateci sono più figlie del campanilismo dei nostri avi che della vera ricerca.
Tra le più fantasiose: la torre tanto alta da cui si poteva vedere il mare oltre gli Alburni. Più recenti: l'atto di cannibalismo a danno di un principe medievale mai identificato, l'esistenza di una fantomatica Università degli (Studi) Atinati,  la creazione dal nulla  di un inesistente Palazzo Di Santi in via Borgo Braida, attuale via Umberto I (col conseguente serio rischio della perdita della memoria dello storico Palazzo Marino), le porte della cinta muraria medievale che si spostano da ovest ad est, la ricostruzione a dir poco bislacca del castello riportata in una pubblicazione degli anni 90 (cui ha fatto seguito quella altrettanto fantasiosa, purtroppo addirittura realizzata qualche anno fa),
Al peggio però non c'è mai fine: è di qualche giorno fa il rinvenimento in internet di un articolo su "Cilentano.it" che cita le fantomatiche grotte, perciò riprendo un mio vecchio scritto e lo adatto all'occasione.



Il percorso per le grotte


Cito l'Enciclopedia Treccani: " SARACENI. - Nome col quale nel Medioevo cristiano europeo sono stati designati genericamente gli Arabi. Il vocabolo, con questa accezione, è del tutto ignoto alla tradizione storica e letteraria degli Arabi stessi (...). Comunque sia, presso gli autori più antichi il nome di Saraceni (Σαρακηνοί) non designa l'intero popolo arabo, ma soltanto una popolazione stanziata sulle coste del golfo di 'Αραβικά Aqaba, nella parte meridionale della penisola del Sinai.(...) il nome dei Saraceni, il cui uso si fa frequente negli scrittori dei due ultimi secoli dell'età antica, finì col designare l'intera stirpe degli Arabi nomadi (...) Non manca tuttavia (così ancora A. Musil, The Northern Ḥeǧâz, New York 1926 pp. 311-12) chi mantiene l'antica etimologia da sharqī "orientale", termine col quale gli Arabi del deserto settentrionale designano tuttora i nomadi razziatori (appunto perché le regioni desertiche, dove hanno sede le tribù dedite al brigantaggio, si trovano a oriente della zona coltivata); e tale etimologia, che mette in rilievo il carattere di predoni dei nomadi, concorda nel senso con l'altra, che ebbe fortuna in passato, secondo cui Saraceni deriverebbe dal verbo saraqa "rubare". Sennonché l'una e l'altra sono insostenibili, in quanto non tengono conto che l'appellativo di "Saraceni", in questa accezione, non si trova nella lingua araba.(...)In significato più ristretto s'indicano col nome di Saraceni quei nuclei di Arabi, provenienti dall'Africa settentrionale, i quali, dopo l'occupazione della Sicilia, nel sec. IX e X, fecero spedizioni e stabilirono stazioni militari lungo le coste dell'Italia meridionale, della Liguria e della Provenza (famosa tra tutte quella di Frassineto; v.), spingendosi, in cerca di bottino, fino ai valichi alpini e in Svizzera."

Il termine "saraceni" indica quindi, nel Medio Evo e cioè nel periodo in cui si suppone abbiano attraversato il Vallo di Diano, l'intero popolo arabo. Soltanto una supposizione perché, a parte un paio di fonti storiche che farebbero intuire un loro passaggio nella nostra valle, ad oggi non abbiamo ancora ritrovamenti che lo testimonino con assoluta certezza.

Il versante nord dell'insediamento antico di Atena Lucana, visto dalla Rupe Rossa. Sullo sfondo: il Vallo di Diano.


Riporto anche un sunto di quanto contenuto in uno dei tanti siti che descrivono la civiltà araba di quel periodo: "Tenevano molto alle buone maniere e il comportamento a tavola era ineccepibile: mangiavano a piccoli bocconi, masticavano bene, non mangiavano aglio e cipolla, non si leccavano le dita e non usavano gli stuzzicadenti. Il gentiluomo musulmano si lavava ogni giorno, si profumava con acqua di rose, si depilava le ascelle e si truccava gli occhi. Per la strada ogni tanto si fermava davanti ai numerosi portatori di specchi per controllare e accomodare la propria acconciatura. Si vestiva con eleganza e non indossava pantaloni rattoppati. I passatempi preferiti dei gentiluomini erano la lotta dei galli, gli scacchi e la caccia. Tra il popolo erano diffusi il gioco dei dadi e quello della tavola reale.
Oltre che nei costumi della vita quotidiana, gli Arabi lasciarono profonde tracce del loro passaggio nella cultura: Palermo sorsero scuole arabe dove si insegnava la sfericità della Terra e i punti cardinali. Lo studio degli astri era molto diffuso e l'astronomia è loro debitrice di molto termini: azimut, zenit, nadir, ecc... Ancora adesso in Sicilia sopravvivono un po' dovunque modelli di architettura araba e quando questa cultura dopo il mille si incontrò con quella normanna nacque la più alta civiltà del medioevo europeo, da cui più tardi derivò quella del Rinascimento.
Anche nell'agricoltura gli Arabi portarono innovazioni: le irrigazioni delle "huertas" (come quelle della "conca d'oro" presso Palermo), colture del cotone, della canna da zucchero e del riso, dell'arancio, coltura della seta, industrie tessili, ceramiche, ecc... Degno di nota è anche il grande sviluppo urbano, i musulmani avevano fissato definitivamente la capitale della Sicilia a Palermo che nel X secolo contava già 300.000 abitanti e in tutto l'occidente musulmano era seconda solo a Cordova. Molti porti sulla costa opposta del Tirreno: Amalfi, Salerno, Napoli, Gaeta erano economicamente nell'orbita di Palermo e della Sicilia musulmana. La moneta del califfato fatimita era il Dinar che aveva corso in tutta l'Italia meridionale ed era imitato altrove. Quando la conquista normanna ( 1061 - 1089 ) riunisce questo territorio musulmano ai territori cristiani d'occidente, gli scambi si fanno più intensi. Le tecniche della coltura della seta e la sua lavorazione arrivano ad esempio nell'Italia settentrionale (Lucca, Venezia).
La Sicilia e l'Italia meridionale hanno acquistato nell'epoca musulmana conoscenze d'ogni tipo, come la Spagna: conoscenze mediche, filosofiche, astrologiche, scientifiche. Questo fenomeno come abbiamo già detto continuerà durante il periodo normanno e alla corte di Federico II, la Sicilia e la Spagna costituiscono i punti più importanti attraverso i quali sono penetrati in Occidente gli influssi orientali, che contribuiranno a determinare quella che sarà l'opera di sintesi del grande Rinascimento italiano."

Giusto per capirci: se dico "i tepee dei pellerossa d'America" o "i tucul degli etiopi" o "gli igloo degli eskimesi" o "le tende dei Tuareg", alludo alle loro abitazioni e perciò, allo stesso modo, se dico "grotte dei saraceni", alludono al fatto che essi, in un certo periodo, per un certo periodo (che deve supporsi sufficientemente lungo), le abbiano abitate. 
Credendo alle grotte dei saraceni ad Atena Lucana in questo senso, dovremmo quindi credere che nello stesso periodo, gli stessi individui che erigevano architetture splendide (palazzi, moschee, ecc.) anche nel nostro territorio, esperti di coltivazioni, che al loro passaggio lasciava profonde tracce nella cultura locale (che stranamente nel vallo non si sono mai trovate), che si depilava le ascelle e si truccava gli occhi, decideva di venire ad abitare, come trogloditi, le nostre grotte, fredde, umide e senza il minimo comfort? Ovviamente tutto ciò è poco credibile e quindi un'eventuale ipotesi di insediamento stabile di saraceni nelle nostre grotte è da scartare.

In verità qualcuno potrebbe obiettare che ad Atena Lucana esiste il toponimo "Saracino" (che significa "Saraceno", nel nostro dialetto), ma è anche vero che, mentre qualche autore del passato ha voluto attribuire la sua esistenza alla presenza di un accampamento saraceno in quel sito (di cui non si sono mai trovate le tracce), altri, invece, più semplicemente, lo ricollegano al cognome di un antico proprietario di quei fondi. In ogni modo, è bene ripeterlo, ad oggi non vi è prova storica della presenza degli arabi nel Vallo di Diano, di conseguenza nemmeno ad Atena Lucana e, pertanto, non esistono prove a suffragio dell'una o dell'altra teoria.  Il Saracino infatti, è un'area che si divide tra un bosco, sito sul versante più a monte e le colture lato valle, che si estendono nell'adiacente località Foresta (nel dialetto locale "a Fresta"). In questi siti, come nell'intera area più alta ad est e sud est dell'abitato, non vi sono grotte, ma abbondano pianori fertili e ricchi di acqua. Va inoltre detto che tale località è un promontorio soleggiato, con una splendida vista sull'abitato stesso e su gran parte della valle, attraversata dalla principale via di comunicazione tra il nord della Campania, la Lucania e la Calabria, realizzata in epoca romana ed oggi ricalcata più o meno fedelmente non tanto dalla S.S. 19 Via Delle Calabrie, come si è creduto per un lungo tempo, ma dall'Autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. Non altrettanto diretto il controllo sulle vie che da essa si diramavano per l'insediamento antico. In sintesi: un luogo distante un paio di chilometri dall'abitato antico (e per questo non sono convinto dell'utilità di un campo militare dei saraceni in quella zona) sebbene comodo ed in qualche misura anche strategico.

Di contro, le cavità naturali del nostro territorio, abbondano sul versante nord, nei promontori vicini ai confini con la Basilicata, ma sono rappresentati da antri con superfici di pochi metri quadrati che suggeriscono, per la loro sola presenza, possibili insediamenti preistorici.
A scanso di equivoci, archiviamo fin da subito la "pratica" della leggenda narrata dagli anziani del posto, in quanto sono nato e cresciuto in questo paese quando i ragazzi e soprattutto i bambini, ascoltavano gli anziani perché erano affascinati dai loro racconti e mai ho sentito questa leggenda, né dai miei nonni, né da altri loro coetanei. Purtroppo, questo della leggenda narrata dagli anziani è soltanto una subsdola trovata per dare una parvenza di veridicità a quanto è, invece, recente invenzione. Ne è prova il fatto che questi "anziani narratori" restano puntualmente anonimi.
Falsa, quindi, la storia dei ritrovamenti durante la seconda guerra mondiale, quando alcune delle suddette grotte furono usate da famiglie atinati come rifugio, mentre altre si ripararono nelle gallerie della Calabro Lucana. Falsa perché le grotte sono state da sempre rifugio di pastori e greggi (oltre che di animali selvatici). Non vi sono, inoltre, notizie di ritrovamenti avvenuti in altre epoche poiché sarebbero stati sicuramente riportati negli scritti degli storici locali.
Falsa anche la leggenda costruita ad hoc dello "sparuto gruppo di saraceni" che, inseguito da tal Siconolfo e dalla sua truppa, si nascosero nelle grotte del vallone, facendo perdere le proprie tracce.
A meno che Siconolfo e truppa a seguito non avessero infilato i copricapo alla rovescia, così che impedissero loro di vedere anche dove mettevano i piedi, i saraceni non avrebbero avuto alcuna possibilità di nascondersi in quei piccoli antri, inutili anche ai ragazzini per giocare a nascondino.
Infatti, come si può leggere sullo stesso sito del Comune: "La grotta si apre in calcari intensamente fratturati. L’ingresso è costituito da ampia caverna che si sviluppa in direzione nord-ovest per una lunghezza di 50 metri. Le pareti laterali presentano una serie di nicchie più o meno profonde, dalle forme comunque tondeggianti; il fondo si presenta con pendenze pressoché costanti di 20° dal fondo verso l’ingresso ed è ricoperto di deposito ghiaioso, tra il quale emerge talvolta qualche blocco di vecchio crollo. La volta presenta un’altezza costante nel tratto iniziale mentre nella parte verso il fondo si alza improvvisamente fino ad arrivare ad un’altezza di 15 metri. La grotta è popolata da una colonia di pipistrelli." - http://www.comune.atenalucana.sa.it/index.php/il-sentiero/le-grotte/grotta-grande


Dettaglio del Vallone Arenaccio con la Rupe Rossa in primo piano

Qui il paesaggio è totalmente diverso, rappresentato da luoghi rocciosi con pendii fortemente scoscesi e non coltivabili, come la Rupe Rossa e gli altri promontori del versante a nord della collina su cui sorge l'insediamento storico di Atena Lucana. Le pareti scoscese del versante nord della collina su cui sorge l'abitato di Atena Lucana e quelle della Serra d'Atena, creano il Vallone Arenaccia, in cui scorre il torrente omonimo, e si affacciano le suddette grotte. Tra queste anche la più grande di tutte, detta appunto Grotta Grande, una stanza unica ampia non più di duecento metri quadrati.

Chiarito che anche la storia del nascondiglio dei saraceni fa acqua da tutte le parti, sempre a scanso di futuri equivoci (le leggende, specie quelle metropolitane, mutano nel tempo arricchendosi spesso di nuovi contenuti), escludiamo eventuali varianti di un loro uso da parte di un esercito saraceno invasore.
Del resto orde di saraceni approdarono sul suolo campano perché richiamati  proprio da Radelchi e Siconolfo, rispettivamente principi di Benevento e Salerno, in guerra tra di loro.
A che pro un esercito invasore avrebbe deciso di risalire il canalone percorrendo sentieri per capre, col rischio di essere travolti dai massi rotolati dall'alto del costone dai difensori dell'abitato, nonché quello prevalentemente roccioso e scarsamente soleggiato e perciò privo di grandi aree coltivate utili ad un esercito che deve approvvigionarsi?
Che utilità avrebbe tratto dall'occupazione di una serie di piccoli, freddi e perciò inutili antri e dare l'assalto ad un centro abitato dal versante meglio difeso naturalmente?

La Rupe Rossa  ed il Vallone Arenaccio visto dall'insediamento antico di Atena Lucana

L'assalto si da scegliendo la posizione più vantaggiosa per gli assalitori e non per i difensori, così come l'assedio si fa tagliando i rifornimenti agli assediati, quindi controllando militarmente le vie di comunicazioni principali e non i sentieri delle capre.
Tutto questo senza contare che ancora oggi e da sempre, gli eserciti in movimento usano le tende per realizzare i propri accampamenti e che gran parte delle popolazioni "saracene" erano anche culturalmente legate a questo tipo di riparo.
Molto più utile creare invece, un campo nell'area oggi occupata dalla piazza e dal borgo extra moenia, un'ampia spianata sita a ridosso dell'abitato fortificato e che rappresenta il crocevia obbligato di tutte le strade da e per l'abitato. Lo stesso sito che gli antichi autori atinati hanno voluto indicare come sedi di molti grandi edifici di epoca romana, tra cui templi, bagni e perfino un "teatro forse anfiteatro".

E con questo credo che abbiamo messo una parola definitiva alla presenza dei saraceni nelle grotte atinati ed a tutte le possibili varianti che si vorranno in futuro creare ed indebitamente attribuire a non ben identificati "anziani del posto".

Allora come si spiega la nascita di questa nuova fandonia che narra di presunte grotte "abitate" dai saraceni?
Succede che, talvolta, un tecnico in cerca di lavoro, s'informa sulle nuove misure finanziate e cerca, tra le varie voci finanziabili, l'ispirazione per un progetto da proporre all'Amministrazione di qualche Comune che potrebbe averne bisogno e dal quale ricevere il tanto agognato incarico.
Cosa del tutto normale, perché noi tecnici di questo viviamo, di incarichi pubblici e privati.
Nel processo però talvolta interviene anche un "esperto di marketing" convinto che, per far finanziare il progetto, non è sufficiente che questo sia ben fatto o che sia veramente utile (forse non è nemmeno necessario), ma deve far colpo presso il funzionario di turno con un nome accattivante. Succede così che per far finanziare il progetto di recupero a fini turistici di un antico sentiero di pastori, sia necessario inventarsi un suo passato storico più prestigioso, magari come antica via che conduce niente poco di meno che alle fantomatiche "grotte dei saraceni".

L'ingresso della Grotta Grande


Le "grotte dei saraceni"  rappresentano un falso storico creato con la stessa logica dell'altrettanto poco credibile "via dei pellegrini" di qualche anno prima e di cui parleremo a tempo debito.
Questi nomi improbabili sono frutto della fantasia e della mancanza di cognizione storica dei suddetti "esperti di marketing" che così creano, più o meno inconsapevolmente, pericolose notizie false al solo fine di promuovere presso gli Enti che dovranno finanziarli, progetti spesso ancor meno credibili dei fantasiosi nomi che gli affibbiano. Tanto, tra le non competenze di chi valuta i progetti, c'è anche la verifica della veridicità di quanto affermato a giustificazione dell'utilità del progetto. Sarebbe però interessante leggere il contenuto delle Relazioni Descrittive di questi progetti, parti sostanziali che, come il contenuto di un articolo di giornale, dovrebbe essere coerente con quanto sintetizzato nel titolo. 
Intanto i politici di turno si vendono il progetto, tra una cena ed un caffè al bar e gli pseudo storici, che nulla hanno imparato da Erodoto, insieme ai giornalisti che niente hanno a che vedere con Bob Hoodward e Carl Bernstein, tra una recensione su internet e l'altra, commissionata per pubblicizzare un locale o una rievocazione storica all'amatriciana, amplificano il falso storico. Questo passa parola senza le necessarie verifiche contribuisce a diffondere in forma virale, il falso storico creato ad arte, fino a farlo diventare verità storica, quanto meno tra coloro che hanno altra formazione scolastica e che si avvicinano a questi argomenti, spinti, nella maggior parte dei casi, più dalla curiosità che da un vero interesse per la propria storia.
Il fatto più grave è che più passa il tempo, più perdiamo il contatto con la nostra vera storia e più confondiamo la cultura con il floklore, il mito con la leggenda metropolitana, il falso con il vero.
Forse sta succedendo perché mancano gli stimoli che ci riportino sulla giusta via. Eppure sarebbe bello ritrovarci tutti insieme, giovani e meno giovani e iniziare questo percorso a ritroso per ritrovare le nostre radici e smetterla di essere foglie in balia del vento ad ogni progetto da far approvare.
Sarebbe invece utile che la Pro Loco si assumesse il compito di smentire queste fandonie in forma ufficiale, contattando i proprietari di questi siti e chiedendo la rettifica di quanto non rispondente al vero. Per difendere la nostra identità e la verità sulle nostre origini. Sarebbe anche utile che la Pro Loco destinasse parte dei fondi che percepisce, per finanziare progetti di ricerca, magari sottraendoli alle suddette rievocazioni storiche all'amatriciana.


© Arch. Angelo Sangiovanni
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domenica 10 febbraio 2013

Dello scomparso Palazzo Marino ed altre doverose precisazioni

Nel 2004 esce, a cura di G. Ferrari e per la SGA Editore, il libro "Viaggio nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857. L'opera di Robert Mallet nel contesto scientifico e ambientale attuale del Vallo di Diano", a cui sono allegate alcune mappe delle aree interessate dall'evento sismico ed un DVD.
Il libro riporta le testimonianze di questo ingegnere irlandese dell'ottocento, raccolte da lui stesso durante il viaggio nelle aree colpite dal disastroso sisma del 1857 ed intrapreso su incarico della Royal Society of London, allo scopo di studiare e capire gli effetti dei terremoti e migliorare le conoscenze dell'epoca sulla sismologia.
L'opera, sebbene datata, è ancora oggi di grande interesse non solo per gli "addetti ai lavori", ma anche per chi non ha una preparazione tecnica, perché è indubbio il fascino che le vecchie foto esercitano, spingendo bene o male tutti a cimentarsi nel riconoscimento di persone e luoghi lontani nel tempo. Fascino che l'opera del Mallet conserva inalterata nel tempo e che esercita anche sulle nuove generazioni, perché tante sono le foto dei paesi colpiti scattate dal fotografo francese Alphonse Bernoud che lo accompagnava nella spedizione ed altrettanti i disegni dello stesso Mallet a commento del suo diario di viaggio.
Opera pregevole dicevo e descrizione abbastanza precisa ed accurata, almeno per quei luoghi che mi sono familiari perché li studio da tanti anni, fin dai tempi in cui si demoliva e s'interveniva senza alcun rispetto delle preesistenze e senza troppi ripensamenti, tempi in cui si era ben lontani dall'idea (non che oggi sia molto cambiato il modo di pensare) che ci fosse qualcosa da preservare e conservare. Luoghi che ricordo una volta pieni di vita e che oggi sono quasi totalmente disabitati e in cui da tempo mi aggiro come un fantasma, talvolta da solo, altre volte con amici e compagni di studi, ad osservare, prendere appunti, fotografare, misurare, ricostruire idealmente quello che poteva essere. Pochi interessati quelli che ormai da un anno stanno condividendo con me questa esperienza e le conoscenze legate al nostro diverso corso di studi, ben consapevoli che il lavoro di ricerca è un lavoro serio, lungo, faticoso e parecchio costoso. Ci confortano però i risultati, perché più andiamo avanti, più scopriamo cose nuove e ci accorgiamo che poche sono le certezze e tanti i dubbi sulla storia di una bellissima realtà mai veramente conosciuta e perciò talvolta descritta con qualche imprecisione più o meno grave.
Il centro storico di Atena oggi ha difficoltà a raccontarsi e a noi che gli chiediamo informazioni risponde come un amico confuso perché non ricorda più chi è. Sempre più evidente ci appare invece la drammaticità di quella inutile e lontana richiesta di aiuto della scomparsa e compianta Dottoressa Elena D'Alto, agli Enti ed ai suoi concittadini, in un libro di ampio respiro sulla nostra storia, ultimo di una trilogia che inizia con La Cava e che arriva a lei passando per Curto. Questi, ancora oggi, gli unici testi che pur con qualche incertezza o piccole imprecisioni, si possono ritenere attendibili, insieme a pochi documenti antichi e rare fotografie d'epoca sopravvissute al disinteresse di troppi. Altrettanto utili, anche i ricordi degli ormai pochi testimoni diretti di certi cambiamenti.
Al di fuori di questo: antichi palazzi “perduti”, ricostruzioni di castelli del tutto improbabili e cannibali laureati che non sono buoni nemmeno per farci una sagra. Tutte “verità storiche”che hanno però, in un modo o nell'altro, trovato l'avallo di chi invece doveva verificare l'attendibilità del dato e fermare la diffusione di falsi storici e leggende metropolitane.
Alcune di queste imprecisioni sono rinvenibili ad esempio nella parte scritta da autori locali a completamento del citato volume sul viaggio di Mallet, notizie che, insieme ad una bibliografia non accreditata, hanno goduto della credibilità a loro estesa, per una sorta di proprietà transitiva, dalla condivisione della fortuna di un testo di grande notorietà ed attendibilità storica.
Altro documento ufficiale, più o meno coevo alla pubblicazione del citato volume di Mallet e che ha contribuito alla diffusione di informazioni storiche errate, è il totem antistante il mercato coperto, un elemento di arredo urbano la cui funzione, sotto l'egida di Enti quali la Comunità Montana, la Pro Loco ed il Comune, è far conoscere palazzi, piazze e monumenti locali. Le errate informazioni si sono diffuse negli anni senza smentite e oggi le ritroviamo, oltre che nel citato testo di Mallet, su vari siti internet, soprattutto legati alla pubblicità di alberghi e ristoranti, per rendere più accattivanti pacchetti turistici con iniziative “culturali” varie.


Il totem di Atena Lucana

Dettaglio del totem di Atena Lucana


Purtroppo a nulla sono valse le mie tempestive segnalazioni a riguardo ed ai rischi connessi alla loro diffusione; così come per il libro di Mallet, la “cornice” era troppo costosa perché si potesse pensare di sostituire la “tela” e si è finito per ufficializzare un falso storico, perché in un contenitore molto costoso.
In questo contesto, ricostruire la storia di un luogo non significa solo cercarne le tracce e scriverne, ma anche riscrivere il già detto, perché si rende necessario prima ripulire il racconto del passato dalla parte posticcia, così come a volte è stato necessario liberare una facciata da quegli intonaci inopportuni che hanno nascosto le epigrafi murate nell'edificio. 
Inutile precisare ancora una volta che a monte di questo, come degli altri miei scritti, non è la polemica sterile, ma la speranza di restituire alcuni episodi ed edifici di Atena alla verità storica.
A distanza di anni ancora cerco quello che è stato colpevolmente dimenticato e malamente riscritto, con la speranza che possano invogliare le nuove generazioni alla ricerca della nostra identità.



Palazzo Marino, come si presentava alla fine degli anni 70. 
A destra, ad angolo, il prospetto orientale di Palazzo Pessolano Filos, già rimaneggiato


Palazzo Marino

Possiamo riassumere in queste poche note la sua storia: è ubicato nello slargo di Via Borgo Braida (detta anche Via Umberto I), di fronte “alle case dei Mango” e contiguo a Palazzo Pessolano (in seguito Pessolano-Filos), donato qualche decennio fa alla Congregazione delle Suore Ancelle dell'Immacolata.  

Fu costruito da Don Severiano Marino, Abate e membro del capitolo di Santa Maria Maggiore,  nell'ultimo trentennio del 1700, come testimonia la data 1781 riportata nella chiave di volta del portale, in cui si legge chiaramente: << DSEV. AB. MAR F.F. A.D. 1781>>.

La chiave di volta ed il gancio per lo stemma sull'ingresso più antico di Palazzo Marino
Inequivocabilmente palazzo Marino quindi e non Di Santi, eppure, incomprensibilmente così riportato nei suddetti e recenti documenti ufficiali, correndo il rischio di consegnare alla storia un palazzo Di Santi del tutto inventato e, nel contempo, perdere memoria di uno tra i più antichi e tante volte citato in documenti dell'epoca, come gli Status Animarum (sebbene indirettamente), ma non solo.
Infatti, palazzo Marino o dei Marini[1] è citato in testi a carattere storico, redatti da vari autori, a proposito del ritrovamento dei ruderi di un presunto anfiteatro (o teatro, secondo altri autori), in occasione di lavori stradali che a fine ottocento hanno interessato via Borgo Braida.
L'anfiteatro viene ubicato nello slargo antistante palazzo Marino in:

"Istoria di Atena Lucana" -1893 – pubblicazione del Dott. Michele La Cava
nota 2 a pag. 50 
pag 73
pag. 92)

Notizie storiche sulla destrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX” - 1901 – pubblicazione dell'Avv. G. B. Curto
pag. 40
pag. 91

Tornando alla storia del palazzo, l'abate Severiano, costruttore dello stesso, lasciò l'edificio in eredità ai figli del già defunto fratello Elia. 
A questo punto, senza dilungarci ulteriormente in questioni genealogiche, che saranno trattate altrove e a tempo debito, possiamo desumere che vari decenni più tardi, dagli eredi di Elia, il palazzo sia stato acquistato da Luigi Di Santi, padre di Vincenzo, Giuseppe, Basilio ed Amelia o forse dai tre fratelli insieme.
Nel corso degli anni, le parti di questo edificio di proprietà di Vincenzo, Giuseppe, Serafino e Reginalda, ma non quella di proprietà di Basilio, saranno in parte ereditate e per il resto acquisite dal Dott. Ettore di Santi, di cui i suddetti erano rispettivamente: padre, zio,  fratello e sorella[2]. Alla morte del Dott. Ettore Di Santi, avvenuta nella prima metà degli anni '70, la parte di palazzo Marino di sua proprietà passerà ai di lui 3 figli: Luigi, Concetta (poi Castellano) e Antonietta (poi Vitiello).
Ultima informazione di interesse storico riguarda lo stemma araldico che domina il portale di questa parte dell'edificio, trafugato pochi anni dopo l'evento sismico del 1980. La chiave di volta del portale a destra, quella appunto sormontata dallo stemma, ha una terminazione a punta, presente anche in altri portali di palazzi di Atena privi dello stemma di famiglia. Spiegazione plausibile a giustificare la terminazione a punta invece di una “a cuscino” potrebbe essere il diritto a fregiarsi dello stemma araldico non coevo alla sua realizzazione, in quanto riconosciuto a Don Francesco Marino, decurione e sindaco dell'università di Atena, nipote di Severiano Marino.
Questo per quanto riguarda i passaggi di proprietà dell'ultimo piano e dell'ala destra del fabbricato, quindi della parte adiacente il Palazzo Pessolano-Filos che, come già accennato, è attualmente sede dell'Istituto delle Suore Ancelle dell'Immacolata.
La parte sinistra di Palazzo Marino, come si vede nella foto, in origine leggermente più bassa di quella appena descritta (per i motivi che diremo in un lavoro in fase di realizzazione e che ne traccerà tutta la vera storia), ad esclusione dell'ultimo piano, era stata ereditata dal dott. Basilio. Il portale da cui oggi vi si accede è più semplice ed in chiave è privo delle cifre o di altri riferimenti ai Marino e questo credo possa legittimamente far sorgere il dubbio che il portale, così come oggi lo vediamo e che porta la data 1920 in numeri romani, non sia coevo alla realizzazione dell'edificio stesso.  Anche questo aspetto sarà dettagliatamente trattato nel suddetto lavoro in fase di ultimazione.

Ingresso alla parte di proprietà degli eredi di Lopardo Angelo

L'unicità originaria dell'edificio però non è assolutamente in discussione, per una serie di lecite considerazioni di varia natura e che sono:

  • di ordine stilistico: impaginazione della facciata con allineamento delle aperture che restituiscono il classico vuoto su vuoto e pieno su pieno, l'identica scelta stilistica per i davanzali delle finestre del piano nobile;
  • di ordine strutturale: orditura dei solai e i muri di diverso spessore a seconda della funzione;
  • di ordine distributivo: continuità strutturali interrotte che suggeriscono le aree dei nuovi interventi distributivi;
  • perché testimoniato da varie servitù riportate negli atti notarili in seguito citati. 

Possiamo quindi dedurre che nel 1920, il dott. Basilio, nell'intento di dare indipendenza alla propria abitazione, abbia realizzato sul fronte principale un nuovo ingresso al piano nobile, forse semplicemente ampliando un preesistente ingresso alle pertinenze occupanti il piano terra dell'intero palazzo o, coerentemente con la terminazione destra, con la sostituzione di una delle finestre "ad oblò", tipiche dei locali adibiti a magazzini. A conforto della mia ultima ipotesi di ricostruzione, l'adiacente pertinenza appartenente tuttora all'altra proprietà, in origine finestra di magazzino, trasformata negli anni 60 in porta metallica di accesso al garage, dalla famiglia Di Santi. Se non vi fosse stata altra apertura sul fronte, il fabbricato, in cui si è avuto cura anche dei davanzali delle finestre al primo piano, sarebbe stato privato di quell'eleganza d'insieme, data appunto dalla citata sovrapposizione del “vuoto su vuoto e pieno su pieno”.  In sintesi, finestra o ingresso ai magazzini che fosse, dobbiamo ammettere necessariamente la presenza di un ulteriore vuoto, anche lì dove nel 1920 verrà realizzato l'ingresso al piano nobile della proprietà del dott. Basilio.
Contemporanea ritengo, per i suddetti motivi, la realizzazione di due nuovi setti murari ad angolo, che gli permettevano di separare in nuovo ingresso al piano nobile, dalle pertinenze al piano terra e anche di una nuova rampa della scala interna, che gli garantiva l'indipendenza dell'accesso dal nuovo ingresso all'alloggio al primo piano. Precedentemente alla realizzazione di queste opere, il dott. Basilio poteva raggiungere i suoi alloggi al primo piano dalla scala presente nell'unico originario ingresso al fabbricato e cioè quello risalente alla costruzione del palazzo e sormontato dal cartiglio. L'alternativa, molto meno elegante e non attuabile dalla piazzetta era quella di accedervi mediante la scomoda scala di comunicazione interna ai magazzini di via Stretta Della Croce. Una volta realizzato l'ingresso indipendente, l'ormai inutile apertura che dalla scala dell'atrio illuminato dal lucernario introduceva all'ala di Basilio e di cui vi è ancora chiara traccia nel mio studio, fu murata, sperando di fatto i due corpi al primo piano ma conservando, tramite i magazzini comuni, la loro unione al piano terra. Tale separazione definitiva fu poi operata da Angelo Lopardo, lasciando sopravvivere, tra le servitù che legavano le ormai diverse proprietà:

  • La finestra al primo piano, che grazie al lucernario che illuminava l'originario ingresso, illuminava anche il nuovo vano scalo di Basilio.
  • Il pozzo di uso comune, al piano terra in quell'area oggetto della suddetta separazione.
  • Lo scarico in una fossa settica comune ubicata nell'orto retrostante il fabbricato, negli anni spostata di qualche metro ed ampliata, per le mutate esigenze sopravvenute ed in cui hanno confluito gli scoli di bagni, cucine, stalle, magazzini, ecc., fin ben oltre la realizzazione della rete fognaria al Borgo, risalente agli anni 70 inoltrati.

Il piano terra, come già accennato, era sede di ampie pertinenze, che Vincenzo Di Santi, fratello di Basilio, pensò di utilizzare come "ammasso", cioè come magazzino per la raccolta di prodotti agricoli. Un ingresso ai magazzini ancora riconoscibile, era ubicato sul fronte orientale, nel piccolo slargo di Via Stretta della Croce, molto più ampio all'epoca della realizzazione del palazzo, in quanto non esisteva nemmeno l'adiacente frantoio della famiglia Pessolano Filos, ultimato nei primi dell'ottocento. Ha in chiave la cifra “M”, che allude chiaramente ai Marino ed è sormontato anche stavolta dalla classica apertura di areazione ed illuminazione dei magazzini, come meglio si dirà in seguito. 

A destra, l'ingresso ai magazzini di palazzo Marino in Via Stretta Della Croce e, nascosta alla vista dal muro a sinistra della finestra a piano terra, l'originario ingresso al frantoio dei Pessolano-Filos.

Dettaglio del portale, con  la cifra "M" in chiave

Tornando all'ingresso principale all'abitazione di Basilio, sempre in chiave, al di sopra della menzionata data in numeri romani, è presente un'incisione purtroppo non molto leggibile ma in cui credo di poter identificare un caduceo, simbolo che richiama alla professione medica, effettivamente esercitata da Basilio. Nella composizione sono chiaramente riconoscibili un serpente ed un bastone mentre, la parte meno leggibile, sembra rappresentare la coppa di re Guda o forse il copricapo alato e capovolto di Hermes.
Il 24 Ottobre 1931, la signora Zoe Cappelli fu Enrico, vedova del Dott. Basilio Di Santi, nello studio del notaio Giuseppe Coiro di Felice, residente in San Pietro al Tanagro, vende la parte di edificio di sua proprietà a Giovannina Scotese, moglie e procuratrice di Lopardo Angelo di Antonio, all'epoca residente in Montevideo per ragioni di lavoro.
Lo stesso fu, all'inizio degli anni 80, ereditato dalla signora Gentile Ermelinda (mia madre), attuale proprietaria.


Dettaglio della chiave di volta con il Caduceo e la data MCMXX

In chiusura, una breve ma interessante divagazione.
L'ingresso ai magazzini dell'ammasso dal piccolo slargo di Via stretta della Croce, così come quelli nel prospetto principale su via Borgo Braida, sono denunciati, oltre che da dagli anelli in pietra dove venivano legate le bestie da soma, anche da piccole aperture protette da inferriate e poste ad un altezza tale da consentire una buona illuminazione e areazione dei locali ma, anche per questioni di sicurezza, non un affaccio. Sul fronte del Borgo, a poca distanza dall'ingresso dell'abitazione della Sign. Gentile Ermelinda, l'anello per le bestie da soma è metallico ed è cementato nella bocca di in un elegante volto in pietra. Sempre davanti l'ingresso principale (rimosse negli anni 70), due elaborate colonne cilindriche in calcare, simili a quelle ancora presenti all'ingresso dell'adiacente edificio religioso. Con lo stesso affaccio su via Stretta Della Croce del prospetto orientale del palazzo Marino, vi era anche l'ingresso ad un frantoio di proprietà dei Pessolano Filos (anche questo, da qualche anno, di proprietà della signora Ermelinda Gentile), il cui portale in pietra, occultato alla vista dalla strada da abusi edilizi risalenti agli anni 70, poi sanati con la 47/80, porta scolpita in chiave la data 1801. La sua fattura è identica a quella dell'adiacente ingresso all'ammasso, così come le aperture di aeroilluminazione sono identiche a quelle prima descritte e che ritroviamo non solo ad illuminare ed areare i magazzini di palazzo Marino , ma anche di quelli dell'adiacente Palazzo Pessolano-Filos , ora sede dell'istituto religioso (modificate da lavori di ammodernamento negli anni 90), di quelli dell'abitazione attualmente di proprietà della famiglia Mango e, ancora, quasi in Piazza Vittorio Emanuele, ad illuminare ed areare quelli dell'abitazione più vecchia dei Pessolano- Filos (in origine palazzo Cimino) e del Palazzo Curto/D'alto. La stessa tipologia è poi rinvenibile in molti palazzi storici dentro le mura medievali. Questo ripetersi di scelte formali per le aperture, credo siano la dimostrazione di una coerenza stilistica protrattasi per almeno un cinquantennio e di cui si parlerà diffusamente in un lavoro sui palazzi ed i portali del nostro comune. 

Tutto questo, sempre nella speranza di essere stato di essere stato utile all'università di Atena Lucana.


Note:

  1. In La cava si ritrova ubicato in Via Borgo Braida, invece di palazzo Marino, "casa De Marino" o anche come "abitazione del signor Marini", per indicare "dei Marino", "di proprietà dei Marino". Nel secondo caso trattasi, ovviamente, di improprio uso al plurale del cognome.
  2. Giuseppe Di Santi, alienata la sua parte, abiterà un palazzo ottocentesco ubicato a ridosso del tratto a sud della cinta muraria medievale. Per completezza d'informazione, c'è da dire ancora che al tempo risiedeva in Palazzo Marino, pur non essendo proprietaria di alcuna parte dell'immobile, anche la signora Amelia, zia di Ettore di Santi e che sarà la madre dell'Arciprete Don Giuseppe Gallo.


  • La ricostruzione dell'impianto originale l'ho dedotta dall'osservazione diretta dell'edificio e da considerazioni di carattere stilistico, distributivo e strutturale.
  • La ricostruzione del passaggio dell'immobile dagli eredi dei Marino alla famiglia Di Santi, è stata possibile grazie alle informazioni fornitemi dalla signora Gentile Ermelinda, erede diretta di Scotese Giovanna e Lopardo Angelo.
  • La ricostruzione del passaggio dell'immobile dagli eredi di Basilio Di Santi a Scotese Giovanna e Lopardo Angelo è stata possibile grazie alla lettura degli atti notarili e dalle informazioni fornitemi dalla suddetta signora Gentile Ermelinda.
  • La ricostruzione della genealogia della famiglia Marino e dei passaggi del palazzo tra i vari eredi della famiglia, è stata possibile grazie alle notizie di archivio fornitemi dall'amico Francesco Magnanti e da successivi studi di approfondimento fatti dal sottoscritto. 




La salita del petto con la sua diramazione sinistra, verso Porta D'Aquila e destra, verso Porta Piccola


Porta D'Aquila:

Era l'ingresso all'abitato attraverso la diramazione sinistra (per chi sale dalla valle) della “via del petto”, un antico percorso che si staccava dalla Via Annia o Popilia (cfr Prof. V. Bracco in "Storia del Vallo di Diano Vol. I - Laveglia), la consolare romana che da Capua conduceva a Reggio attraversando longitudinalmente la Valle e risaliva la collina, poco più che una mulattiera, per permettere l'entrata nel nucleo abitato intra moenia, attraverso Porta D'Aquila. La diramazione destra conduceva invece alle altre due porte di accesso all'abitato: Porta Piccola, che era rivolta verso mezzogiorno e Porta della Piazza o Porta di Roma, rivolta circa ad est.
Porta d'Aquila, come la scomparsa Porta Piccola, è rivolta verso il Vallo di Diano e verso gli Alburni, la catena montuosa che lo divide dal Cilento. Il Cilento che affaccia sul mar Tirreno, il nostro mare ad ovest. Porta D'Aquila, che guarda in direzione del mare, di conseguenza guarda ad ovest (per la precisione a nord-ovest) e non già ad est.
Del resto, ogni atinate sa per esperienza diretta che il sole tramonta alle spalle degli Alburni in direzione di San'Arsenio e che, inequivocabilmente, quello è  l'occidente, e sa che sorge tra il comune di Brienza e quello di Sala Consilina, che sono ovviamente tra nord-est e sud-est o, se si preferisce, verso oriente.
L'erronea posizione di Porta d'Aquila rispetto ai punti cardinali è riportata nel discutibile contributo atinate alla ristampa del libro di Mallet, in cui si legge: “[...] mentre la Porta d'Aquila, posta nel lato orientale del nucleo storico, di origine medievale, immette nel primo girone ellittico del centro storico.”

L'abitato contenuto all'interno delle mura del XIV sec.
La freccia indica la posizione di Porta D'Aquila.

Eppure,  già in G. B. Curto, Capo VI – Epoca Presente - pag. 72 poteva rinvenirsi: “L'Atena medioevale, occorre ripeterlo, forse occupa il sito dell'antica Acropoli ed aveva mura e torri con tre porte: porta della piazza a sud est, porta piccola al sud ovest, e porta dell'aquila al nord ovest [...]”. 
Anche a non voler dare alcun credito all'antica esistenza di una Via Aquilia http://www.centrostudivallodidiano.it/ViewDocument.aspx?catid=6ff59741ea044a89bfd61b78cf1890aa&docid=b805ab16eb994b868a48f943e62c1c3d
invece che Annia o Popilia, come asserito da altri studiosi (come ad es. il già citato prof. V. Bracco), altra interessante ipotesi sull'origine del nome dell'antica porta è emerso durante una ricerca d'archivio condotta dall'amico F. Magnanti, nel corso dei nostri studi sul sito di Atena Lucana. Nell'occasione fu da lui rinvenuto un documento in cui si faceva riferimento ad un'abitazione e di una sua "porta ad Aquilonem", poi chiusa.
Da qui la sua ipotesi, per me logica, di poter ricondurre il nome dell'attuale Porta d'Aquila alla sua posizione rispetto al punto da cui soffia il vento di Tramontana, chiamato appunto Aquilone. Plausibile infatti, far risalire il nome della porta ad un originario "Porta ad Aquilonem" o forse, come nel caso del circuito murario a Firenze: "Porta contra Aquilonem".
In ogni caso, del tutto inventato e senza fondamento storico la leggenda metropolitana messa in giro da qualche anno e a scopi puramente commerciali, che vorrebbe far risalire il nome ad una mai documentata e provata presenza di aquile nel Vallone Arenaccio.



Il portale di Palazzo Spagna,  fine anni '60

Palazzo Spagna

sempre ad integrazione di quanto contenuto nel citato testo di Mallet, la descrizione data da questo edificio storico di Atena Lucana, la cui fama (ovviamente a livello locale) è seconda soltanto a quella di Palazzo Caracciolo, è la seguente: Palazzo Spagna, databile intorno alla fine del Seicento, ha in facciata un bel portone in pietra al centro del quale è posto lo stemma della famiglia […]e ancora “Palazzo Spagna: portale barocco
Una prima precisazione va fatta proprio a riguardo della descrizione poco felice delle componenti architettoniche: i portoni si costruiscono in legno, magari rivestito di metallo, ma mai in pietra altrimenti, a causa del loro eccessivo peso, non potrebbero essere aperti, venendo così meno alla funzione per la quale sono stati realizzati e cioè di ingresso alle abitazioni. Di pietra sono invece i portali e, riguardo a quello di Palazzo Spagna, importante è la datazione stilistica a mio giudizio non corretta, poiché anticipata di un paio di secoli. 
Lo stile Barocco in Architettura cominciò a svilupparsi a partire dal 1630 e non fu subito accolto con favore, specialmente dai fautori di un maggiore purismo stilistico che, tra le pecche di questo linguaggio, principalmente, individuavano proprio la sua mancanza di regolarità conseguente all'uso preponderante di forme dall'andamento sinuoso. Ellissi, spirali ed ogni sorta di costruzione policentrica sostituiscono infatti la razionalità dell'arco a tutto sesto, così come le linee sinuose sostituiscono la linea retta. La meraviglia ottenuta dalla forte teatralità, dalla decorazione eccessiva (talvolta esasperata), dai giochi di ombre negli articolati volumi, dovevano stupire. Riportare in questa sede le motivazioni di tale scelta stilistica sarebbe inutile e forse per alcuni anche noioso e perciò rimando, coloro i quali avessero interesse ad approfondire l'argomento, ai testi di storia dell'Architettura. Basti solo aggiungere che lo stile barocco rappresenta una chiara infrazioni a regole codificate e che tende a negare proprio gli aspetti di equilibrio ed armonia a fondamento dell'architettura classica, per concentrarsi invece sugli effetti formali ottenuti dal contrasto tra norma e deroga.
Osservando il portale di Palazzo Spagna, appare evidente che tali scelte stilistiche non sono invece predominanti nella sua composizione.
Riminiscenza chiaramente barocca sono le volute con angioletti ai lati dei piedritti, che invece si rifanno ad elementi dell'architettura classica (greca e romana), recuperati e riproposti negli stili architettonici successivi, sebbene ogni volta con differenziazioni. Come i suddetti piedritti, riminiscenze dell'Architettura antica sono anche i triglifi, altro elemento decorativo presente già in quella greca e poi ripreso da quella romana e che consistono in un fregio inserito nelle trabeazioni dell'ordine dorico, alternatamente alle metope
Ancora di riminiscenza classica, stavolta tipico dell'Architettura romana, è l'arco a tutto sestoelemento portante fondamentale e di larga diffusione nell'Architettura Romanica, poi abbandonato in favore di quello a sesto rialzato (o ogivale) nell'Architettura gotica, ripreso in quella rinascimentale con la riscoperta dell'architettura classica ed in particolare di quella dell'antica Roma e, di di nuovo “in disgrazia” nel periodo barocco, sarà ancora in auge nell'Architettura neoclassica.
Il barocco, com'è noto, è un movimento che muove dal manierismo, come questo dal rinascimento ed è proprio in questa evoluzione degli stili che è riposta la giusta chiave di lettura del suddetto portale.
Al di sopra della trabeazione appena descritta vi è un arco spezzato, altro elemento architettonico di rilievo nella composizione e che allude a quell'utilizzo tanto raffinato quanto disinvolto degli ordini classici che, come in questo caso, si spinge fino alla negazione della funzione strutturale. Questa tendenza è tipica dell'Architettura manierista, così come venne etichettata la tendenza non solo dell'Architettura ma di tutta l'arte, a partire dalla metà del XVI.
L'invenzione di questo artificio scenografico lo si deve a Michelangelo Buonarroti, uno dei geni dell'architettura italiana che lo utilizzerà la prima volta nella tomba di Lorenzo De Medici a Firenze e poi nel 1560, addirittura racchiuso nel frontone triangolare di Porta Pia a Roma, tanto per citare soltanto due tra gli episodi più noti. Al di sopra dei due mezzi archi ribassati, ancora un richiamo al barocco, dato dalle due "fiaccole".
Presi separatamente, nel portale lapideo di Palazzo Spagna troviamo riferimenti a svariati stili architettonici, ma non bisogna dimenticare che nella metà del 700 l'Architettura approdava ad una sorta di sincretismo il cui risultato fu la mescolanza, in una sola opera, di più linguaggi architettonici. Questo nuovo stile che, così come già l'Architettura del Rinascimento, guardava ancora una volta al passato, fu denominato neoclassicismo e rappresentò un fenomeno di portata internazionale che trovò la sua massima caratterizzazione nell'eclettismo, un linguaggio che s'impose per tutta la prima metà dell'ottocento. Passando per il neogreco, il neoromanico, il neogotico, il neorinascimentale, il neobarocco, ecc. rappresenterà una sorta di “revivalismo” che sarà abbandonato soltanto a partire dal 1893, quando verrà sostituito dall'Art Nouveau, il primo stile a carattere internazionale, decisamente non storicista.
Una più attenta lettura della composizione sembra escludere quindi che il portale possa essere barocco, mentre le sue inequivocabili allusioni allo stile dorico sembrano identificarlo piuttosto come neoclassico, posticipando di conseguenza la sua datazione stilistica al XIX secolo.
Come ho avuto più volte modo di dire in passato, questi rimandi stilistici sono riconoscibili nel piedritto scanalato che rilegge le forme della colonna dorica, con tanto di allusione al basamento, all'abaco e all'echino.

Del resto, anche senza volersi cimentare in una lettura articolata del portale, le iscrizioni negli stessi basamenti dei piedritti fanno coincidere l'epoca della sua realizzazione con quella in cui in Architettura era in voga proprio lo stile neoclassico. Nel basamento del piedritto di sinistra si legge infatti che il committente dell'opera fu il Canonico Michele Spagna <<DE SPAGNA HOS LAPIDES MICHAEL CONSTRUXIT ET AEDES>> ed in quello di destra la data 1807 e il nome dello scalpellino, tale Francesco Pitetti di Padula <<A. D. 1807. FRANCISCUS PITETTI DE PADULA F. (fecit)>>.


Palazzo Spagna, particolare del portale

Da queste informazioni possiamo dedurre inoltre che il materiale con cui è stato realizzato il portale è il lapideo calcareo che si estrae storicamente nelle cave di Padula, da sempre pietra da costruzione di un certo pregio e perciò utilizzata (così come quella che si estraeva a Teggiano) negli elementi rappresentativi dei maggiori monumenti del Vallo di Diano.
Difficile credere, infine, che un palazzo che si vorrebbe datare alla fine del 600, soltanto duecento anni dopo sia stato completato con il portale.
Una nota a margine: l'effetto prospettico cercato e ben ottenuto dalle scanalature dei piedritti del portale, nella trabeazione e anche nel sottostante arco a tutto sesto, enfatizzati con competenza anche dall'uso di una lavorazione diversa dei lapidei nella signorile scala antistante l'edificio, sono stati purtroppo mortificati da un discutibile intervento urbanistico degli anni 90. Quest'ultimo consiste in un uso massiccio ed ingiustificato di porfido a scaglie, esteso senza soluzione di continuità dalle scale, all'adiacente "muro della salita della piazza". Senso dell'arredo (o piuttosto: dell'orrido) urbano tutto atinate e che (purtroppo) ancora non è passato di moda, come ho già messo in evidenza nella descrizione del più recente intervento alla Schifa. 

Tutto questo, sempre nella speranza di essere stato di essere stato utile all'università di Atena Lucana.

© Arch. Angelo Sangiovanni

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