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domenica 18 maggio 2014

Superstitio e religio nelle antiche vie di Atena Lucana


 "Le antiche religioni con i loro simboli sublimi e ridicoli, bonari e crudeli, 
non sono cadute dal cielo, ma sono nate in quest'anima umana, 
la stessa che vive ancora oggi in noi.
Tutte quelle cose, le loro forme primordiali, vivono in noi 
e possono in qualunque momento assalirci
con forza distruttiva, 

in forma cioè di suggestione di massa, contro la quale il singolo è inerme."

Carl Gustav Jung, "L'Io e l'inconscio",1928




Secondo antiche credenze, ogni soglia aveva i suoi custodi ed ogni attraversamento di queste, ogni penetrazione in uno spazio interno implicava, con lo stesso, un patto solenne1. Per questo motivo, in alcune occasioni e, senza rendercene conto, spesso ripetiamo antichi riti il cui significato ci è sconosciuto, rispettando insegnamenti conservati e tramandati dalla tradizione popolare. Ripetiamo gesti e formule così come sappiamo di dover fare e, spesso, senza avvertire minimamente l'importanza di quell'insegnamento che gli avi ci hanno tramandato, convinti del loro potere apotropaico e della protezione di cui i posteri avessero bisogno e che la ripetizione di quei gesti e di quelle parole, avrebbero garantito.
Le porte nelle mura domestiche, così come un tempo anche quelle nelle mura della città, consentono ora come allora l'accesso ad un luogo intimo e perciò bisognoso di protezione, tanto da dover essere affidato a divinità tutelari e per capire quanto ciò sia vero, guardiamo ad alcuni esempi del passato. Il sistema viario del mondo romano, come la sua urbanistica, muoveva dall'incrocio tra i due assi principali Cardo (con andamento Nord-Sud) e Decumano (con andamento Est-Ovest) e prevedeva perciò la presenza di 4 porte ubicate ai loro estremi. Com'è noto, il protettore delle porte nell'antica Roma era Giano, una divinità bifronte perché il suo compito era presiedere non solo alle partenze ma anche agli arrivi. Sebbene l'opinione di Servio sul numero ideale delle porte di una città fosse diversa, nella convinzione che queste dovessero essere tre, anche lui concordava sulla necessità di una loro protezione e raccomandava di dedicarle a Giove, Giunone e Minerva, divinità di origine estrusca.
Anche nel mondo greco vi erano divinità a protezione delle porte ed anche lì era una divinità con più facce. L'equivalente greco del dio Giano  si chiamava Hermes e, a differenza di Hestia che nella mitologia greca simbolizzava il focolare e quindi il centro del luogo circoscritto della casa2, questi rappresenta tutto ciò che non è chiuso e stabile e perciò: il movimento, il passaggio, la transizione. Proprio per questo suo compito di presiedere al mutamento di stato, al contatto tra elementi estranei, al passare, era sotto la sua protezione anche la porta, che era il tramite del passaggio dall'esterno all'interno. Del resto, egli stesso ladro a cui nessuna serratura poteva resistere, chi meglio di lui avrebbe potuto assolvere il compito di fermare gli altri ladri?
La presenza sulle porte, di maschere raffiguranti gli dei serviva quindi a rendere simbolicamente presente un'essenza divina o demoniaca a loro protezione e testimonianze di divinità a guardia delle soglie sono perciò presenti in tutte le civiltà del mondo. L'immagine antropomorfa posta a tutela di un varco più antica di cui si ha conoscenza, risale a dodicimila anni prima della nascita di Cristo (paleolitico) ed è stata rinvenuta in Francia, incisa su di una pietra all'entrata di una grotta. Questa incisione è dunque la prima di una grande produzione di immagini poste a protezione di porte di città3 o di abitazioni, punti più facilmente vulnerabili, potenziali passaggi tra l'interno e l'esterno. A seconda delle epoche e dei luoghi, queste immagini rappresentavano antenati, divinità o esseri mostruosi e fantastici il cui compito era impedire l'accesso attraverso le necessarie brecce nella “recinzione” eretta intorno alla propria intimità,  come le porte, le finestre o anche i buchi realizzati sul tetto (magari di semplice paglia) per permettere al fumo del focolare di fuoriuscire.

Porta dell'Arco a Volterra

Ma oltrepassare una porta è anche un atto dall'alto valore simbolico, perché l'azione che si compie non implica soltanto una semplice mutazione degli spazi occupati fisicamente con il proprio corpo, ma presuppone un mutamento di stato, l'attraversamento di un confine anche ideale e che perciò simbolizza una crescita (nel senso di acquisizione di nuove conoscenze), se non addirittura una rinascita. Ovvi perciò i motivi della grande importanza data, fin dagli albori del tempo, al mezzo per il passaggio da uno spazio esterno, estraneo e perciò ostile e potenzialmente pericoloso, ad uno interno, familiare, protetto e quindi più sicuro. La porta, con il suo essere aperta o chiusa è, nel contempo, tramite o confine, consentendo o vietando l'accesso allo spazio cui da adito, concedendo o negando il passaggio attraverso essa. A seconda del suo stato, sinonimo di libertà o costrizione e di ogni cambiamento di stato connaturato ad ogni passaggio-attraversamento, di cui Hermes e Giano erano custodi.
Tornando alle maschere apotropaiche poste a tutela delle porte, ancora oggi è controversa l'origine della nascita della tradizione dell loro uso nel territorio italico. Secondo alcuni studiosi l'origine è celtica poiché, come riportato da Strabone e Diodoro Siculo, per queste popolazioni la testa rappresentava la sede delle maggiori virtù dell'uomo e per questo vi era l'usanza, presso i guerrieri gallici, di abbellire le proprie case con le teste dei nemici uccisi. Secondo pochi altri, invece, l'usanza potrebbe invece risalire alla civiltà etrusca e romana, data la grande importanza delle maschere presso queste civiltà, ereditata in occasione dei contatti con la civiltà greca. Interessante rimarcare l'importanza presso i greci della maschera del sileno, frequente simbolo di morte. Si potrebbe perciò pensare alle maschere come figure alludenti a spiriti tutelari della casa, quali i penati o i lari domestici e perciò, se mi si consente il parallelo un po' forte, antesignane delle foto dei cari defunti che è ancora possibile rinvenire, in molti paesi del sud Italia, appese alle pareti delle camere da letto, credo anche con funzione protettiva dei familiari vivi e nel momento in cui sono più indifesi, cioè durante il sonno4.
L'ipotesi però più accreditata sembra però essere quella di un'origine germanica, collegata alla tradizione dei goti e dei longobardi di esporre le teste mozzate dei nemici uccisi, fuori dalle proprie dimore, così da potersi impossessare del loro valore. Presso i longobardi, vi era l'uso di trasformare il cranio dei nemici uccisi in coppe in cui bere, forse in base ad un rituale sacro. Allo stesso tempo, la funzione delle teste mozzate era apotropaica contro gli spiriti maligni e le negatività in genere5.
Ma, come recita la frase di Joung precedentemente riportata: “Le antiche religioni con i loro simboli sublimi e ridicoli, bonari e crudeli, non sono cadute dal cielo ma sono nate in quest'anima umana, la stessa che vive ancora oggi in noi." Pertanto la funzione apotropaica di certi oggetti non può essere compresa appieno senza i necessari ed opportuni riferimenti alle antiche credenze relative al maleficio, che persistettero per tutta l'epoca medievale e che, in alcune culture si sono tramandate, sebbene mutate, fino ai giorni nostri. Agli occhi dell'uomo contemporaneo, che ha acquisito nel corso dei secoli notevoli conoscenze, facendo importanti scoperte nel campo scientifico, dall'astronomia, alla fisica, alla medicina e che in virtù di queste può vivere una vita confortata da un buon numero di certezze, credere al maleficio, all'occhiatura, alle maledizioni, ai cattivi presagi, agli uccelli del malaugurio, può apparire ridicolo. Ancora più risibili, i metodi escogitati per scongiurare questi pericoli: maschere apotropaiche, amuleti, formule e gesti di scongiuro che vengono tramandati per proteggere i propri figli e che diventano così tradizione che si tramanda di generazione in generazione. Inconsapevolmente però, insieme alla cura, i nostri avi ci hanno tramandato anche il timore per i mali che queste avrebbero dovuto curare. E così, ad una più attenta riflessione, il “mille e non più mille” non è molto lontano dal timore che noi stessi (se non tutti, molti di noi), seppure forti delle nostre verità scientifiche, abbiamo avuto dell'anno duemila (e del millennium bug) o della profezia Maya che voleva la fine del mondo il 21/12/2012. Ora siamo qui a riderne e a cercare i segni di nuove profezie, però solo qualche mese fa, in tutto il mondo, c'era chi assaliva i supermercati per fare scorta di generi di prima necessità. Questo dovrebbe insegnarci che per capire determinate dinamiche e le credenze che le hanno ispirate, bisogna necessariamente calarsi, seppur sommariamente, nel contesto storico di un'era in cui non vi era alcuna certezza, a partire dall'assenza di stabilità politica ma vi era invece il continuo timore per la propria incolumità personale e di quella dei propri cari, non solo per le frequenti guerre, più o meno locali, ma anche per le innumerevoli razzie, le facili epidemie, le continue carestie ed ogni sorta di altra sciagura. In un tale contesto di persistente e forte paura dell'ignoto, era quindi naturale per l'uomo del Medioevo, impotente di fronte ad una grande quantità di pericoli di un mondo in continuo mutamento, le cui cause non conosce e comprende, attribuire queste ultime all'operato di entità maligne. Da qui la ricerca di metodi con cui l'essere umano può combattere forze avverse di origine sovrannaturale, quali appunto la preghiera o l'uso di specifici oggetti cui si attribuivano poteri magici. Tra questi la croce o i grani di rosario in corallo, per i cristiani, la custodia del testo biblico, per gli ebrei, le maschere o le parti del corpo di determinati animali (denti di lupo, zampe di coniglio, ecc.) o anche monili con determinate forme ed in particolari materiali (corna di bovini, ferri di cavallo, ecc.), per i pagani6.
Alla fine, quello che emerge come termine comune è che, in tutte le civiltà, la funzione simbolica di alcuni gesti o di determinati oggetti è sempre stata tenuta in grande considerazione. Una società senza simboli è perciò inimmaginabile, proprio perché, venendo a mancare la funzione simbolica, finirebbe per venire a mancare anche il mezzo che da sempre permette la relazione tra l’umano ed il sovrumano. E' attraverso il simbolo infatti, che si rafforzano i legami di appartenenza tra gli individui ed è sempre grazie a questi che è possibile la sopravvivenza della comunità secondo le modalità che la caratterizzano.
Quest'ultima considerazione ci riporta all'inizio dello scritto e ci rende più facile comprendere il perché ancora oggi, sebbene spesso se ne sia perduto il senso, alcuni simboli protettivi ci siano stati tramandati addirittura dal paleolitico, come nel caso delle citate maschere apotropaiche. I soggetti più spesso raffigurati, dovendosi combattere il terrore con il terrore (“similia cum similibus curentur”), sono figure antropomorfe o zoomorfe che avevano in comune appunto l'aspetto terrificante. Erano perciò spesso fiere o figure demoniache con le fauci spalancate e dalle lunghe corna oppure figure che in un gesto artistico di maggior pregio, denunciavano più schiettamente le loro origini classiche, come il frequente satiro (o sileno, con i quali i primi vengono assimilati) con la lingua di fuori, visibile ad esempio nel nostro comune a via Borgo, nella chiave di volta del palazzo della famiglia Mango. 
Il Sileno e i leoni di casa Mango in via Borgo



Richiami a temi classici che una volta erano ornamento delle antefisse dei templi greci e romani e che potrebbero testimoniare, al di là degli scritti di G. B. Curto e M. Lacava, la presenza nel nostro comune di una grande quantità di vestigia del passato, visibili. Insieme a satiri e gorgone, troviamo spesso anche il dio Eolo con le guance gonfie, nell'atto di allontanare con il suo potente soffio, le possibili minacce incombenti sulla casa.
Ma nella cultura contadina, dalla Valle d'Aosta alla Sicilia, senza risparmiare alcuna civiltà o epoca storica, anche ad altri simboli era riconosciuto potere apotropaico e tra questi vi erano le conchiglie (che simbolizzavano anche l'accoglienza, oltre ad essere simbolo legato alla Madonna), il lupo citato da Plinio7, il leone. Alcuni di questi esempi sono ancora visibile nelle chiavi di volta dei portali di vari palazzi del nostro Centro Storico, dentro e fuori le mura. Hanno, per me, funzione apotropaica i leoni scolpiti nei conci di pietra alla base del portale della citata residenza Mango. Sempre al Borgo, la testa in pietra con l'anello per legare le bestie da soma, murata nei pressi dell'ingresso alla mia abitazione, quello che nel tempo ho scoperto essere una seconda abitazione costruita dai Marino, di fronte alla prima, le cosiddette "case Mango", come riportate in G. B. Curto.  In occasione di alcuni lavori da me condotti nel 2015, ho scoperto che il volto quasi totalmente nascosto per almeno un secolo da successivi strati di intonaco posto in facciata, in realtà è parte di una stele funeraria, forse gravemente danneggiata, da cui è stato rimosso e poi murato nella facciata del "palazzo". Il rinvenimento è stato da me immediatamente segnalato all'allora Soprintendente ai Beni Archeologici Dott.ssa Anna Di Santo. che la fa risalire al I-II sec. d.C.
La testa scolpita murata nella facciata di Palazzo Marino

Sempre presenti sulla facciata principale di Palazzo Marino, ad ornamento dei davanzali delle finestre del primo piano, quelle che erano state scambiate da qualche autore per "teste di cherubini o di putti". Avendo avuto modo di osservarle meglio nel dettaglio, sempre in seguito ai suddetti lavori di pulizia in facciata, oggi sono convinto che la loro vera identità sia quella di giovani novizi. Molto più leggibili ora i dettagli che permettono di riconoscere i collari sotto una tonaca del tipo in uso anche a fine Settecento. Il fabbricato infatti risale al 1781, epoca in cui lo fece costruire l'Abate Severiano Marino. Anche questo dettaglio riguardo il committente, rafforza la mia convinzione e mi porta ad escludere, di conseguenza, la loro funzione apotropaica13

Il reperto in facciata del secondo Palazzo Marino, riportato da me alla luce nel 2015, dopo oltre 100 anni di oblio della sua vera forma

Esempi di maschere e figure con potere apotropaico sono invece ancora rinvenibili nelle chiavi di volta di alcuni palazzi in Via San Nicola e Via Santa Maria, quindi all'interno della cinta muraria medievale e che rappresentano conchiglie, volti di Eolo e code di pavone. 

Coda di pavone


Una rosa contenuta all'interno di una conchiglia, orna la chiave di volta di un portale del centro storico dentro le mura.
Entrambi i simboli sono sacri alla Madonna.
Tra i significati della conchiglia: salvezza e nuova vita, purificazione dopo il peccato ed  il pentimento



Conchiglia nella chiave di volta di un altro portale del centro storico dentro le mura

Conchiglia (ed Eolo soffiante?) nella chiave di volta di un palazzo diruto, all'interno delle mura medievali

Oltre a questi esempi più “aulici”, anche altri simboli apotropaici sono comuni nella nostra tradizione, come le corna di bovini o ferri di cavallo o anche scope, appese all'uscio. Chiaramente questi oggetti, un po' perché disconosciuti dalle nuove generazioni, un po' perché per loro stessa natura sono più facilmente deteriorabili e rimovibili, non godono della stessa longevità dei simboli in pietra e quindi tendono a scomparire con più facilità, tanto che non ne ho potuti censire.
Ma la maschera più antica ancora conservata nel centro storico di Atena Lucana ritengo sia quella ancora visibile nella facciata principale della Chiesa di San Nicola e che rappresenta un unicum che, per la sua stessa natura, esige una trattazione a parte. Innanzitutto non è apposta alla facciata di un'abitazione ma, unico caso di mia conoscenza nel nostro territorio, in quella di un edificio sacro, la Chiesa di San Nicola, appunto. Non avendo rinvenuto notizie, né di una sua totale rovina in occasione dei disastrosi terremoti del passato, né di una conseguente integrale ricostruzione in epoche relativamente più recenti8, si potrebbe anche ipotizzare, sebbene poco probabile, che l'inserimento della maschera nella sua muratura sia coevo all'edificazione dell'edificio stesso e che perciò risalga al periodo tra la fine del IX e l'inizio del X secolo. 

La "marcolfa" di Atena Lucana murata nella facciata della Chiesa di San Nicola 

E' un manufatto di calcare scolpito in bassorilievo, rappresentante un volto probabilmente maschile, privo di orecchie, con le orbite degli occhi ovali e senza pupille. La bocca aperta, ma non spalancata, è anch'essa ovale, mentre il naso, largo e schiacciato, continua nelle arcate sopraccigliari. L'opera, che non mi sentirei di definire rozza nell'esecuzione, per le sue fattezze mi ha riportato alla mente le cosiddette “marcorlfe”, molto comuni nel territorio altorenano tra Toscana ed Emilia9. Proprio in Toscana, nel comune di Sieci, agli inizi degli anni '90, mi è capitato di vederle per la prima volta. Sarebbe interessante condurre una ricerca anche negli altri comuni del Vallo di Diano, alla ricerca di ulteriori esemplari di queste o altre maschere apotropaiche.

Una testa leonina murata su quello che doveva essere l'originario ingresso di questa antica casa di Sieci (Fi)

Una considerazione personale: mentre le maschere di pietra degli edifici romanici dovevano svolgere una funzione principalmente apotropaica, non sono sicuro si possa dire lo stesso delle maschere litiche che ho rinvenuto apposte sui muri esterni delle nostre case o nelle chiavi di volta dei portali. Per la loro ubicazione, limitata alle case di nobili o notabili databili tra la metà del Settecento e la fine dell'Ottocento, quindi in pieno periodo neoclassico, sono infatti convinto che siano una consapevole citazione di un segno della classicità e che pertanto la loro funzione sia più ornamentale che protettiva, anche se nel nostro contesto culturale non si può certo negare la presenza di una diffusa superstizione. La loro ubicazione, come dicevo, non è però oggi rinvenibile nell'edilizia minore, come magari sarebbe logico aspettarsi in una società contadina, magari poste anche a protezione di stalle o granai, anche se ho un lontano ricordo della presenza, presso alcune masserie, di ferri di cavallo appesi vicino alla porta d'ingresso. Ritengo inoltre che queste maschere, simboli di una cultura antica e pagana una volta fortemente radicati nella cultura contadina siano state, presso di questa, progressivamente sostituite nelle loro funzione protettiva della casa (anche se non del tutto), da simboli vicini alla religione, più che alla superstizione. Questo mia convinzione credo giustifichi ampiamente anche la loro assenza nell'edilizia minore contemporanea e la presenza nell'edilizia minore atinate sette-ottocentesca, delle edicole sacre o “verginine”, così come sono conosciute in alcune parti d'Italia, essendo appunto quella della Vergine (insieme a quella del crocefisso) l'immagine al loro interno più frequente. Nulla invece mi è possibile dire con certezza sulla loro precedente presenza in quanto i forti eventi sismici, che interessano la zona ciclicamente, hanno cancellato ogni traccia di un'edilizia minore più antica.

Già in epoca romana, le edicole (aedicula: diminutivo di aedes = tempio) erano erette in onore e memoria di lari e penati, affinché proteggessero le mura domestiche. Nel Medioevo si diffuse poi l'usanza di erigerle nelle chiese e, a partire dal Rinascimento, le troviamo anche sulle facciate o agli angoli delle case. Quelle che sono sopravvissute nel nostro territorio, per le cause appena descritte, si possono far risalire ad epoche relativamente recenti ed hanno tutte in comune il carattere prevalentemente devozionale. Non ho mai rinvenuto invece, né ho raccolto memoria dagli anziani, di edicole poste agli incroci o lungo strade e sentieri, che sono invece presenti in altre aree del territorio italiano10.

La verginina presso l'edificio dell'ex monta taurina a Sieci (Fi)

L'urbanesimo ha dunque contestualizzato diversamente questi antichi segni della protezione, spostandoli dalle campagne alle in città, dagli incroci dei sentieri ai vicoli e alle facciate delle case, creando una nuova tradizione non più ai margini dell'abitato ma al suo interno. La protezione richiesta non è più quella del viandante per il suo viaggio ma per il focolare domestico e la propria famiglia, magari insieme alla stalla sottostante, piuttosto che per l'attività artigianale. Cambia il luogo da proteggere e di conseguenza muta il segno, che si adegua al nuovo contesto ed alla nuova realtà.



Una verginina sulla facciata di una casa all'interno del centro storico dentro le mura


Altra edicola votiva del centro storico dentro le mura. L'immagine in essa contenuta è ormai fortemente danneggiata



Ancora un'edicola votiva (vuota) del centro storico dentro le mura

 Simboli di protezione e di fede per i quali oggi, come già detto, mi è difficile, se non impossibile, risalire alla precisa data della loro realizzazione ma per le quali si può logicamente supporre che, essendo ricavate in una muratura in pietra, è più probabile che siano state costruite in contemporanea alla stessa, che ricavate in essa in una fase successiva. La loro presenza in tutti gli elementi della schiera su Via Di Santi, nel tratto alle spalle del campo di calcetto, mi induce a credere che ad un certo punto della storia di Atena, la loro costruzione fosse di uso comune o forse anche una vera e propria tradizione legata al culto mariano e magari nata in conseguenza di un evento particolarmente disastroso e luttuoso, quale quello sismico del 1857. Ma siamo soltanto nel campo delle ipotesi.  


Le nicchia votiva (vuota) di una casa a schiera di via G. Di Santi


Le nicchie votive (vuote) di altre case a schiera di via G. Di Santi


Nicchia votiva di una casa a schiera di via Borgo

Un'edicola votiva (verginina) in un rudere di casa colonica in località San Vito

Particolare  della verginina del rudere in località San Vito.
Ancora riconoscibile il manto azzurro di una figura femminile che, con molta probabilità, rappresentava la Madonna.


Verginina nella frazione di Atena Scalo

Una variante più ricca sotto tutti i punti di vista, è l'immagine sacra impressa su pannelli ceramici, composti da piastrelle di forma regolare, generalmente con dimensioni varianti tra i 10 e i 20 centimetri di lato. Questa usanza, più recente e presente con alcuni esempi anche ad Atena Lucana, si è invece diffusa tra l'ottocento ed il primo trentennio del novecento.
Esempi di edicole votive affrescate sulle facciate o formate da piastrelle di ceramica, sopravvivono ancora ad Atena Lucana. 


Edicola votiva, in piastrelle dio ceramica, dedicata  a S. Antonio di Padova
(casa del centro storico dentro le mura medievali)


Dettaglio dell'edicola votiva dedicata a S. Antonio di Padova

Come appare evidente dalle foto, le edicole votive atinati sono quasi tutte ormai desolatamente vuote, forse perché considerate con troppa facilità espressioni artistiche di fede religiosa di scarso valore artistico e simbolico ma, mio giudizio (e non solo mio, fortunatamente), importanti segni di una cultura religiosa popolare che, come abbiamo visto, affonda le proprie radici in epoche lontanissime e che, sopravvissuta per secoli ad avversità di ogni tipo (intemperie, guerre, terremoti), rischia di andare completamente ed irrimediabilmente perduta nel giro di pochi anni, vittima dell'incuria e del disinteresse.
Chi le guarda più sulle facciate delle case più antiche di Via Borgo e del centro storico? Chi ha notato la loro numerosa presenza (desolatamente vuota) nella citata schiera di Via Di Santi? Forse le immagini sacre di alcune nicchie votive che appaiono vuote, in realtà sono state nascoste da uno strato di vernice applicato alla facciata e che le ha forse irrimediabilmente cancellate e di sicuro condannate all'oblio. A queste si uniscono poi, quelle perdute perché affrescate in nicchie più esposte alle ingiurie del tempo e quelle vuote perché contenenti oggetti sacri rimovibili (come quella in via Borgo che per fortuna ancora esiste).

Confrontando i dati di questo breve studio, a mio parere, un'importante verità e cioè la convivenza secolare di segni appartenenti al mondo del sacro e del profano. Convivenza nell'animo umano, credo, prima ancora che nell'architettura e che solo in alcuni casi diventa graduale e naturale sostituzione.
In ogni caso, le verginine, come le maschere apotropaiche, restano espressione di un'arte popolare semplice, talvolta anche rozza, ma proprio per questo sempre vera, mai dettata da esigenze puramente decorative e perciò non costretta a da uno stile ma libera di conservarsi e perpetuarsi come espressione sincera di un linguaggio appartenente ad una determinata cultura.

Sebbene siano sempre più numerose le Amministrazioni comunali che finanziano progetti per la loro catalogazione e recupero, alle quali mi auguro si unisca anche quella di Atena Lucana, il rinnovato interesse per queste testimonianze della devozione popolare è piuttosto recente e la loro importanza non è recepita da tutti i cittadini.
Un'ultima considerazione sulla convivenza nello stesso contesto, di simboli (maschere apotropaiche sui portali degli ingressi delle abitazioni) ed immagini sacre (nelle nicchie votive), per me prova della pacifica convivenza di simboli pagani e cristiani, di credenze popolari e dettami religiosi e al contempo stridente contraddizione,  “naturale” in una civiltà così complessa e ricca come quella dell'Italia meridionale, in cui quasi duemila anni di cristianesimo non sono stati sufficienti a cancellare le tracce di più antiche credenze pagane.
Ancora oggi alcuni mal di testa si ritiene non siano causati da problemi fisici ma da "occhiature" e pertanto non si possono debellare con i semplici medicinali ma devono essere combattuti e possono essere sconfitti soltanto ricorrendo ai riti trasmessi dagli anziani (per lo più tra donne, anche se determinate pratiche non sono ad esclusivo appannaggio di queste), di generazione in generazione, esclusivamente per via orale, in un alone di mistero e seguendo rigide regole di un insegnamento antico11. La religio non riesce a sostituire la più vecchia e meglio radicata superstitio ed allora, nella cultura popolare priva di quella rigidità che è propria della speculazione filosofica, le diverse credenze trovano un naturale equilibrio non solo per la loro sopravvivenza ma anche per la loro convivenza, dando vita a rituali in cui le formule, miste a preghiere, pronunciate rigorosamente “senza voce”, accompagnano gesti altrettanto misteriosi, custoditi dalla tradizione e tramandati da questa per allontanare l'influenza del maligno, nei secoli dei secoli.

Chiudo con alcune brevi considerazioni attinenti il lavoro di ricerca svolto:
Altri simboli sacri dell'antichità sono ancora visibili, disseminati per le antiche vie di Atena, mentre altri, temo, siano andati perduti, trafugati nel disinteresse generale, o occultati in seguito a lavori di ristrutturazione di case e strade. Alcuni di questi sono stati fortuitamente rinvenuti durante lavori effettuati sulla cappella di S. Giuseppe in Via Borgo, un'antica costruzione che in origine pare fosse dedicata a Santa Caterina D'alessandria. In tale occasione si rinvenne un affresco che si ritiene medievale, raffigurante una figura femminile con un bambino in braccio. Nella parte di muratura a destra dell'affresco, sempre sotto l'intonaco, fu poi rinvenuto un lapideo con incisioni raffiguranti un giglio al centro di due rose a 5 petali. A mio parere, quella riportata alla luce è solo una parte di un bassorilievo che raffigura un un sacerdote. Nelle immagini a confronto ho cercato di evidenziare le lavorazioni che ritengo siano pieghe dell'abito ad altezza del petto, al cui centro vi è il giglio tra le due rose. Più in alto, spalle e attaccatura del collo del sacerdote. 

Reperto nella facciata della cappella di San Giuseppe a via Borgo

Ancora un giglio è presente tra le rose in un altro antico reperto, da anni usato come parte di una fioriera presso una casa del centro storico sul secondo anello viario, proprio alle spalle della chiesa di Santa Maria. Sul reperto sono riconoscibili, oltre ad un giglio incompleto, due rose ad 8 petali, una delle quali purtroppo spezzata circa a metà ed un altro fiore, anch'esso spezzato a metà e quindi non perfettamente riconoscibile, ma che credo riproduca una rosa celtica. Nell'immagine che segue ho riportato una mia ricostruzione, anche se la restituzione delle parti mancanti difetta un po' nella scala. 

Il reperto archeologico-fioriera, in una via del centro storico 


Alcune notizie importanti sulle immagini raffigurate nei 2 reperti segnalati: la rosa, di cui il rosone delle cattedrali è una rappresentazione stilizzata, era in origine un fiore sacro a Iside, che divenne in seguito sacro anche a Cibele ed infine alla Madonna. A seconda del numero dei petali assume vari significati, divenendo uno dei simboli più religiosi più complessi. Nel nostro caso specifico:
  • la rosa a 5 petali, rinvenuta sui reperti in Via Borgo, rappresenta l’elevazione spirituale dell’uomo, l’evoluzione, la transizione dallo stato profano allo stato sacro. Anche la divinità greca e latina Ecate, dea dalla natura bisessuata e che pertanto veniva definita la fonte della vita con potere vitale su tutti gli elementi, era talvolta rappresentata coronata di Rose a cinque petali, numero che indicava la fine di un ciclo (4) e l'inizio del nuovo (4+1). Simbolo anche della riservatezza, una Rosa stilizzata a cinque petali fu spesso utilizzata per ornare i confessionali con la scritta "sub rosa", per volere di papa Adriano VI, che la fece scolpire sui confessionali come simbolo del sacro vincolo della segretezza che ogni sacerdote deve mantenere nei riguardi dei penitenti che si rivolgono a lui nella confessione, e la locuzione latina “sub rosa” aveva appunto il significato di una cosa rivelata in assoluta segretezza e confidenza.
  • la rosa ad 8 petali rinvenuta sul reperto archeologico nel centro storico invece, era simbolo di rigenerazione e per questo veniva portata sulle tombe degli avi e offerta ai defunti. Anche questo è un simbolo dalle antiche origini e dal complesso significato, molto utilizzato nel medioevo e pertanto invito, chi fosse interessato ad approfondire, ad una ricerca specifica.
  • la rosa a 6 petali o fiore della vita, invece, è conosciuta con una grande quantità di nomi: rosa dei pastori, rosa carolingiarosa celtica, stella fiore, stella rosetta, fiore a sei petali, fiore delle Alpi. Appartenente all'iconografia longobarda, ha avuto una grande diffusione nel medioevo quando fu spesso utilizzata nelle architetture civili e religiose.
  • infine: il giglio, nell'iconografia cristiana è uno dei simboli associati alla Madonna e quindi, più in generale, alla castità e alla purezza.

La cappella di San Giuseppe in via Borgo

Mi chiedo se la presenza del bambino in braccio ad una figura femminile (incompleta, purtroppo) ed i chiari simboli sopravvissuti, non vogliano indicare questo antico edificio sacro come luogo di culto sacro alla Madonna, almeno per un parte del suo passato. 
Altra ipotesi plausibile è che, quanto rinvenuto sotto l'intonaco della facciata, sia stato trasportato da una sede diversa e che facesse parte in origine di un tempio dedicato a Cibele, visto il legame tra la rosa ed il culto di questa divinità pagana. Se così fosse, questo proverrebbe dal tempio che, secondo un'epigrafe rinvenuta nei pressi, occupava in origine il sito su cui ora sorge il Santuario di San Ciro, nella parte alta del centro storico dentro le mura medievali. Ipotesi plausibile appunto ma non di più, per via della notevole distanza tra i siti dei due edifici sacri, che renderebbe un po' improbabile, vista la quantità di materiale reperibili nella stessa area di via Borgo e di piazza V. Emanuele, la necessità di traslazioni da siti molto più lontani, di materiale lapideo utile per l'edificazione di nuove fabbriche. 
Una cosa è certa e lo ripeto da anni ai miei concittadini: un interesse per l'archeologia che andasse oltre il "collezionismo" individuale di opere d'arte del passato, storicamente si fa risalire a J. J. Winckelmann, che viene perciò considerato il padre dell'archeologia moderna. I primi scavi sistemati invece, si sono avuti soltanto a partire dal 1748, riguardavano Pompei ed Ercolano e furono promossi dal Regno delle Due Sicilie. Fatte le debite proporzioni tra i diversi contesti ed il conseguente diverso interesse per l'archeologia, ad Atena Lucana pressoché inesistente per molti anni ancora (così come lamentato dal Troyli)12, dobbiamo accettare il fatto che, per secoli, i ruderi delle civiltà più antiche siano stati considerati dagli abitanti del posto come vere e proprie cave a cielo aperto dalle quali prendere tutto quanto potesse essere ancora utilizzato per la realizzazione di nuove fabbriche.



NOTE:

1Interessanti a questo proposito gli studi condotti da Mircea Eliade sul simbolismo arcaico e sui rituali che si svolgono sulla soglia delle abitazioni.
2) I greci usavano infatti 2 termini per indicare il centro: ombelico=omphalos e focolare=hestia
3Tre grandi teste in arenaria, di epoca etrusca, sebbene molto deteriorate dal tempo, sono ancora a guardia della Porta all'Arco, nella cinta muraria di Volterra, dove le ho fotografate in occasione di un mio viaggio nell'aprile del 2009
4Del resto in alcune civiltà primitive vi era l'uso di conservare il teschio dei propri cari all'interno della propria abitazione, così come documentato da J. G. Frazer.
5Usanza macabra testimoniata nell'Historia Longobardorum di Paolo Diacono, nell'episodio in cui Alboino costringe la sposa Rosmunda a bere del vino nel teschio del padre Cunimondo, ucciso in duello.
6Un materiale a cui ancora oggi si attribuiscono poteri apotropaici è ad es. il corallo, con cui ancora oggi a Napoli si confezionano corni e manine scongiuranti, forse ignorando che l'origine di tale usanza è da far risalire addirittura ai caldei. Un monile altrettanto potente è il ferro di cavallo, forse per il suo richiamo alle corna.
7 La conchiglia, come la rosa, era simbolo legato alla Madonna. Celebre la rappresentazione nella Pala di Montefeltro di Piero Della Francesca, in cui la Madonna, come la conchiglia, protegge la perla/Gesù bambino, dormiente sulle sue ginocchia. Il simbolo, anche nel contesto atinate, verrà riproposto come elemento decorativo in ambito architettonico. Talvolta il lupo era sostituito dal cane, altro animale ctonio per eccellenza presente come accompagnatore del defunto, nel regno dei morti, anche presso le antiche civiltà del sud America. In alcune antiche sepolture sono stati rinvenuti infatti scheletri di cani ai piedi dei defunti.

8) In recenti approfondimenti degli studi ho rinvenuto, in merito alla questione delle originarie fattezze dell'edificio sacro e delle sue vicissitudini nel corso dei secoli, purtroppo soltanto un vago accenno a pag. 36 del testo di G. B. Curto "Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX". In esso si legge: "[...] vicoletto detto delle Profiche, proprio sopra la diruta Chiesa di S. Nicola, all'uscita che mena al palazzo municipale". Nonostante il riferimento vago e che non specifica l'entità del danno, si potrebbe dedurre, sulla scorta della scelta dell'aggettivo "diruta", cioè diroccata,  crollata, che alla data della pubblicazione del libro, il 1901, la suddetta chiesa presentasse danni di una certa importanza e che gli stessi avrebbero potuto plausibilmente interessare anche il suo prospetto anteriore. Conseguentemente, l'inserimento della maschera nell'apparecchio murario potrebbe essere, ipotesi che ritengo molto più plausibile, risalente ai lavori di ristrutturazione del fabbricato. 

9L'etimologia del termine si ritiene risalga al germanico Markulf, composto da Mark = confine e Wolf = lupo e quindi, letteralmente: lupo a guardia del confine. E questo ci riporta a quanto già detto a proposito del lupo e del cane. A questo proposito rimando a questo interessantissimo lavoro di Andrea Signorini: MASCHERE E VOLTI - CATALOGO PARZIALE DELLE MASCHERE LITICHE DELL’ALTO RENO. Anno 2009 – 2010 Aggiornamenti settembre 2011, gennaio e maggio 2012 .
10Una la fotografai, sempre agli inizi degli anni 90 e sempre a Sieci, dietro il campo sportivo e più precisamente all'incrocio nei pressi dell'edificio dell'ex monta taurina. Purtroppo non mi è stato possibile ritrovare la mia foto e quindi allego l'immagine reperita attraverso Google.

11L'insegnamento può essere tramandato soltanto alla mezzanotte di Natale ed in segreto, cioè in assenza di testimoni e quindi persone diverse dall'apprendista. L'esecuzione, che comincia in genere con 3 segni di croce, presenta delle differenze, probabilmente dovute al diverso contesto culturale da cui è partito l'insegnamento che si sta tramandando. E' logico supporre che diversi ambiti geografici abbiano diverse credenza ed in base a queste, creato il rito. In alcuni casi, alle formule si alternano gesti come lo sputare oppure posizionare forbici aperte in angoli della casa o anche buttare l'acqua, con cui il colpito da malocchio si è lavato il viso, in 3 punti diversi del vicinato. Anche la verifica dell'esistenza dell'occhiatura è diversa. Alcuni mettono 3 gocce d'olio in un catino con dell'acqua e, se le gocce tendono ad allontanarsi allora il mal di testa è frutto del malocchio. Altra verifica alternativa è il continuo sbadigliare di chi pratica il rito, durante lo stesso. 

12) "E se non avessimo altro che la sola raccolta delle poco men, che innumerevoli iscrizioni che si leggean un tempo nei marmi, tra per l'incuria, il poco senno della gente ignorante rotti, e fracassati, e per la lunghezza del tempo corrosi forse molte cose sapremmo delle Atenesi antichitadi, che ignorate ci sono. Ma giacché nostro malgrado, ci siam imbattuti in tempi, in cui ci è di necessità camminar a tentoni...[...]"  Troyli - Istoria Generale del Reame di Napoli, Tomo 1°, parte 2°, (in Istoria di Atena Lucana" del Dottore Michele La Cava.


13 A distanza di qualche anno dalla prima stesura di questa ricerca ed in seguito di lavori di pulizia che ho fatto condurre sulla facciata della parte di fabbricato di mia proprietà, ho potuto meglio osservare alcuni dettagli degli elementi in facciata. Ho anche riportato alla luce, dopo oltre un secolo, la scultura utilizzata per legare le bestie da soma. Nessuno dei precedenti proprietari, ad esclusione ovviamente dei Marino committenti, lo aveva mai visto nella sua interezza. 
Ho ritenuto doveroso aggiornare e rettificare quanto precedentemente scritto. 


© Arch. Angelo Sangiovanni 
Vietata la riproduzione di testo ed immagini

martedì 26 aprile 2011

Nuove e vecchie idee per il recupero del Centro Storico di Atena Lucana

L'Albergo Diffuso

una soluzione per il recupero
dei
Centri Storici minori
nuove e vecchie idee per il recupero del Centro Storico di Atena Lucana

modulo 5: 
LA TUTELA E LA VALORIZZAZIONE DEI BENI CULTURALI ED AMBIENTALI






Introduzione

Il primo principio della Dinamica, detto anche “principio d'inerzia”, stabilisce che un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non intervenga una forza esterna a modificare tale stato. Domenica 23 Novembre 1980, alle ore 19:34, questa forza esterna fu una scossa di terremoto di magnitudo 6,9 della scala Richter e intervenne a modificare la quiete della vita degli abitanti dei centri urbani appartenenti al territorio che si estende dall'Irpinia al Vulture, posto a cavallo delle province di Avellino, Salerno e Potenza ed il moto rettilineo uniforme della loro economia, fondata per lo più su agricoltura e pastorizia. Quello che si perse in quei pochi minuti e negli anni a seguire, ritengo abbia un valore inestimabile e non lo penso soltanto perché sono “un addetto ai lavori”. Il tentativo lodevole quanto tardivo di pensare leggi e strategie per impedire l'abbandono dei centri storici dei comuni campani, temo non sia sufficiente. Ritengo invece, con maggiore realismo, che per riparare agli errori commessi, disinteressandosi per oltre un trentennio della sorte dei nostri centri storici e del loro inesorabile e progressivo degrado, occorrano delle iniziative per riportare le persone al loro interno. Non deportarli, si badi bene con lampi di genio quali realizzare case popolari nei centri antichi senza averli prima resi vivibili, ma invogliarli a ritornarci con iniziative altrettanto forti ed accattivanti di quelle che si usarono invece per spingerli ad abbandonarli, tipo l'adeguamento abitativo in funzione del nucleo familiare. Se si vuole ottenere davvero un risultato nell'opera di recupero dei centri storici, si deve riconosce all'edilizia minore (le case comuni, per intenderci) valore e dignità, così da poter sostenere il recupero dell'intero nucleo e non soltanto delle emergenze architettoniche (palazzi, conventi, castelli, ecc.). Nel secondo caso, infatti, si opereranno scelte proprio in base all'esistenza o meno delle suddette emergenze architettioniche che invece devono essere viste come valore aggiunto e non come unico valore. E' stato proprio questo modo di pensare, a mio giudizio, che ha determinato la perdita talvolta irrimediabile di gran parte di quello che oggi , col senno di poi, ci si prefigge di riportare in vita. Quello che segue, più che un'analisi storica o peggio ancora: un “j'accuse” verso i politici di allora, è un atto d'amore verso le vestigia del nostro passato e un tentativo di risvegliare nell'animo dei più giovani l'interesse per questi luoghi, che sono i luoghi della nostra storia e della nostra memoria e perché, come ha giustamente detto C. N. Shulze: “solo quando comprenderemo i nostri luoghi saremo in grado di partecipare creativamente alla loro storia.” Quanto segue è altresì un invito ai politici di oggi a guardare agli errori commessi in passato per evitare di commetterli ancora e di operare invece seriamente per recuperare il recuperabile, prima che tutto vada irrimediabilmente e perduto come lacrime nella pioggia. Questi anche i motivi per i quali volli fare del recuperoi dei centri storici, argomento della mia tesi finale al corso su “La tutela e la valorizzazione dei beni Culturali ed Ambientali”, nella ferma convinzione che un popolo senza passato non ha alcun futuro. Chiudo questa breve introduzione con un "avviso ai naviganti": mi spiace ma il collegamento tra indice e relativa nota non funziona, pertanto l'unico modo per poterne leggere il contenuto, è scorrere ogni volta fino alla fine del post. 



Dal Cosmos al Caos: la perdita dell'identità

“quando arrivi lì, non c'è più un lì, lì.”

Gli antichi romani credevano nell'esistenza di un'entità sovrannaturale che chiamavano Genius Loci e che era, sempre secondo le loro credenze, legata ai luoghi abitati e frequentati dall'uomo. Il genius loci era quindi, la divinità protettrice di un determinato luogo e allo stesso tempo quella di tutti coloro che lo abitavano o che vi erano anche soltanto di passaggio e per questo motivo lo si trovava ovunque si percepisse la presenza di un’entità superiore che custodisse e proteggesse. C.N. Schulz fu il primo a parlare di Genius Loci in Architettura, alludendo al carattere specifico di un luogo invece che di un altro, a quell'insieme delle peculiarità di uno specifico ambiente che interagiscono con l'uomo che lo abita e lo condiziona nel suo modo di viverlo. L'Architettura, in quanto atto dell'uomo che nel dare forma all'ambiente trasforma un territorio il luogo, deve operare nel suo massimo rispetto, integrandosi al meglio con il luogo stesso2. Ciò fu reso impossibile dall'applicazione della Legge speciale 219/1981 che innescò un perverso meccanismo teso a premiare la demolizione e ricostruzione ex novo, andando così a discapito dei possibili ed auspicabili interventi di recupero del patrimonio abitativo esistente. I cittadini scegliendo di demolire e ricostruire altrove, così da poter godere dei benefici previsti cosiddetto adeguamento abitativo in funzione del nucleo familiare, che contemplava la possibilità di maggiori superfici abitabili, dettero inizio ad un progressivo ed inarrestabile abbandono dei centri storici. Un'altra grave decisione sui centri minori fu presa poi con la Legge 187/1982, che tolse ogni possibilità alle Sovrintendenze di salvaguardare il patrimonio minore privato reputandolo, con troppa leggerezza, gestibile da chiunque; si diede, nel contempo, il potere agli amministratori locali di arrecare altro danno a quello che era sopravvissuto al terremoto. Amministrazioni miopi per scelta o culturalmente impreparate, infatti, incapaci di cogliere il complesso valore delle preesistenze e delle stratificazioni, danneggiarono ulteriormente il tessuto di molti centri storici mediante demolizioni spesso indiscriminate e forse non sempre dettate da vera necessità. Servivano spazi solenni creati ad hoc per lasciare la loro impronta nel territorio3. Ad Atena Lucana, così come altrove, gli amministratori ma anche buona parte della popolazione residente pensò che in fin dei conti non c'era nulla che avesse veramente valore, nulla che fosse veramente “artistico” e che valesse la pena salvare. “Nulla su cui investire tempo e denaro”, si pensò, ignorando che una comunità che rinnega o dimentica il proprio passato, non ha futuro e che nella tradizione c'è qualcosa che va oltre l'aspetto estetico fine a se stesso: un modo di pensare figlio della nostra cultura usa e getta, condizionata pesantemente dai capricci della moda del momento e quindi dell'effimero. La tradizione è invece, stratificazione, persistenze e realtà durature che derivano da un complesso rapporto tra gli uomini e le cose, da relazioni che si sviluppano proprio grazie alla creazione di spazi a sua misura, allargati quando serve e quanto basta, mai dilatati artificiosamente fino a perderne pericolosamente il controllo. La tradizione nasce e si tramanda in luoghi che invogliano all'aggregazione e in cui facilmente s'intrecciano legami arcaici, nascono sentimenti, affetti, conoscenze e solidarietà, anche tra le diverse generazioni. Ad Atena Lucana come altrove, questo e tanto altro si dimenticò in quegli anni. Questo e tanto altro si perse con il disconoscimento di un patrimonio storico architettonico di grande valore ambientale e che con la sua assenza, oggi più di allora ci fa avvertire la netta sensazione che “quando arrivi lì, non c'è un lì, lì”4. All'indomani del sisma del 1980, infatti, per Atena Lucana, come per molti centri minori dell'area interessata dall'evento, cominciò quel processo che l'avrebbe portata inesorabilmente alla sua perdita d'identità. Un pericolo però annunciato, almeno per me, fin dall'inizio del 1983, quando nell'ingenuo tentativo di salvare il salvabile, coinvolsi quello che era allora il mio docente di Progettazione Ambientale ed un mio compagno di corso alla Facoltà di Architettura di Firenze, in uno studio teso all'individuazione e al recupero dell'archetipo5 da noi inteso come invarianti architettoniche dei modelli del Vallo di Diano e dei limitrofi comuni della Lucania. Tentai cioè l'individuazione e il recupero di quegli elementi base che persistono attraverso i secoli e che interagiscono col modo di abitare e con le tradizioni, ma che, nel contempo, per sopravvivere in nuovi contesti, per essere tramandati, esigono sempre nuove interpretazioni. Alla fine della ricerca durata quasi due anni, quello che apparve immediatamente chiaro fu che il quadro unitario di reali bisogni e di adeguate risposte progettuali emerso dallo studio dei modelli del passato, si era di colpo e pericolosamente perduto e che nessuno fosse più in grado di capire che ciò che differenzia l’architettura dalle altre arti, è che le strutture architettoniche hanno una specifica destinazione d’uso e che per questo, a differenza di opere appartenenti ad espressioni artistiche che nascono per soli fini contemplativi o decorativi, la realizzazione di un'architettura è sempre e comunque determinata dalla necessità di soddisfare un fabbisogno. L'architettura, è bene non scordarlo mai, non è una valvola di sfogo per Amministratori, progettisti e committenti con manie di grandezza, ma è una risposta tecnica coerente a reali bisogni dell'uomo, relativi all'abitare. All'indomani dell'evento sismico del Novembre '80, s'instaurò un clima in cui i più si convinsero che il passato doveva essere rottamato e così se ne liberarono come ci si libera delle vecchie cianfrusaglie senza valore ammucchiate in soffitta, sicuri di aver buttato un'inutile zavorra che avrebbe rallentato la corsa al futuro. La mancanza di un qualsiasi legame col passato e perciò l'impossibilità di fare del presente il ponte tra questo e il futuro, nonché di un'idea urbanistica omogenea, fu alla base della creazione di tutta una serie di “non luoghi”6, spazi inutili o mal progettati e peggio realizzati e che per questo non assolsero alla loro funzione. Il risultato di queste cattive scelte non è stato solo l'immancabile degrado ambientale e il conseguente quanto inevitabile abbandono dei luoghi ma anche un progressivo allontanamento dell'individuo dalla vita sociale che si svolgeva in essi ed un venir meno delle relazioni con l'altro. Un luogo è un bene e come tale deve essere utilizzato, perché come qualsiasi altra cosa che non viene utilizzata prima o poi muore e un luogo muore proprio perché viene meno la sua fruizione, qualunque essa sia e la vita che in esso si svolge, perché è il suo utilizzo a garantirne la costante manutenzione e conservazione. La vita di strada, quella vissuta in piazza sulle panchine, piuttosto con la sedia sul marciapiede o sui gradini di un ingresso di un'abitazione o di una chiesa, quella comunque che permetteva lo stretto contatto con il passante-amico, quella così viva e attiva nei miei ricordi di bambino, ad Atena Lucana come altrove, si è ormai persa quasi del tutto e questo perché prima ancora ci siamo persi i luoghi di questi eventi. Ancor prima abbiamo perso il valore che avevano questi luoghi e certi più di altri, proprio perché riuscivano a stimolare un modello di vita che si è tramandato per secoli, che si fondava principalmente sulle relazioni e che impedivano l'alienazione dell'individuo. Sempre di più, quindi, il cosmos, cioè quell'ordine che riunisce gli intenti e che ospita l'armonia ha progressivamente ceduto il posto al caos, al senso di abbandono e disordine testimoniato dalla presenza di sterpaglie nei vicoli, dalle lamiere corrose e dei rifiuti gettati tra i ruderi delle case abbandonate. Il sisma prima e le scelte degli uomini poi, condannando al degrado il vicolo dell'infanzia, abbattendo la casa natale, cancellando i punti di riferimento e i luoghi della vita sociale, senza essere in grado nel contempo di crearne di altrettanto validi, anche sul piano simbolico, hanno spezzato quel cerchio ideale che ogni comunità rappresenta e che trasmette quel senso chiaro di appartenenza ad un gruppo con identica storia, tradizioni e patrimonio culturale. Ci si lasciò convincere che esistesse davvero un unico futuro possibile e che questo era dato dalla ricostruzione altrove e che a questo altare valesse la pena sacrificare ogni altra cosa. Sotto la spinta inaspettata ed incontrollata di una nuova edilizia dalla composizione architettonica varia ed improbabile, scimmiottante senza discernimento modelli di altri contesti, scopiazzati da riviste o rubati con foto in località turistiche di altre latitudini, fiorirono i nuovi insediamenti, oggi più di allora, simili a tristi periferie urbane.”7. Queste variegate accozzaglie di forme senza sostanza, incapaci d'incarnare ancora il connubio fra bisogno reale, modello culturale e interpretazione progettuale senza alcun legame con il contesto che le ospita, il più delle volte per essere autorizzati, vennero spacciate per impianti produttivi, perché ad Atena Lucana, come altrove, questo era l'unico escamotage possibile per edificare, in odore di un Condono Edilizio annunciato e nell'oggettiva impossibilità di attendere che si concludesse l'iter controverso e senza fine di un Piano Regolatore Generale, approvato poi solo nel 2007. Va comunque sottolineato che la Legge n° 47 del 28/2/1985, che si poneva prima di tutto come una provvisoria legge-quadro in materia urbanistico/edilizia, ammise al condono edilizio tutti gli abusi realizzati in Italia fino al 1/10/1983. Secondo dati CRESME, l'effetto-annuncio del primo condono provocò l'insorgere, nel solo biennio 1983/84, di 230.000 manufatti abusivi, su un totale di 970.000 realizzati fra il 1982 e tutto il 19978 A distanza di 30 anni dall'evento, il risultato di quelle scelte sconsiderate, avallate da leggi/cura che nel tempo si sono dimostrate più letali del male/evento, i nuovi insediamenti, specie quelli vallivi, denunciano il loro essere prosperati senza una regola urbanistica. A dispetto dei tentativi che si vorranno fare attraverso interventi tanto poco incisivi, quanto tardivi, questi agglomerati urbani caotici e amorfi sono ormai condannati a conservare quel carattere di periferie di “centri senza centralità”, satelliti di luoghi che insieme alla loro valenza economica hanno perso anche la loro identità e l'attaccamento di gran parte dei loro abitanti. In particolar modo di quelli più giovani, nati e cresciuti nell'era del PC e della TV con il telecomando e che non riescono a concepire una casa senza un collegamento decente ad internet o senza un percorso comodo per arrivarci anche sotto le intemperie o senza garage ad un distanza ragionevole, abitazioni confortevoli e lontane dal pericolo rappresentato dal possibile crollo delle tante case disabitate da troppo e perciò fatiscenti in quanto vittime di un degrado ambientale protrattosi per decenni. Guardando questi nuovi insediamenti vallivi, queste “entità senza identità”9 che hanno avuto gioco facile contro le sempre più scarse risorse da investire nel recupero delle preesistenze arroccate in alto, quasi in un tentativo di anacronistica quanto inutile difesa verso il “nuovo” che avanza, sempre di più si avverte quel senso di smarrimento fisico e psicologico che solo qualcosa che sa d'incompiuto può dare. Questa stessa sorte ha accomunato tanti centri minori dell'Italia centro-meridionale, specie quelli nelle aree interessate dal sisma del Novembre 80 che da insediamenti con economie che si fondavano sull'agricoltura e la pastorizia, come giustamente ha osservato Francesco Arminio nel suo “di mestiere faccio il paesologo”, sono passati dall'era pre industriale a quella post industriale, senza godere alcun vantaggio da un'era di mezzo mai vissuta. In sintesi, potremmo dire che quel che non fecero i barbari (inteso come evento sismico), fecero i Barberini. 




Ambiens e Topos: nel passato, il nostro futuro

“solo quando comprenderemo i nostri luoghi saremo in grado 
di partecipare creativamente alla loro storia.” 
C. N. Shulze

Molti con il termine "ambiente" tendono ad indicare in modo generico tutto ciò che ci circonda, facendo però più o meno consapevolmente riferimento solo all'aspetto prettamente naturale e dimenticando che è impossibile parlare di ambiente senza fare nel contempo riferimento all'essere umano e all'influenza che esercita su ogni area del pianeta, in modo diretto o indiretto, già con la sola sua presenza. Il termine “ambiente” deriva dal latino ambiens, -entis, participio presente del verbo ambire, che significa “andare intorno, circondare”. L'ambiente è quindi qualcosa di dinamico, anche se il termine ha perso tale connotazione nel tempo, a vantaggio di una visione antropocentrica che trovo deformante, perché pone l’uomo in un'ottica di parte non integrante della biosfera ma piuttosto di componente esterna a cui è stato concesso il diritto di plasmare e gestire il tutto a suo uso e consumo. L'ambiente è invece qualcosa che va oltre la convivenza di natura e cultura, territorio selvaggio e spazio antropizzato, è un luogo di mutazioni e processi di elementi che si muovono in un contesto comune e che pertanto non possono evitare di influenzarsi reciprocamente. Prendiamo ad esempio un elemento a me molto caro: la piazza. Come ho già scritto altrove: “la piazza è un vuoto urbano, una pausa nella condensazione dell'abitato che nel contempo, appartiene però ai fronti degli edifici che essa stessa separa. E', insieme, un “fatto” architettonico e urbanistico, perché travalica quel legame che essa stessa crea in quanto è anche un “fatto” antropologico. [...] la piazza è il luogo deputato alla teatralizzazione di qualsiasi gesto o azione che la utilizzi come suo fondale[...]. Quando così non è, la piazza smette di essere la pausa prima descritta e che è presenza fondamentale dell'identità urbana, scenografia degli eventi più importanti della vita sociale della comunità, fenomeno del Genius Loci, per ridursi ad [...] inutilità incastonate tra il vuoto e il nulla di quinte senza forza o del tutto inesistenti”10. L'ambiente in generale e quello urbano in particolare, è dato dall'intima e continua interazione tra le componenti naturali ed antropiche, che costituiscono un insieme interattivo in cui ogni azione dell'uno implica necessariamente una risposta dell'altro, innescando così un processo di feedbak sulla scorta del quale si determineranno altre scelte e i relativi nuovi comportamenti. Il disinteresse all'indomani delle catastrofi “e l'incuria per tutto ciò che del passato sia “solo antico” e non anche “opera d'arte”, contribuiscono ad accrescere il rischio che buona parte di detto patrimonio vada irrimediabilmente perduto. Ritengo che sia compito anche dell'Architetto, nel limite delle sue possibilità, impegnarsi affinché ciò non accada, cercando e trovando rinnovato interesse allo studio e al recupero anche di realtà meno note”11 I Centri Storici, come già detto, costituiscono un patrimonio architettonico, storico ed urbano che si fonde intimamente e indissolubilmente con i valori naturali e paesaggistici dei territori di appartenenza in quanto risultato di un lungo processo evolutivo di organismi urbanistici dai caratteri cromatici, materici e costruttivi denuncianti una chiara unità d'intenti12. Intervenire senza la stessa coerenza su di una realtà stratificatasi nei secoli, equivale a separare in modo traumatico quello che il tempo e gli eventi avevano unito: uomo e spazio, uomo e cultura, uomo e comunità, uomo e bellezza; in sintesi: l'uomo e il suo ambiente. Alla luce di quanto fin qui esposto, appare chiaro che la valorizzazione dei Centri Storici rappresenta un aspetto fondamentale non solo nell'ottica di un recupero culturale perseguito mediante il recupero di quei luoghi in cui si personifica la memoria e quindi l'identità di una comunità, ma anche socialmente ed economicamente, proprio in virtù dei possibili e variegati investimenti che può attrarre. Con l'attuale Assessore all'Ambiente, Pasquale Iuzzolino, già alla fine degli anni '90, dando seguito al mio lavoro di ricerca e di progettazione ambientale terminato nel 1984, si fantasticò13 sulla possibilità di un sistematico recupero del Centro Storico di Atena. Si era all'indomani del boom delle multiproprietà, ed una cosa ci apparve chiara: al di là di interventi edilizi discutibili, dell'anarchia dei materiali e dei colori usati nella nuova edilizia così come nel recupero della storica e della triste omologazione degli interventi di ristrutturazione, gli abitanti del nucleo più antico, dalla ricostruzione non avevano ottenuto alcun reale vantaggio. A distanza di 15 anni dall'evento, nulla si era pensato o fatto in modo incisivo ed organico per migliorare lo standard di vita di quelle persone e arrestarne il comprensibile esodo. Rilevammo, ad esempio, l'assenza di punti di comodo accesso ai vari anelli, utili a tutti, ma progettati principalmente pensando agli anziani, visto che rappresentavano la stragrande maggioranza di quelli più restii o più impossibilitati, per ragioni affettive ed economiche, a lasciare la vecchia abitazione. Osservammo inoltre che non solo mancavano, come mancano tutt'ora, parcheggi coperti o luoghi di sosta organizzati e in numero sufficienti per i residenti ma che mancava anche un piano in base al quale dislocarli strategicamente nei pressi dei suddetti punti di accesso. Illustrai all'Assessore il Piano di Lerida, di cui ero venuto a conoscenza attraverso una pubblicazione di qualche anno prima14 La mia idea era di collegare in modo analogo l'anello più basso, l'unico carrabile e con la possibilità di ospitare parcheggi, con altri due e di poterlo fare senza operare alcuna violenza al sito, sfruttando proprio gli edifici residenziali con tipologia a torre presenti nella parte del paese che affaccia a nord, cioè sul vallone dell'Arenaccia e la Serra d'Atena. La mia soluzione, nel dettaglio, prevedeva lo svuotamento di questi parallelepipedi attraverso la rimozione dei solai, il consolidamento dell'apparecchio murario e l'inserimento al centro di un elevatore, utilizzabile anche come ascensore per disabili e rampe di scale in metallo che gli girassero intorno e sbarcassero ai due livelli più alti, all'occorrenza, tramite l'ausilio di passerelle. La superficie utile sufficiente di questi edifici a torre si sarebbe prestata senza alcuna difficoltà a questa nuova funzione, senza contare che a quei tempi, l'uso di elevatori avrebbe reso molto più agevole il trasporto dei materiali per la “ricostruzione” ai livelli più alti e avrebbe evitato almeno in parte lo scempio che si è fatto della pavimentazione originaria, ricoperta in più punti con il cemento, per permettere il passaggio dei mezzi meccanici. La mia idea di dare una nuova funzione agli edifici a torre, era fortemente innovativa per quei tempi, specie se si considera che la tipologia a torre di forma parallelepipeda ci è stata tramandata dal passato e che gli ascensori di collegamento tra i vari livelli dell'abitato hanno dato ottimi risultati, sia in centri piccoli come a Pontassieve (Fi), sia in quelli più grandi e con un patrimonio architettonico di tutto rispetto, come Perugia. Altra cosa che apparve chiara nel corso della nostra dissertazione sui problemi del centro storico del dopo terremoto e delle possibili soluzioni, fu che sarebbe stato sempre più difficile reperire fondi sufficienti per un tempestivo recupero di quello che era già da allora in evidente abbandono e, contemporaneamente, per cancellare ogni traccia di quegli interventi tanto costosi quanto inutili e deturpanti che si erano decisi negli anni15. Ci rendemmo subito conto cioè, della portata enorme del progetto a cui stavamo pensando e che solo nuova linfa vitale avrebbe potuto dare corpo alle idee e alla volontà di strappare il nostro passato al caos per restituirlo ad un cosmos tanto tardivo quanto ancora oggi auspicabile. Nell'immediato e in assenza di un vero piano di sviluppo economico, per il quale avremmo potuto aspettare anche anni, l'aiuto poteva venire dal turismo. Allora come ora puntavamo su due ricchezze già presenti sul territorio e mai opportunamente pubblicizzate e incentivate: l'artigianato e le bellezze artistiche e naturali. Nel primo caso avevamo una tradizione da recuperare, nel secondo la vicinanza a luoghi turistici appetibili tutto l'anno, rappresentati dalle mete montane della Basilicata e da quelle marittime della Campania, che avrebbero potuto soddisfare contemporaneamente sia le esigenze del turismo intellettuale, attraverso i siti archeologici e di interesse storico e artistico di entrambe le regioni, sia di quello più strettamente interessato al divertimento di massa e al relax. L'idea, moderna per quegli anni, cavalcava l'onda dell'ultima moda lanciata dal turismo di allora, che aveva trovato una formula nuova ed economica per muoversi per il pianeta, in tutta libertà. Semplice e geniale, la soluzione era di diventare proprietari, insieme ad altri comproprietari e per il periodo minimo di una settimana, di uno o più alloggi in località in località turistiche più o meno note. La parte più innovativa ed interessante della proposta però era rappresentata proprio dal non essere indissolubilmente legati per sempre alla località in cui si era acquistata la multiproprietà ma, al contrario, di essere ancora più mobili proprio in virtù dell'acquisto di un immobile. La multiproprietà dava infatti la possibilità di scambiare alla pari la settimana di proprietà con un'altra in altra località a scelta. Anche essere multiproprietario di un solo alloggio era sufficiente per entrare a far parte di uno dei tanti circuiti di mutuo scambio di alloggi/vacanza disseminati sul pianeta. La mia intuizione fu l'aver capito che il Centro Storico non doveva essere visto come un monumento semplicemente da contemplare, un reperto archeologico sottratto con lo scavo alla terra che lo ricopriva solo per consegnarlo alla polvere e all'anonimato protetto di un deposito del museo, lontano dalla vita reale e dalla possibilità di produrre ricchezza sufficiente almeno alla sua sopravvivenza. Bisognava trovare delle idee per rivitalizzare il ruolo di una realtà rimasta così fortemente menomata nelle sue componenti non solo materiali e che era in evidente declino. Il progetto o meglio, l'idea del recupero del Centro Storico di Atena Lucana, sebbene acerba, come lo sono tutte le nuove idee all'inizio, specie se partorite da giovani menti, si basava sui seguenti punti: La messa in sicurezza dell'edificio, attraverso un suo recupero nel pieno rispetto delle norme vigenti in ambito di sicurezza ambientale e strutturale (oggi aggiungerei anche del risparmio energetico) e l'abbattimento delle barriere architettoniche e il recupero degli edifici abbattuti come giardini pensili (oggi aggiungerei anche parcheggi per bici e auto elettriche). I lavori, effettuati nel pieno rispetto del Genius Loci e quindi con un occhio sempre rivolto alla tradizione, sarebbero stati realizzati da maestranze locali, così da creare nuove possibilità di lavoro e, nel contempo, occasione di recupero dell'artigianato. Gli interventi che avrebbero interessato in modo sistematico quanti più edifici fosse stato possibile e avrebbero avuto inizio a partire da quelli più in buono stato di conservazione e, a parità di condizioni, da quelli con la migliore esposizione, facilità di accesso e bellezza del panorama; Il coinvolgimento della Comunità nel finanziamento del progetto ed in primis dei proprietari delle case del centro storico. I proprietari non in condizioni di sobbarcarsi l'intera spesa del recupero del proprio immobile, avrebbero avuto la possibilità di cedere lo stesso e di mantenere una quota parte della proprietà in forma di settimane/vacanze da scambiare; Il coinvolgimento economico del Comune, proposta che sarebbe ancora oggi valida, in cambio del suo impegnato ad urbanizzare l'area, fornendola dei servizi necessari per rispondere adeguatamente alle richieste derivanti dalla sua nuova funzione; Creazione di botteghe artigiane ed eno-gastronomiche e luoghi di ristoro in cui reperire esclusivamente prodotti locali (oggi aggiungerei la condizione della loro tracciabilità) e in cui organizzare incontri e convegni incentrati sul loro rilancio; La finalizzazione del lavoro sul recupero delle tradizioni e dei vecchi mestieri, all'apertura di laboratori. L'idea era di includere nel pacchetto la possibilità, da parte del turista che ne avesse fatto richiesta, di frequentare dei corsi nei quali venire a contatto diretto con l'artigianato locale e apprenderne le tecniche, nello spirito di questo tipo di vacanza alternativa; Trekking ed escursioni organizzate nei luoghi di maggiore interesse naturalistico e culturale. Da Atena e dal Vallo di Diano in generale, come già accennato, sono raggiungibili e visitabili nell'arco di una giornata, sia i siti della Lucania (ad es. I Castelli di Federico II a Lagopesole, Venosa Melfi, la Cattedrale di Acerenza, i Sassi e gli eremi rupestri di Matera, gli scavi archeologici di epoca romana a Venosa come a Grumento, la splendida costa di Maratea) e della Campania (ad es. la Certosa di Padula, gli scavi archeologici a Buccino, le Grotte dell'Angelo a Pertosa, l'area dei templi di Paestum, le grotte marine di Palinuro), sia le zone turistiche della costa della Campania (la costa Cilentana e Amalfitana), sia quelle del turismo invernale della Lucania (i campi da sci sul Vulturino). A queste mete pensate originariamente, si possono aggiungere oggi nuove realtà, come quelle del Parco del Cilento e Vallo di Diano, del Parco del Sele e del Tanagro e dell'Oasi W.W.F. di Persano, tanto per citare quelle più vicine, rese ancor più vicine anche al resto del mondo, dalla recente creazione dell'aeroporto di Pontecagnano; Nell'ambito strettamente comunale, il recupero e la valorizzazione dei vecchi percorsi ormai in disuso e dimenticati. Uno di questi e sicuramente il più conosciuto, è la cosiddetta Salita del Petto, percorso usato come scorciatoia, per lo più dai contadini che si recavano a lavorare i campi ubicati nella valle. Altri percorsi recuperabili come attrattori turistici sono tutti quei sentieri utilizzati dai pastori per raggiungere i pascoli, alcuni dei quali ubicati proprio nell'area del Vallone dell'Arenaccia e della Rupe Rossa e che rappresentano località interessanti anche per la presenza di grotte e anfratti da sempre usati come riparo dai pastori ma sicuramente frequentate dall'uomo anche in epoca preistorica. Interessante, anche in questo secondo caso, ipotizzare percorsi di trekking che colleghino il Borgo Albergo a questi siti. Altra mia idea che risale al 2006 e che ritengo possa fungere da attrattore è quella del recupero come pista ciclabile, del vecchio tracciato ferroviario della Calabro Lucana16 in quanto il suo percorso, tra caselli adibiti a punti di ristoro e piccole gallerie, attraversa alcuni dei luoghi più panoramici del nostro territorio comunale. Infine, alle vecchie soluzioni per creare interesse verso il nostro Comune e, più in generale, per tutto il nostro territorio, ne aggiungerei ancora una, nuova anche se non originale. L’idea che ha dimostrato nel tempo di essere un forte attrattore turistico sebbene realizzata in una zona della Lucania non proprio baricentrica e raggiungibile soltanto attraverso una viabilità non facile, né veloce, è conosciuta come “volo dell'angelo”. Realizzata per la prima ed unica volta in Italia, tra i comuni di Castelmezzano e quello di Pietra Pertosa, sulle Dolomiti Lucane, rappresenta tutt'ora il “volo” più alto e più lungo del mondo. Oltre a questo ne esistono solo altri tre e tutti in Francia. Facilmente realizzabile e poco onerosa, consiste nel sorvolo a svariati metri di altezza e a grande velocità, di siti dal forte impatto paesaggistico. Il sorvolo viene effettuato, in tutta sicurezza, sospesi ad una fune d'acciaio, lungo la quale si scivola mediante una carrucola a cui si viene imbracati e copre la distanza tra un punto A e un punto B posti in siti con sufficiente dislivello. Aspetto migliorativo dell'idea originale e che discosta nettamente il nostro progetto da quello già realizzato in Lucania, non è tanto la maggiore lunghezza ed altezza dal suolo, quanto quello di collocare il punto di partenza in un luogo che sia al contempo molto panoramico e di facile accesso anche in auto ma fuori dal centro abitato e ubicare invece il punto di arrivo, all'interno del Centro Storico, così che il turista, nel percorso di ritorno al proprio mezzo di locomozione, possa venire a contatto con la realtà locale ed essere invogliato a trattenervisi 17. 




Dalla Multiproprietà all'Albergo Diffuso: l'evoluzione di un'idea

“(…) un bene non è tale se non è fruibile. 
La pura contemplazione non appartiene all’Architettura.”


L’Albergo Diffuso non è una struttura alberghiera ex-novo, ma una “struttura orizzontale”, un'idea con lo scopo di recuperare gli edifici in disuso all'interno dei paesi e trasformarli in alloggi da inserire in un circuito di vacanze. Orizzontale perché è concepito con una struttura centrale, la reception, che funge da punto di accoglienza clienti e d’incontro e da una serie di unità abitative, le camere, dislocate in edifici diversi nel centro del paese, ma non troppo distanti dalla reception che deve essere raggiungibile facilmente. L'idea di Albergo Diffuso18 nasce in Carnia, a seguito del terremoto del 1976, quando si pensò, con lungimiranza, d'investire a fini turistici sulle case e i borghi disabitati e ristrutturati a fini abitativi. Il termine viene però utilizzato per la prima volta nel 1982 all’interno del “progetto pilota Comeglians” che si proponeva come programma per l'inversione di tendenza rispetto al degrado in atto. L'occasione era particolarmente favorevole trattandosi degli anni in cui si stava attuando la ricostruzione post terremoto del 1976, situazione che avrebbe permesso di convogliare almeno parte di quei finanziamenti nella realizzazione di questo progetto innovativo. I progetti rimasero però nel cassetto e vennero in parte rispolverati con l'arrivo dei fondi relativi al bando europeo denominato 5b. Negli anni ’80 il termine “Albergo Diffuso” si diffonde, e si assiste a diversi progetti e tentativi di realizzare l’idea in altre realtà del paese. I primi tentativi di Alberghi Diffusi si ebbero in Emilia Romagna nel 1984 e nel 1987 a Vitulano, un comune del Sannio in provincia di Benevento. In questi primi due tentativi, l’obiettivo principale che si perseguì fu quello di recuperare edifici vuoti e case abbandonate al fine di animare centri storici disabitati e di valorizzare turisticamente un sito in una logica che il marketing definirebbe “product oriented”, piuttosto che quello di dare risposta alle esigenze di una domanda interessata a fare esperienze in qualche misura ancora autentiche, perché legate allo spirito dei luoghi, al cosiddetto Genius Loci, più volte citato. In quei primi tentativi era quindi ancora assente l’idea di costruire un modello ospitale distinto perché alternativo e diverso rispetto a quelli tradizionali e che si voleva proporre come un modello ed una cultura dell’ospitalità con le radici nel territorio, in grado di guardare alle esigenze più profonde della domanda, che consistevano appunto nel poter interagire con una realtà locale unica per le sue peculiarità. I progetti pensati negli anni ’80, proprio per l'assenza di visione più generale e complessa di recupero delle antiche realtà in un contesto di modernità, sono perciò da intendersi più dei residence diffusi, che degli Alberghi Diffusi, in quanto comprendevano singole abitazioni sparse sul territorio che venivano recuperate e poi messe in rete soprattutto con l'intento di trarre profitto. Si trattava quindi di iniziative private che si proponevano sul mercato in modo spontaneo, come offerta che a monte non aveva un'indagine di mercato e senza che ci fosse in seguito una strategia su come intercettare la possibile domanda e offrire un servizio con essa coerente. Ma è sempre negli anni '80 che l’idea dell’albergo diffuso assume contorni più definiti e comincia ad essere concepita come un albergo orizzontale situato in un centro storico di fascino, con camere e servizi dislocati opportunamente in edifici diversi, ma sempre vicini tra di loro. La concretizzazione, sebbene soltanto parziale delle prime realizzazioni di AD, si avranno però solo negli anni ’90 e questo perché alcuni motivi, tra i quali la logica aberrante della burocrazia, ne hanno ritardato la realizzazione. Al problema burocratico si affiancò quello di una legislazione ancora mancante e che si ebbe solo a partire dal 1998 in Sardegna. Non a caso sono stati proprio i modelli di AD sardi ad essere oggetto di diversi seminari e occasioni di studio e alla base della prima normativa che in Italia ha distinto l’albergo diffuso dalle altre forme di ospitalità. Nel 2008 l’idea dell’albergo diffuso è stata premiata a Budapest in occasione del Convegno Helping new talents to grow come migliore pratica di crescita economica da trasferire nei paesi in sviluppo. L’idea di Albergo Diffuso può essere quindi definito come un albergo orizzontale, situato in un centro storico, con camere e servizi dislocati in edifici diversi, seppure vicini tra di loro ed è da intendersi come una struttura ricettiva unitaria che si rivolge ad una domanda interessata a soggiornare in un contesto urbano particolare, a contatto con i residenti e usufruendo nel contempo dei normali servizi alberghieri. Tale formula, che si è rivelata particolarmente appetibile per borghi e paesi caratterizzati da centri storici di interesse artistico ed architettonico, può essere però riproposta anche in centri minori che non godono di queste stesse caratteristiche ma che hanno una posizione strategica nel proprio territorio che permette di raggiungere siti di interesse naturale e/o culturale, con minimo dispendio economico e di tempo. Si tratta quindi, di una proposta concepita per offrire agli ospiti l’esperienza di vita di un centro storico di una città o di un paese, potendo contare su tutti i servizi alberghieri, cioè su accoglienza, assistenza, ristorazione, spazi e servizi comuni per gli ospiti, alloggiando in case e camere che distano non più di 200 metri dal luogo nel quale sono situati la reception, gli ambienti comuni e l’area ristoro. Ma l’AD è anche un modello di sviluppo del territorio che non crea impatto ambientale. Per dare vita ad un Albergo Diffuso infatti non è necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare/ristrutturare e a mettere in un circuito vacanziero quello che esiste già. Inoltre un AD funge da “presidio sociale” e anima o rianima, come nel caso di Atena Lucana, i centri storici, stimolando iniziative e coinvolgendo i produttori locali considerati come componente chiave dell’offerta. Un AD infatti, grazie all’autenticità della proposta, alla vicinanza delle strutture che lo compongono e alla presenza di una comunità di residenti riesce a proporre più che un soggiorno, uno stile di vita. Con l'AD si può sperare di riportare la vita nei centri antichi interessati dal progressivo spopolamento, come ad esempio in quelli nell'area del sisma del 1980, dell'Irpinia e del Salernitano e quindi, anche Atena Lucana e si possono recuperare e valorizzare quei tanti edifici chiusi e non più utilizzati. Questo deve essere fatto e bisogna farlo anche in fretta, prima che un pezzo di cornicione si stacchi o una tegola scivoli colpendo uno dei residenti o degli inconsapevoli quanto incolpevoli turisti che talvolta capita di incrociare nelle stradine deserte. L'idea di recuperare il centro storico e riportarlo a nuova vita attraverso la sua graduale trasformazione in A.D. si basa anche sulla considerazione che problemi economici di portata mondiale hanno notevolmente influito sul modo di intendere le ferie. Sempre più spesso infatti, negli ultimi anni si preferiscono come mete turistiche le località italiane, mentre la stessa durata delle ferie si è progressivamente e considerevolmente ridotta. Purtroppo però le mete sono quasi sempre le stesse e questo principalmente per due motivi: la mancanza di strutture adeguate e la scarsa pubblicizzazione dei cosiddetti centri minori, ubicati magari a pochi chilometri dai siti di maggiore affluenza turistica eppure ancora quasi del tutto sconosciuti. Questo, nello specifico, è il caso di Atena Lucana che, come già detto, è al centro di uno dei tanti luoghi italiani di grande interesse culturale e paesaggistico. Altra considerazione da fare è che l'AD ha la capacità di soddisfare le richieste di un'utenza esperta e perciò stanca delle solite formule alberghiere, in quanto composta da persone che sono alla ricerca di formule innovative . Nel suo studio “Leisure Travel” del 1991, S. Plog afferma che: “i turisti in vacanza desiderano unicità, non uniformità e che, per questo, più l’albergo riflette l’architettura locale, i costumi e lo stile di vita dell’area, più ha possibilità essere scelto come meta di vacanze alternative.” Ma l’aspetto più importante dell'AD è il rispetto dell'ambiente culturale, del contesto in cui sorge perché muove direttamente nella direzione del recupero del patrimonio artistico e culturale dei centri minori, perseguito sia dalla politiche comunitarie che da quelle nazionali e, solo più raramente e con lungimiranza, da quelle locali, che spesso non hanno alcuna idea della ricchezza che possiedono e della possibilità che hanno di creare occupazione e magari, di mantenere o addirittura incrementare la popolazione e tutto senza intervenire contaminando la cultura, l’ambiente, l’identità dei luoghi. L’Albergo Diffuso può quindi avere la funzione di “animatore” culturale ed economico dei centri storici, in particolare nelle piccole realtà e per questo sarebbe auspicabile, perché ogni centro storico trasformato in AD non diventi una specie di Disneyland usa e getta, un baraccone progettato male e gestito peggio, che il progetto sia redatto da Associazioni Culturali e Ambientaliste, con una partecipazione significativa del Comune, della Pro Loco e dei proprietari stessi e che sia gestito da una Cooperativa formata da personale specializzato, posto sotto il loro diretto controllo. In sintesi, io credo che il turismo sia senza alcun dubbio una delle maggiori fonti di guadagno e sostentamento per i Paesi e in particolar modo per quelli che, come l'Italia, hanno la fortuna di avere tanti luoghi interessanti sotto l'aspetto culturale e ambientale. Chi è nel Turismo in modo professionale però lo sa che è importante in questo campo avere le idee e che queste per generare progetti competitivi devono essere innovative. Questa stessa idea, che negli anni 90 era avveniristica, oggi è solo contemporanea; si è perso tempo a cercare forme di guadagno limitate e personali con la piccola speculazione, invece di investire come comunità, in modo coraggioso e moderno. Non senza malcelata ironia, infatti, sono solito criticare coloro che nel passato hanno visto le tante strutture ricettive del Vallo, molte delle quali nel territorio di Atena Lucana, come i sintomi di una realtà positiva: sono strutture recenti, sicuramente discutibili per l'eclettismo dello stile che nulla ha a che vedere con i modelli dell'architettura locale ma più simili a quelli della riviera romagnola, quando non sono palesemente dei capannoni industriali con un rivestimento posticcio in facciata, ma senza dubbio, in tutti i casi, sono strutture dotate dei massimi comfort e con finiture di ottimo livello. Sono però “cattedrali nel deserto”, quasi sempre sotto utilizzate perché per anni, forti anche degli incentivi statali, ci si è preoccupati di creare strutture per l'accoglienza del turista senza parallelamente cercare idee per invogliare il turista a scegliere il nostro territorio come meta. Abbiamo ingenuamente creduto che avere ricchezze di grande valore ambientale e culturale come la Certosa di Padula o le Grotte dell'Angelo a Pertosa, tanto per citarne due tra le tante, ci potesse esimere dalla necessità di promuoverci sul mercato e di farlo non in modo individuale e approssimativo ma in modo professionale e corale, proponendo pacchetti vacanze stimolanti perché alternativi. L'AD, di per sé si propone in modo accattivante e alternativo, in virtù di alcune sue peculiarità, prima tra tutte l'autenticità, una caratteristica che permette ai turisti di vivere l’esperienza di un soggiorno in case e palazzi progettati per essere vere abitazioni e di avere l’opportunità di stare a contatto con i residenti, di trovarsi immerso nella realtà locale in prima persona, di vivere il borgo e la sua realtà. Altro aspetto che fa dell'AD una formula interessante, è la possibilità di offrire una proposta articolata in quanto il turista avrebbe a sua disposizione una possibilità di scelta ampia, in virtù di offerte differenziate. In sintesi: la mia idea di AD è da intendersi come un progetto che abbia come obiettivo principale non solo quello di risollevare l'economia locale ma anche quello di recuperare il patrimonio artistico e ambientale e, nel pieno rispetto dell'ambiente culturale, riuscire a trasformare l’abbandono in risorsa. Vorrei cioè creare un ambiente in cui fosse reso possibile al turista di vivere l’esperienza del soggiorno nel pieno rispetto dell'autenticità del contesto, con la possibilità di venire a contatto con le tradizioni locali e la produzione artigianale e contadina. Penso cioè alla possibilità per il turista di recuperare quella manualità propria dei processi produttivi che erano di generazioni da lui non lontanissime eppure sconosciute e di impararne le tecniche. Immagino visite esplicative nei frantoi, nei mulini, nei laboratori dei fornai e dei pasticceri, nelle officine dei fabbri, dei maniscalchi, degli stagnini, nei laboratori degli impagliatori di sedie, degli intrecciatori di ceste, dei vasai. Penso a lezioni tenute negli ovili o nelle stalle per capire il processo produttivo che porta dalla mungitura alla produzione dei formaggi, immagino la possibilità di farli partecipare alla raccolta delle olive o della frutta o alla vendemmia, di insegnare loro i processi di produzione del vino. Immagino cioè di dargli la possibilità di una vacanza variegata, che si sviluppi tra quella intellettuale dei musei e quella “vissuta” dell'agriturismo. Un progetto pensato quindi, con l’intenzione di rivolgersi, mediante proposte diverse, a differenti fasce di utenza e di farlo con una soluzione ricettiva che si gioca gran parte della sua competitività, sulla maggiore visibilità derivante dall'originalità della formula. Sono però consapevole che per realizzare questo si dovrà affrontare e risolvere un ulteriore grande problema, che specialmente nelle realtà del sud ha difficoltà a morire e che è la diffidenza verso il nuovo. La resistenza a queste iniziative, a dispetto del trascorrere degli anni, rischia di essere di natura culturale e il pericolo è di ritrovarsi a dover convincere della bontà dell'operazione proprietari diffidenti e amministratori ancorati alle loro vecchie idee. 




Conclusioni

Sebbene sia auspicabile e anche indispensabile che ogni Regione che ospita un Albergo Diffuso o Borghi Alberghi inserisca all’interno della propria legge regionale una precisa e chiara classificazione delle strutture ricettive alberghiere ed extra alberghiere preposte a questa nuova forma di ospitalità, al momento la Regione Campania non l'ha ancora fatto e questo sebbene alcuni siti specializzati indichino la presenza di almeno un Albergo Diffuso e di due Borghi Alberghi al suo interno. Purtroppo gli stessi siti non danno alcuna indicazione precisa sulla loro collocazione e questo fa capire ancora meglio la confusione che ancora persiste nella loro univoca individuazione e classificazione. Gli alberghi diffusi, infatti, vengono spesso confusi con i semplici appartamenti ristrutturati e messi a disposizione per i turisti in forma di iniziativa privata. Questa gestione improvvisata e senza una vera organizzazione a monte, impedisce che il prodotto offerto rispetti gli standard qualitativi richiesti per essere non solo appetibili ma anche competitivi sul mercato. L’inserimento dell’Albergo Diffuso, all’interno di una legge regionale, assicurerebbe l’originalità e l’autenticità di una così innovativa e ricercata forma di ospitalità e sarebbe molto più facile per il borgo essere inserito in un programma di collaborazione nazionale che si occupi della promozione su larga scala, con maggiori e più veloci guadagni, com'è facilmente immaginabile. Il prodotto offerto, attraverso questa auspicabile oculata gestione potrebbe portare addirittura alla creazione di un marchio di qualità che possa individuare e promuovere le strutture nelle diverse realtà locali della stessa provincia che le ospita ed incrementare la collaborazione tra i vari comuni. Questo tipo di organizzazione, ovviamente, non può però prescindere dalla presenza di personale altamente specializzato, la cui formazione dovrà essere conseguita presso scuole specifiche che possano formare tanto i gestori, quanto il personale di servizio con la creazione di scuole specialistiche, con corsi manageriali, di formazione e di aggiornamento per poter dare l’opportunità agli operatori turistici di tenersi sempre informati. Utile rimarcare l'aspetto che il fenomeno degli Alberghi Diffusi non può e non deve trasformarsi nella banalità di una nuova moda del turismo, quindi deve essere la realizzazione di un progetto corale, concreto e coerente, partorito, realizzato e gestito da persone che realmente amano e rispettano l'ambiente e in primis il proprio territorio e da Enti ed Associazioni accreditate, quali quelle ambientaliste e le Pro Loco e sottratto al controllo, più o meno palese, di intrallazzatori locali che comprano a pochi soldi case abbandonate, le ristrutturano con poca spesa, magari a spese dello Stato e comunque senza alcun rispetto per la tradizione e per l'idea stessa di Albergo Diffuso e le trasformano in strutture alberghiere alla buona, che avranno vita breve, come spesso accade, ma non prima di aver danneggiato ulteriormente, con il loro fallimento, il contesto in cui sono sorte. Questo non deve assolutamente accadere. Io credo molto in questa idea e ci credo, come già detto, fin dall'inizio degli anni 90, e ho cominciato a lavorarci, anche se inconsapevolmente, già nel 1983. Spero perciò che siano arrivati realmente i tempi e le persone giuste per la sua realizzazione ma soprattutto che questo, che potrebbe essere un progetto pilota, possa offrire ai piccoli paesi la possibilità di risollevare le sorti della propria economia e, nel contempo, di condividere con altre persone di ogni parte del mondo, le bellezze del proprio territorio. A conclusione voglio solo sottolineare che i finanziamenti Regionali per il recupero dei Centri Storici esistono già da qualche anno anche in Campania19, così come quelli per il recupero dei percorsi e siti rurali sono finanziabili con i PSR20 Questo potrebbe voler dire che se non si è mai fatto niente, è anche per disinteresse e che quando invece, si è fatto ma si è fatto male, è stato anche per l'incapacità di comprendere i propri luoghi e per il poco amore per l’ambiente, nella sua più ampia accezione. 

Atena Lucana 19/08/2010 
Dott. Arch. Angelo Sangiovanni 

NOTE

2) Un esempio valga per tutti: se l'abitare un certo ambiente ha dimostrato con l'esperienza una certa inclinazione delle falde del tetto come sufficiente per smaltire correttamente le precipitazioni meteoriche, inclinazioni palesemente superiori o nettamente inferiori sono tanto sovradimensionate e quindi inutili nel primo caso, quanto incapaci a risolvere il problema nel secondo. In entrambi i casi sono però soluzioni avulse dal contesto in quanto dettate dal personale e perciò sempre discutibile, senso estetico. In ogni caso, sono risposte inadeguate ai reali problemi posti dall'ambiente in cui sono state inserite. Lo stesso dicasi per i colori, la scelta dei materiali, del contesto del loro utilizzo, per le tecniche di lavorazione e d'impiego e addirittura per gli spessori. Il bianco delle facciate o i colori chiari in genere vanno bene per il mare per respingere i raggi del sole troppo cocenti ma in ambienti montani, dove è bene invece attirarli per ottenere un riscaldamento naturale dell'abitazione, è preferibile usare colori scuri, che notoriamente invece attraggono i raggi del sole. Allo stesso modo: spessori troppo esigui e lavorazioni troppo invasive per le parti in pietra, specie se calcari, espongono in ambienti montani questi manufatti al fenomeno delle gelività e al conseguente veloce degrado.

3) Questi spazi, a distanza di 30 anni sono sotto gli occhi di tutti, vittime del degrado e dell'abbandono. Valga un esempio per tutti che testimoni gli scempi fatti in quegli anni ad Atena Lucana: la realizzazione di una inutile quanto costosa scala in cemento armato, un'opera orrenda che, al ritorno da un mio viaggio a Roma fatto nei primi anni 90, chiamai ironicamente “Trinità dei Monti”, alludendo a quel fastoso intreccio di rampe a cui pomposamente riportava. Figlia della stessa aberrante logica è anche l'ultimo orrore architettonico realizzato nel Centro Storico e cioè il “non luogo” voluto nella parte alta del Centro Storico, a ridosso di quello che rimane delle mura del Castello, in località Schifa. Lo slargo che si è venuto a creare in seguito alla demolizione di 4 abitazioni gravemente danneggiate dal sisma, ubicate davanti ad un edificio gentilizio, ora sede di un costoso e perfettamente arredato Centro Polifunzionale. La quota di calpestio di detto slargo è stato mantenuta, con scelta architettonica quanto mai inopportuna, ad un livello più alto di oltre un metro rispetto a quella dell'ingresso dell'edificio. Tale scelta ha relegato inoltre l'ingresso dell'edificio in un vicolo la cui larghezza è inferiore ai 2 metri, impedendogli di dominare il luogo, proprio per l'assenza di un giusto rapporto tra i vari elementi e un'adeguata profondità prospettica. Cosa ancor più grave, è che la presenza di questo muro venutosi a creare a ridosso dell'ingresso di questo edificio deputato a contenitore polifunzionale, fa da tappo all'ingresso stesso, impedendo ad eventuali fruitori di utilizzare una comoda e veloce via di fuga in caso di pericolo. Non dimentichiamo infatti che siamo in un contesto fortemente sismico. Gli stessi, fruitori infatti, se si fossero rispettati i giusti rapporti tra l'edificio e la piazza, quelli cioè tramandati in architettura da sempre, in caso di evento sismico avrebbero potuto trovare una veloce via di scampo nella piazzetta antistante l'edificio e non ritrovarsi, così come accadrebbe ora, imbottigliati in un vicolo. Ancora: anche la scelta infelice della pavimentazione utilizzata in tutto il contesto rischia di mettere a repentaglio la sicurezza del cittadino. L'aver usato la stessa pietra a rivestimento di tutte le superfici, orizzontali, inclinate e verticali, senza soluzioni di continuità e con la stessa messa in opera, impedisce di percepire chiaramente i dislivelli. Questi diventano ancora meno visibili in condizioni di luce non favorevoli, come all'imbrunire o con il cielo nuvoloso o per problemi alla pubblica illuminazione e lo sono ancor meno ad occhi non più in buono stato, come potrebbero essere quelli degli anziani. In ultimo, l'assenza di uno scannafosso a ridosso della facciata principale dell'edificio e la contemporanea scelta di realizzare una pavimentazione discontinua e del tutto avulsa dal contesto nella forma e nella sostanza, è un'altra scelta decisamente inopportuna. La stessa infatti, realizzata con pietre di fiume di piccola pezzatura distanziate ed adagiate su superficie assorbente, diviene fortemente permeabile alle acque meteoriche, tra l'altro volutamente convogliate in più punti della stessa tramite discendenti. Ovviamente tutto questo ha causato copiose e pericolose infiltrazione nelle fondazioni e l'ovvia risalita per capillarità, della stessa umidità, causa dell'evidente quanto precoce ammaloramento delle murature di un edificio che sebbene talvolta utilizzato da anni, non è stato inaugurato, ancora.
A questa inutilità architettoniche in tempi passati e più recenti se ne sono sommate altre, alcune delle quali  fatiscenti da decenni, come i Bagni Pubblici , o mai veramente utilizzati, come il Mercato Coperto e lo slargo tra il campo sportivo e le case popolari su Viale Kennedy.
4) Il recupero dei contenuti originali dell'abitazione” – Sangiovanni Angelo e Di Carlo Giuseppe - Corso di Progettazione Ambientale, Università degli Studi di Firenze, a.a. 1984/85
5) Archetipo è un termine che trae origine da antichi scritti greci e ha il significato di «immagine da prendere a modello, marchio espressivo, esemplare originario» tipos (originale) arché. La parola fu coniata da Filone di Alessandria ed in seguito usata da Dionigi di Alicarnasso e Luciano di Samosata e lo si ritrova in varie discipline. In un contesto filosofico, l'archetipo rappresenta una preesistente ed originaria forma di un pensiero (per es. l’idea platonica); nella psicoanalisi molti autori lo usano per indicare le idee innate e profonde dell’inconscio umano; nella mitologia indica le forme primitive alla base delle espressioni mitiche e religiose dell’uomo e, nello studio della narrazione indica i metaconcetti di un’opera letteraria espressi nei suoi personaggi e nella struttura della narrazione; in linguistica Jacques Derrida lo ha usato per indicare il concetto di «archiscrittura» e cioè la forma ideale della scrittura preesistente nell’uomo prima della creazione del linguaggio e da cui si origina quest’ultimo. L’archetipo è inoltre presente in filologia per indicare la creazione di un’opera originale ovvero l’elemento più antico e non originato da altri. Lo studio archetipo nasce dunque dalla necessità di ricercare quelle forme architettoniche originali generate e create nel profondo delle esigenze umane: salute, bellezza, estetica, sostenibilità economica ed ambientale.
6) Esempi di non luoghi realizzati a partire da quegli anni sono il mai ben utilizzato mercato coperto, che con un concorso di idee si è cercato di recuperare, i cosiddetti bagni pubblici messi, con scelta infelice, negli immediati pressi del Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale, ma 2 piani al di sotto di quello stradale, così da scoraggiare il suo utilizzo anche da parte del vecchietto più arzillo. Ancora: la Casa Comunale che per forma e collocazione ha la stessa capacità rappresentativa e riconoscibilità di un condominio di periferia, la palestra/auditorium, uno dei tanti spazi polifunzionali (che troppo spesso significa: non ho idea di cosa farci in quest'opera ma ho potuto ottenere fondi e quindi l'ho realizzata), uno scatolone prefabbricato sotto utilizzato perché non ce n'era la reale necessità, ma a cui presto se ne aggiungerà uno simile allo Scalo del paese. La citata Schifa, un maldestro tentativo di riportare la vita in una realtà, come quella della parte alta del centro storico, abbandonata da un ventennio. Infine: le “non piazze” di Atena Lucana, di cui ho scritto in occasione del “Concorso d'idee per la riqualificazione Urbanistica, Paesaggistica ed Architettonica dell’area del mercato comunale” su www.studioarkproun.splinder.com - Arch. Angelo Sangiovanni 20/06/2009.

7) Oggi, accanto ai palazzotti di “gentiluomini” di fine ottocento e primo novecento, molti di non lontane origine contadine, vanno sorgendo case e villette che la nuova classe emergente, basso borghese e contadina, ostenta come segno distintivo di prestigio, soppiantando la borghesia uscente, la bicentenaria classe dei ricchi proprietari terrieri professionisti e non: “signori” di una volta, ma imitandone i codici più esteriori di comportamento”. Dott. Elena D'Alto, Archeologa, “Atena antica“, riportato in “Il recupero dei contenuti originali dell'abitazione” e riportato in – Sangiovanni Angelo e Di Carlo Giuseppe - Corso di Progettazione Ambientale, Università degli Studi di Firenze, a.a. 1984/85

8)La struttura unitaria è ancora salva anche se gruppi edilizi, iniziati alla periferia orientale del paese (zona Braida) comincia a ferire il Borgo e la piazza [...]. Questa preziosa eredità che si va perdendo sulla Braida, per assurdi interventi sostitutivi, potrebbe andare salvata.” Dott. Elena D'Alto, Archeologa, “Atena antica“ in“Il recupero dei contenuti originali dell'abitazione” e riportato in – Sangiovanni Angelo e Di Carlo Giuseppe - Corso di Progettazione Ambientale, Università degli Studi di Firenze, a.a. 1984/85.
9) Ad Atena Lucana, le promesse di nuove opportunità di lavoro offerte da questi insediamenti caotici, in cui gli impianti produttivi divenuti abitazioni si mischiano a quelli rimasti tali, generando talvolta disagi e problemi di convivenza tra confinanti, in quest'epoca di recessione, si sono scontrate con la realtà di un sud che cresce a rilento perché continua a correre a vuoto, senza valide strategie e senza una vera programmazione che non sia la speculazione spicciola e il conseguente arricchimento di pochi. Quella stessa piccola speculazione che ha fatto lievitare i prezzi dei terreni in modo innaturale, con la conseguenza che il piccolo imprenditore, tra la morsa di un lotto minimo di 20.000 metri, realtà avulsa dall'economia agricola del nostro territorio e il prezzi esorbitanti imposti dai confinanti per la cessione della metratura mancante alla realizzazione dell'ampliamento necessario all'attività, sono sempre più spesso in cerca di siti in cui spostarsi, ubicati nelle zone industriali di altri comuni limitrofi. Ci stiamo risvegliando da un sonno lungo trent'anni e al risveglio ci ritroviamo in un'economia che stenta a decollare e a tanti manufatti iniziati e mai finiti o finiti e mai abitati e offerti inutilmente in affitto o messi addirittura in vendita.
10)Concorso d'idee per la riqualificazione Urbanistica, Paesaggistica ed Architettonica dell’area del mercato comunale” su www.studioarkproun.splinder.com – Arch. Angelo Sangiovanni 20/06/2009

11)
“Calcareniti e Calciruditi del Flysch di Pescopagano” - Arch. Angelo Sangiovanni – 2000
12) Come ho evidenziato nella parte conclusiva della relazione in: “Concorso d'idee per la riqualificazione Urbanistica, Paesaggistica ed Architettonica dell’area del mercato comunale” su www.studioarkproun.splinder.com – Arch. Angelo Sangiovanni 20/06/2009
13) Fantasticare è il temine giusto, visto che dopo anni siamo ancora a ripeterci le stesse cose e con la stessa passione. Cose o meglio: “sogni” che sono alla base anche del presente lavoro.
14) Per la precisione, un numero di Casabella del 1985 e dell'idea che avevano avuto per il quartiere di Cayeret. In sostanza si trattava dell'inserimento di una torre a base triangolare che ospitava al suo interno ascensori e scale e che, attraverso passerelle, collegava la piazza pedonale di San Juan posta in basso con le sistemazioni degli spazi antistanti la Cattedrale sul colle di San Leo.


15) Un esempio per tutti: l'inutile quanto costosa colata di cemento che disgustato chiamai ironicamente “Trinità dei Monti”. Sentirla chiamare oggi così, con altrettanta ironia ormai da gran parte dei miei compaesani, non mi inorgoglisce, però. Semmai rigira il coltello nella piaga.


16) La bozza di questo mio progetto esiste già dal 2006 e da qualche tempo l'ho sinteticamente riportata sul blog da me aperto all'indirizzo www.studioarkproun.splinder.com.



17) Il progetto, che nasce da un'idea dell'attuale Assessore Comunale all'Ambiente, Pasquale Iuzzolino, sebbene ancora allo stato embrionale è ben chiaro nella nostra mente e verrà redatto con la supervisione dello stesso Assessorato e sottoposto al parere dell'Amministrazione Comunale, della Pro Loco e delle Associazioni Ambientaliste presenti in zona, “Fare Ambiente” in primis, che ha proprio in Atena Lucana un suo laboratorio. Personalmente ritengo che l'impatto ambientale di questi meccanismi, tra l'altro poco ingombranti e della stessa fune tesa, sia poco rilevante, specie se paragonate alle inutili e voluminose brutture che si sono realizzate nel passato remoto e recente e alle altre che sono in progetto e verso le quali nessuno ha mai fatto sentire il suo peso.
18) La regione con il maggior numero di alberghi diffusi è il Molise, grazie al lavoro svolto dagli operatori del “Patto Territoriale del Matese”, seguita dalle regioni Puglia e Sardegna supportate dal lavoro dei Gruppi d’Azione Locale ed infine la Calabria grazie al contributo di alcune Associazioni.


19)
REGIONE CAMPANIA - Giunta Regionale - Seduta del 25 febbraio 2006 - Deliberazione N. 264



Area Generale di Coordinamento N. 16 - Governo territorio, tutela beni paesistico-ambientali e culturali - L.R.18.10.2002 n. 26. Norme e Incentivi per la valorizzazione dei Centri Storici della Campania e per la catalogazione dei beni ambientali di qualità paesistica. Modifiche alla L.R. 19 Febbraio 1996, n. 3. Criteri di valutazione in ordine ad azioni e interventi da ammettere a contributo ai sensi del Titolo I. Annualità 2006.
Nuovo Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013


PSR 2007-2013 - Misura 313 - “Incentivazione di attività turistiche”


Presentazione della Misura  



La misura è stata attivata nella consapevolezza che il turismo può rappresentare un’importante opportunità per invertire il trend negativo del declino sociale ed economico e dello spopolamento evidente in molte zone rurali. Tale settore può contribuire ad uno sviluppo socioeconomico duraturo e sostenibile dei territori rurali. In tale ottica l’offerta turistica deve essere principalmente orientata alla promozione e valorizzazione delle risorse ambientali, architettoniche, storico-culturali e produttive delle aree rurali attraverso l’armonizzazione e l’integrazione con altri programmi di sviluppo locale perseguendo obiettivi comuni di sviluppo individuati su scala territoriale.
In sintesi, la misura fornisce un sostegno ai beneficiari appresso individuati con l’obiettivo di:
1. accrescere l’attrattività delle aree rurali;
2. valorizzare le risorse naturali, architettoniche e culturali delle aree rurali rendendole attrattori turistici;
3. innescare processi di sviluppo sostenibile integrato;
4. promuovere la conoscenza dei prodotti di qualità del territorio;
5. promuovere l’offerta turistica del territorio a livello nazionale e internazionale;
6. realizzare infrastrutture informative a supporto della promozione e della valorizzazione del territorio;
7. incoraggiare l’adozione e la diffusione delle Tecnologie di Informazione e Comunicazione (TIC) per la promozione e il marketing territoriale.


PSR 2007-2013 - Misura 323 - “Sviluppo, tutela e riqualificazione del patrimonio rurale”



PSR 2007-2013 - Misura 323 - “Sviluppo, tutela e riqualificazione del patrimonio rurale”


Presentazione della Misura



Con la presente misura s’intende proseguire nell’azione di miglioramento e valorizzazione delle aree rurali, da attuarsi attraverso la riqualificazione del patrimonio culturale in esse presente e dell’importante patrimonio naturale che lo caratterizza. Le aree rurali regionali, che pur se caratterizzate da una forte dipendenza economica e sociale dall’agricoltura, presentano punti di forza, che s’identificano nella consistente presenza di contesti locali “naturali”, nel saldo legame fra la popolazione ed il territorio circostante, nella presenza di attività artigianali tradizionali legate alla cultura del territorio, di cui la natura è parte fondamentale. In particolare, la misura si prefigge, attraverso l’educazione ambientale, rivolta a cittadini di ogni età, di ricostruire il senso d’identità delle popolazioni rurali, sviluppare il senso civico, diffondere la cultura della partecipazione e della cura del proprio ambiente. Si potranno realizzare interventi volti alla sensibilizzazione sui temi dello sviluppo sostenibile, dell’educazione ambientale, della tutela dell’ambiente e della migliore conoscenza del patrimonio naturale e culturale. Saranno possibili anche interventi volti alla valorizzazione dei siti Natura 2000 e di altri siti di grande pregio naturale, orientati alla conservazione degli elementi tipici del paesaggio e delle caratteristiche culturali, storico/architettoniche e costruttive di luoghi e manufatti presenti nel paesaggio rurale.