giovedì 16 agosto 2012

Atena Lucana tra storia e leggenda (metropolitana)


Le convinzioni profonde sono nemiche più pericolose
della verità, che non le menzogne (F. Nietsche)



Atena Lucana, "più o meno medioevo": Prima Edizione della manifestazione "I piatti poveri"




"E se non avessimo altro che la sola raccolta delle poco men, che innumerevoli iscrizioni che si leggean un tempo nei marmi, tra per l'incuria, il poco senno della gente ignorante rotti, e fracassati, e per la lunghezza del tempo corrosi forse molte cose sapremmo delle Atenesi antichitadi, che ignorate ci sono. Ma giacché nostro malgrado, ci siam imbattuti in tempi, in cui ci è di necessità camminar a tentoni...[...]
Troyli - Istoria Generale del Reame di Napoli, Tomo 1°, parte 2°, pag 163 (in Istoria di Atena Lucana" del Dottore Michele La Cava.

Leggendo querste poche righe ci si rende conto che già alla fine del 1800 si ritenne necessario sottolineare l'incuria e il disinteresse degli atinati per la loro stessa storia. Un tentativo di recupero di quanto non andato ancora perduto a causa di questa secolare incuria è quindi, oggi più di allora, impresa ardua. Gestire poi con faciloneria e senza competenza alcuna, notizie che affondano le loro origini si nella leggenda ma in quella metropolitana (cioè alla chiacchiere per sentito dire e senza alcun documento storico a supporto), induce inevitabilmente a formulare ipotesi a dir poco fantasiose, che sfociano in ricostruzioni improbabili e fuorvianti. 
Uno scambio di opinioni, a tratti anche un po' vivace, avuto in queste sere d'estate con una mia compaesana sulle supposte e reali origini del nomignolo di mangiasignori mi ha indotto, dopo anni di inutili tentativi di spiegare le ragioni dell'infondatezza di tale credenza popolare, a mettere per iscritto la mia opinione sulle sue origine e le motivazioni del mio convincimento che quanto noi atinati raccontiamo e ci raccontiamo da decenni, non senza un certo orgoglio (giustificato), non sia riportato con precisione di eventi e collocazione storica. 
Spero con questo breve scritto di contribuire a fare chiarezza su questa annosa vicenda. 



Iniziamo col dire che nei dizionari di lingua italiana, il termine “mangiasignori” non lo si trova.
Nondimeno esiste un termine simile che fa riferimento non ai nobili bensì ai prelati.
Il termine è “mangiapreti” e, a differenza del mangiasignori, lo si trova agevolmente nei suddetti dizionari. Per brevità riporto il significato del termine facendo riferimento soltanto a due tra i più autorevoli e cioè il Sabatini Coletti e lo Zanichelli.

Nel primo si legge:

mangiapreti
[man-gia-prè-ti] s.m. e f. inv.
    Persona intollerante e maldicente nei riguardi dei preti; anticlericale convinto e dichiarato
    a. 1881

Il secondo analogamente, riporta:

mangiapreti
[man-gia-prè-ti] aggettivo, nome maschile e nome femminile invariabile

si dice di chi non ama i preti e i religiosi in genere.




Mangiapreti sono ad esempio detti i Romagnoli ed i comunisti in genere.
Almeno quelli di una volta e non tutti ovviamente; si dice che i buongustai mangiassero solo i bambini.
Del resto, chi non ricorda le divertenti storie di Peppone e Don Camillo, i personaggi nati dalla penna di Guareschi e interpretati sullo schermo da Fernandel e Gino Cervi?
Entrambi i termini li troviamo insieme in questo passo di "Nuove storie d'ogni colore" di Emilio de Marchi "Quando si dicono le combinazioni! Rostagna era da cinque anni il tirannello del mandamento, un radicale rosso anche lui come il suo villano, un mangiapreti e un mangiasignori in insalata. Eletto coll'aiuto materiale e morale degli osti e dei mediatori di vitelli, spadroneggiava i comuni a dispetto dei padroni e delle autorità, che dovevano sopportare la sua prepotenza, voglio dire la sua influenza sui ministeri."
Quindi, nel nostro caso specifico, sostituendo il signore al prete, possiamo tranquillamente affermare che un mangiasignori è persona che non ama la nobiltà. Quindi per mangia signori non è necessariamente da intendersi uno che mangia letteralmente un altro essere umano, benché di nobili origini, ma anche e più realisticamente una persona che, più semplicemente e più realisticamente, non ama la nobiltà in genere e che in un determinato periodo storico o anche in più di uno, ha manifestato palesemente questa sua avversione verso la nobiltà del tempo, magari arrivando ad azioni non proprio eclatanti  e poco credibili come un atto di cannibalismo, ma una vera e propria rivolta, si. Azione che ragionevolmente sarebbe potuta bastare a far meritare ai nostri antenati il nomignolo.
L'accezione data al termine nella nostra lingua, unitamente al buon senso e ad un minimo di ricerca storica ispirata dall'interesse per il recupero della vera storia della nostra comunità, pone quindi sotto una luce diversa il soprannome affibbiato in passato agli atinati. Dare agli abitanti di un paese un soprannome era del resto prassi comune, così come testimoniato dal fatto che non solo gli atinati ma gli abitanti di tutti i paesi del Vallo di Diano nel passato hanno avuto un soprannome; gli abitanti di Teggiano, ad esempio, è noto che sono i "zomba fuossi ri Rianu".
Nel passato si è detto, ma con precisione quando?
Molti atinati (se non tutti) sono convinti che questo ingombrante nomignolo ci sia stato affibbiato addirittura nel medioevo, in un periodo non ben specificato, quando un non ben specificato signore avrebbe preteso di esercitare lo jus primae noctis ai danni di una non ben specificata fanciulla andata in sposa ad un non ben specificato giovane che riesce a sollevare l'intera popolazione contro questo nobile prepotente. Gli atinati raccontano che la popolazione in rivolta abbia avuto la meglio sugli armigeri del nobile e che questo alla fine sia stato non solo linciato dalla folla in delirio ma addirittura mangiato. Cotto o crudo la “leggenda” non lo dice.
A pensarci bene, non dice nemmeno perché i parenti del malcapitato non abbiano organizzato nessuna azione punitiva contro i rivoltosi e che si siano fatti sbranare un consanguineo senza battere ciglio (o almeno farsi dare la ricetta).
A pensarci meglio, non dice nemmeno perché in un'epoca dove si finiva sul rogo per molto meno, nemmeno la Chiesa abbia agito contro questi figli di Satana che si erano macchiati di un tale abominio.
Certo, a giustificazione di queste lacune nel racconto, si potrebbe asserire che si parla pur sempre di una leggenda e questa, in quanto tale, non può e non deve essere credibile, altrimenti finirebbe di essere leggenda per diventare storia. C'è anche da dire però che una vicenda troppo lacunosa e con troppe contraddizioni al suo interno, finisce per essere troppo poco credibile anche come leggenda, benché tanto lontana nel tempo perché "medievale". E si, perché sempre a voler fare una ricerca seria sul nostro passato e trovare le radici di questo racconto, si dovrebbe innanzitutto riflettere sul fatto che il medioevo è un periodo storico la cui individuazione temporale è piuttosto controversa e che ha un suo inizio e fine diverso da paese a paese e con riferimento a diversi eventi storici. Per alcuni ha inizio con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, quindi nel 476, per altri nell'anno 1000, ma per tutti finisce con l'età moderna e quindi o con la riconquista di Granada o con la scoperta dell'America o con il Rinascimento (e quindi, a Firenze ad esempio, in Architettura con Brunelleschi e in pittura con Masaccio e Donatello).
In sintesi, non tutti gli storici sono concordi nell'individuare con precisione l'evento storico che segna l'inizio e la fine del periodo detto dei secoli bui e ancor meno una data precisa, tanto è vero che l'anno 1000 per alcuni è solo un riferimento temporale per segnare il passaggio tra alto e basso medioevo. Potremmo dire, per non far torto a nessuno, che con medioevo si indica il periodo piuttosto lungo e che si protrae dal V al XV secolo dopo Cristo e che per comodità di studio questo periodo può essere diviso tra alto medioevo e basso medioevo, racchiudendo il primo periodo storico dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente all'anno 1000 e il secondo tra l'anno 1000 e il 1492, anno della scoperta dell'America.
Tornando a noi, cioè agli atinati, ad onor del vero dobbiamo dire anche che vari autori locali hanno scritto la nostra storia, autori i cui scritti godono ancora oggi di credibilità: il Dott. Michele La Cava che nel 1893 pubblicò un suo scritto dal titolo “Istoria di Atena Lucana”, l'Avv. Giovan Battista Curto che nel 1901 pubblicò il suo “Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX”, la Dott. Elena D'Alto che pubblicò nel 1985 il suo “Atena antica”. Insieme a questi anche altri hanno condotto ricerche e studi facendo sovente riferimento anche ad Atena Lucana. Uno fra tutti il Prof. Vittorio Bracco.
Grazie agli studi condotti dai citati illustri autori e di altri, sappiano alcune cose di Atena. Alcune più certe di altre. Del periodo medievale ad esempio sappiamo con certezza, grazie anche a 3 pergamene del tempo, conservate alla Badia di Cava e che risalgono una al 1100, un'altra al 1141 e la terza al 1231. Nella prima risulta Raone, signore del castrum di Athana, mentre dalla seconda si apprende che in età normanna feudataria è la contessa Giuliana, signora del castello di Atana. Siamo quindi nel periodo del Regno di Ruggiero di Altavilla. In una donazione del 1231, sotto il regno di Federico II e perciò in età sveva, feudatario è Filippo de Arcurio, signore del castello di Atina. Alla fine del 1200, col dominio angioino troviamo i De Rocca con Giovanni, poi , con il titolo di duca, Guglielmo il fratello e il figlio Guidone. Nel 1345 Atena passa sotto i principi Sanseverino di Salerno, nel 1339 a Luigi e poi da questi al figlio Roberto, il costruttore della leggendaria torre cilindrica del castello, dall'alto della quale si racconta si vedesse lo stesso Golfo di Salerno.
Tornando alla storia, nel 1474 è Antonello Sanseverino, principe di Salerno, promotore nel 1485 della congiura dei Baroni, feudatario di Atena e naturalmente anche Atena fu coinvolta in detta congiura. Atena rimase possedimento dei Sanseverino fino al 1507, quando a Ferrante furono confiscati tutti i beni e possedimenti per essere messi all'asta, dove furono acquistati dal principe di Stigliano.
Nel 1571 Ippolita Filomarino moglie di Marco Antonio Caracciolo, marchese di Brienza, acquistò Atena dal conte di Morcone ma solo alla morte dei coniugi il figlio Giovanni Caracciolo potè ricostituire il feudo nella sua integrità.
Giovanni governò Atena per molto tempo ma non lo fece in modo oculato, tanto nel curare i suoi stessi interessi quanto quelli dei suoi vassalli e fu proprio sotto il suo governo che gli abitanti di Atena iniziarono una serie di controversie che durarono a lungo. Il figlio ed erede Giacomo non riuscì a restituire alla madre Diana Caracciolo la dote e fu costretto a cedere a questa, in cambio della somma dovuta, la terra di Atena che fu poi ceduta al figlio Giuseppe che ricevette il titolo di principe sobra la tierra de Atina. I Caracciolo manterranno il titolo di principi di Atena fino all'abolizione della feudalità. L'ultima discendente, la principessa Giulia Caracciolo donerà al nipote Luigi Barraco il palazzo costruito dal suo avo Giambattista nel XVI secolo, anche con le pietre ricavate dalla demolizione della leggendaria torre cilindrica del castello fatta costruire da Roberto Sanseverino.
Ai fini del nostro lavoro, possiamo tranquillamente fermarci qui.
Il periodo storico velocemente ripercorso, compreso tra il 1000 e il 1639 e oltre è, come visto, ben documentato dagli autori del tempo, eppure nessuno di essi  o di epoche successive, fino ai giorni nostri e quindi compresi gli autori locali già citati, riporta un qualsiasi riferimento ad una ipotetica sommossa popolare legata a questioni d'onore con tanto di assalto al castello, espugnazione e all'annientamento della sua guarnigione, cattura del principe, linciaggio e “fiero pasto” finale. Questo silenzio di storici antichi e contemporanei sulla supposta rivolta in epoca medievale avrebbe dovuto essere in tutti questi anni un motivo di attenta riflessione per gli atinati o quanto meno avrebbe dovuto far balenare in loro un dubbio sulla fondatezza delle origini della leggenda e delle vere cause che gli ha fatto meritare l'appellativo di mangia signori. E invece no, a dispetto dell'assenza di ogni riscontro storico sul supposto linciaggio o sull'assalto al castello in epoca medievale, gli atinati si ostinano a raccontarsi questa storiella e molti con la convinzione incrollabile (da qui la citazione iniziale di Nietsche), che questa leggenda abbia un fondamento nella realtà, un episodio realmente accaduto nel medioevo, semmai un po' romanzato, ma sostanzialmente "vero".
In realtà, a mio modesto parere, niente è più falso e la leggenda è soltanto una leggenda metropolitana.
Prima di entrare nel vivo del fatto storico, è necessario aprire ancora una breve parentesi per tracciare la netta e importante linea di confine che esiste tra leggenda in senso stretto e leggenda metropolitana, tralasciando per ora la più complessa differenza tra leggenda, leggenda metropolitana e mito. In parole semplici, la leggenda è un tipo di racconto che fa parte del patrimonio culturale di tutti i popoli, appartiene alla tradizione orale e mescola elementi reali ed elementi di pura fantasia. Di contro la leggenda metropolitana è un genere di racconto contemporaneo, che consiste in storie insolite o incredibili tramandate oralmente che acquisiscono una certa ed usurpata credibilità a causa della loro veloce diffusione dovuta solo ad una cassa di risonanza molto potente fatta di gente credulona e priva di ogni senso critico e che può variare dal gruppetto davanti al bar al link su internet, ad esempio. Diventa vera perché qualcuno lo ha detto ma non si ricorda più chi, quindi niente si può dire sull'attendibilità della fonte ma se tanti la ripetono, allora deve essere per forza vera, perché vox populi. Questo, sempre a mio modesto parere, è quanto è successo ad Atena Lucana non nel medioevo ma molto più realisticamente sul finire degli anni '70, quando un gruppo di giovani di allora, tra cui la già citata Dottoressa Elena D'Alto, un po' per gioco, un po' per amore verso il teatro, un po' perché allora i ragazzi si riunivano anche per fare cultura e non solo per giocare a pallone o a carte, mise in scena nella piazza del paese un simpatico spettacolo che tra gags e canzoni più o meno tradizionali, operò una ricostruzione, a tratti fantasiosa, della storia di Atena Lucana. La parte più fantasiosa ebbe il pregio o la colpa di creare una storiella che prendeva spunto da un fatto realmente accaduto e cioè una non ben definita rivolta popolare degli atinati verso un signorotto locale. Questa storia si tramandava oralmente tra gli abitanti da generazioni e si credeva antichissima. Ancora oggi, altrettanto erroneamente, si crede alle sue origini medievali ma, come vedremo in seguito, in realtà è molto meno antica  di quanto si è creduto si creda ancora. E' probabile che questi volenterosi ragazzi, non avendo notizie certe sul motivo e la datazione dell'evento o forse anche per ragioni squisitamente teatrali, romanzarono l'evento forse anche nell'intento di renderlo più accattivante e, arbitrariamente l'ambientarono nel medioevo confezionandoci intorno anche una causa scatenante "storicamente plausibile", lo jus primae noctis, appunto.
Premesso che la rivolta a cui gli atinati fanno vagamente riferimento nella loro leggenda c'è veramente stata e che è anche ben documentata, come dirò in seguito, tralasciamo ancora per un po' la sua narrazione, perché  al momento si rende necessaria un'ulteriore breve quanto istruttiva divagazione su cosa sia stato lo jus primae noctis e se quanto detto intorno a questo sia attendibile o meno. Ancora una volta per far luce sulla situazione occorre fare una ricerca. Una ricerca su internet è sufficiente a documentarsi su tale supposta pratica medievale e a chiarirsi le idee su di essa ed il suo supposto uso. Innanzitutto cominciamo col dire che l'espressione jus primae noctis viene dal latino e che letteralmente significa diritto della prima notte. Il diritto di cui sopra avrebbe indicato la libera facoltà del signore feudale di trascorrere, in occasione del matrimonio dei suoi servi, la prima notte di nozze con la sposa. In realtà dalla ricerca risulta chiaro che non esistono testimonianze della diffusione di questo diritto nel medioevo, in tutta l'area europea. I documenti del passato pervenutici e debitamente studiati da storici ed antropologi ci ha permesso di conoscere in modo approfondito la legislazione dei Regni di allora ed in nessuno di essi vi è traccia dello jus primae noctis, né vi è alcun riferimento nella legislazione longobarda a qualcosa di somigliante a questo. Lo stesso dicasi per la legislazione carolingia e dei regni successivi e per quella del Sacro Romano Impero e dei Comuni. In conclusione nelle fonti storiche non ne sono rintracciabili direttive né da parte delle autorità laiche, né da parte di quelle ecclesiastiche e questa assenza di seppur minimi riferimenti ha portato a concludere la maggior parte degli storici contemporanei che lo jus primae noctis sia una leggenda sviluppatosi a partire dall'illuminismo. In ogni caso e questo chiude definitivamente la questione, oltre all'assenza di riferimenti legislativi ufficiali civili o ecclesiastici, nel medioevo vi furono talvolta rivolte dei contadini in occasione delle quali venivano redatte in forma scritta richieste e lamentele dei rivoltosi e in nessuno di questi testi risulta che siano mai state trovati accenni allo jus primae noctis, né a soprusi sessuali d'altro genere. Questo ci porta a fare ancora un piccolo passo avanti nella nostra ricostruzione e cioè che è opinione della maggior parte degli studiosi che lo jus primae noctis non sia mai esistito e che si sia semplicemente scambiato il maritagium per un riscatto di un antico diritto reale del signore sugli sponsali mentre in realtà si trattava di un diritto che gravava sui beni, non sulle persone. In campo religioso, lo jus suddetto deve essere identificato poi con la pratica degli sponsali, al termine della cerimonia laica, di farsi dare una benedizione speciale dal sacerdote e nell'astenersi la prima notte di nozze da rapporti sessuali, in rispetto di essa. E con questo, anche quanto detto sullo jus primae noctis ai fini dei questa breve disquisizione, può bastare e possiamo finalmente riportare l'evento a cui la leggenda fa realmente riferimento, la rivolta del 1647-48.
Per un'esposizione più chiara e per una maggiore fedeltà storica all'evento, trascrivo pari pari quanto riportato da Francesco Paternoster nel suo “I feudatari di Brienza”.
La crisi economica e la rivoluzione del 1647-48 si risentirono e ripercossero vivamente anche a Brienza, Pietrafesa, Atena e Sasso, nei paesi cioè facenti parte del Feudo Caracciolo, dove le misere popolazioni di pastori, fittaiuoli, braccianti e modesti contadini gravati da censi e tributi vari, divenute ormai più intolleranti, irrequiete e ribelli, insorsero, tentando per la prima volta di spezzare il giogo cui da tanti secoli erano sottomesse di reclamare diritti mai loro riconosciuti e concessi, di liberarsi del gravoso peso di tanti tributi, vincoli e divieti che le costringeva ad una vita priva di libertà, misera, piena di ingiustizie. E non solo il popolo si sollevò, bensì anche l'università e il clero, l'una per riottenere il demanio dell'università usurpato, l'altro per difendere il patrimonio delle Cappelle e dei monti di pietà.
E le popolazioni di Atena, Brienza, Pietrafesa e Sasso parteciparono sì apertamente e attivamente ai moti popolari, da far fallire completamente il tentsativo del duca di Martina di creare un centro controrivoluzionario proprio attorno al feudo dei Caracciolo di Brienza, nel territorio di Marsicovetere, ove crollava anche la resistenza del Principe Salvatore Caracciolo, permettendo agli insorti di unirsi a quelli di Marsiconuovo, che era insorta ai primi di Agosto, accogliendo le forze popolari guidate da Vincenzo Pastena.
Da Atena partì pure per Napoli una delegazione di undici persone per presentare 43 <<capi di gravame>> contro il barone; ma non riuscì ad entrare nella città.
I cittadini intanto si rifiutarono di pagare i canoni e assalirono finanche il palazzo del feudatario di Atena.
Ma anche a Brienza, Pietrafesa e Sasso i rivoltosi <<durarono ostinatamente nella loro perfidia>>, e fino a quando nel maggio 1648 non tornò nel feudo con quattrocento soldati Giuseppe Caracciolo, principe di Atena, che, <<tenendo vassalli sotto il terrore per 18 giorni>> rimise l'ordine nelle sue terre, <<con dare aspro castigamento a coloro che avevano fallato>>
Ma questa dura rappresaglia non impedì tuttavia ai ribelli dell'autorità regia del feudo, qualificati <<briganti>>, capeggiati da G.B. Di S. Arsiero e certo notaio Fabio Pessolano di Atena, di riunirsi alle bande del famoso Tittariello che nell'agosto 1648 entrarono in Sala e i <<massacrarono parecchi cittadini fedeli a Spagna>>, e successivamente, il 15 agosto, si scontrarono ad Atena colle truppe inviate dal Vicerè sotto il comando di Scipione Monforte e dell'Uditore di Salerno Giovenco”
La rivolta capeggiata a Napoli da Tommaso Aniello (conosciuto poi come Masaniello), nel principato fu invece capeggiata da Ippolito di Pastina (il masaniello napoletano), mentre il fratello Vincenzo capeggiò quella nel Vallo di Diano. Ebner racconta di palazzi assaltati, portoni divelti e sgherri uccisi con la testa mozzata, come quelli del signore di Camerota, a cui fu inviato anche il macabro trofeo a Napoli, dove si era rifuggiato. Sempre Ebner narra della sorte toccata al sanguinario barone di Casalicchio, (l'antico nome di Casalvelino) Giovan Battista Bonito che il 23 luglio 1647 fu squartato e fastto a pezzi su un ceppo da macellaio, da parte della folla inferocita. 
Anche in questo caso però non c'è notizia di "fiero pasto".
Quello che invece si sa è che Vincenzo non riuscì a sobillare le popolazioni del Vallo di Diano e che solo la popolazione di Atena ebbe l'ardire di pretendere il ridimensionamento delle esose prerogative arrogatesi dal principe Caracciolo. 
Riporto fedelmente quanto contenuto nel libro di Ebner: " L'universitù chiese, segnala il Cassandro, << che il feudatario paghi, come non ha mai fatto, la bonatenenza per la quale deve 15000 ducati; lasci la portulania che ha usurpato da anni; non pretenda di riscuotere un fitto annuo di 50 ducati per la scafa che possiede sul fiume pubblico (Chiarisce V. Bracco che in qual tempo non vi era il ponte sul Tanagro che <<da sotto Atena taglia il Vallo e sbocca a San Marzano, per cui si era obbligati a servirsi della "scafa" del principe su cui si pagava il pedaggio, per cui "si aveva un ponte in meno e una speculazione in più>>); cessi di arrogarsi il dominio della bagliva; restituisca all'università i territori demaniali usurpati; non faccia pascolare nel demanio le sue bestie; che vieti che i provati difendano le loro terre demaniali dissodate e coltivate dai cittadini. Il 16 dicembre le predette richieste all'università vennero accolte e il principe promise allo stesso vicerè di attenervisi. Ma rientrato ad Atena, alla testa di 400 sgherri, dopo aver ascoltato, compunto, persino il Te Deum nella chiesa, sguinzagliò la soldatesca avida di bottino sugli inermi abitanti che il feudatario marchiò come "ribelli cani". Né il furore vendicativo del principe si attenuò per l'intercessione di pd Ambrogio Pantoliano, il quale da Polla, si era recato appositamente ad Atena. Il povero frate venne svilaneggiato e deriso dal principe e dai suoi, come ricorda il Capecelatro. [...] Il 20 Giugno 1656 scoppiò la peste[...]Il principato che, come si è detto era molto più vasto dell'odierna provincia di Salerno, fu decimato [...] V. Bracco ricorda la morte a Napoli per peste (26 agosto 1656) del crudele Giuseppe Caracciolo, creato principe di Atena (v.) l'8 ottobre 1636, il quale nel 1651 aveva ereditasto dal fratello il marchesato di Brienza e feudi minori e anche Sasso e Pietrafesa [...].
Che cosa si apprende d'interessante da questo scritto del Paternoster (confermate da quello di Ebner)

  1. che prima del 1648 non ci sono rivolte documentate degli atinati contro nobili del posto.  
  2. che la rivolta nasce per ingiustizie che poco hanno a che fare con questioni di camere da letto ma molto di più per questioni di sale da pranzo 
  3. che, epilogo scontato, il nobile di turno sopravvissuto alla cittadinanza in rivolta, ovviamente torna con un numero adeguato di sgherri per punire i rivoltosi. Se non fosse sopravvissuto, è logico supporre che sarebbero stati sicuramente i suoi parenti a farlo ed in modo molto più duro. 
A maggiore conferma di quanto asserito al punto 1,  riporto testualmente anche quanto scritto nel libro "Il viceregno di Napoli nel sec: XVII" di Giuseppe Coniglio. A pag. 19 del suddetto testo, si legge: " Non bisogna però dedurre che tutti i nobili fossero manutengoli dei banditi e depredassero i cittadini, vessandoli in tutti i modi. Certo vi furono soprusi ed abusi vari, ma probabilmente né più né meno di quanto avviene ovunque l'autorità centrale non sia forte. Valga l'esempio di Atena Lucana ove, in alcuni secoli di feudalesimo, il dominio di un solo feudatario può essere giudicato una <<triste parentesi>>, quello di Giuseppe Caracciolo, mentre con i suoi predecessori e successori i rapporti si mantennero su <<un terreno meramente patrimoniale>> (nota 26 che rimanda a  - Cassandro, Storia di una terra cit. pag. 92)  

Soprattutto però si evince che l'antica leggenda non è poi così antica e che a renderla tale è stata il disinteresse per la ricerca delle sue vere origini e ragioni, cosa che l'ha trasformata in leggenda metropolitana, più che in leggenda in senso stretto. Interessante notare come un episodio simile a quello che la leggenda (ormai acclarata come metropolitana) vuole accaduto ad Atena a danno del suo principe, in realtà pare accaduto realmente a Casalvelino a danno del principe di quella terra, Giovan Battista Bonito, ma ancora una volta durante i moti del 1648 e non in epoca medievale e, cosa fondamentale, senza atti di cannibalismo.
Del resto, come ho avuto modo di dire in più occasioni, se proprio vogliamo trovare per forza una collocazione antica e una ragione fantastica all'ingombrante nomignolo, perché non rifarci addirittura ad un eroe mitologico? Abbiamo un legame "storico", sebbene anch'esso molto controverso e sotto alcuni aspetti discutibile, con Atteone, tanto che sullo stemma del comune questi compare come cervo sbranato dai cani, così come racconta la leggenda, poi ripresa anche da "Le metamorfosi" di Ovidio. Bene, allora partiamo da questo e "ricamiamoci" sopra. Vi assicuro che Atteone sbranato dai cani è una leggenda molto più "credibile" di quella del signorotto sbranato dalla popolazione e spero di trovare presto il tempo e la concentrazione necessaria per poterne scrivere. 


PS

Aggiungo a quanto detto, altre 2 postille: la prima riguarda strettamente il nostro passato ed è perciò di fondamentale importanza per la sua corretta ricostruzione, la seconda è, invece, una precisazione storica di carattere culinario il cui valore non è legato al solo territorio atinate.

  • Qualcuno ha letto dell'esistenza nei tempi passati dell'università di Atena e si è convinto che ad Atena esistesse un' Università degli Studi, cioè l'Università così come comunemente s'intende oggi quando si parla della Federico II di Napoli o di quella di Fisciano piuttosto che di quella di Firenze o del Politecnico di Milano, ecc. 

Anche questa è palesemente una falsità, oltre ad un'assurdità. 
Ad Atena Lucana, infatti, non c'è mai stata un'università in quel senso e quindi la notizia, assimilata senza discernimento, andava interpretata in modo diverso e corretto. 
Se risaliamo all'etimologia del termine univerità, infatti, troviamo tra le varie accezioni quello che più si adatta al nostro caso: "il Comune o Tutto il popolo di una città". Cioè chi ha scritto "università di Atena Lucana",  intendeva indicare tutta la sua cittadinanza e certo non un polo universitario.

Infatti facendo una breve ricerca si scopre che le università o universitates o anche università del Regno, erano nient'altro che i comuni dell'Italia meridionale sorti già ai tempi dei Longobardi ed in seguito resi feudi con l'avvento dei Normanni. 
Sembra che questo nome lo si debba a Carlo I D'Angiò che preferì il termine universitas, derivante da "universi cives", cioè: "unione di tutti i cittadini", a "comune", termine usato ai tempi di Federico II di Svevia.
Sempre dovuto al suddetto D'Angiò anche la distruzione dei sigilli comunali. 
Le universitas terminarono la loro esistenza soltanto con l'abolizione del feudalesimo, avvenuta per volere di Giuseppe Bonaparte e sancita con il decreto del 2 Agosto dell'anno 1806.
Altra cosa importante da dire sulle universitas è che si distinguevano in Universitas feudali e Universitas demaniali
Le prima si tramandavano da castellano a castellano in quanto proprietà di un feudatario come merce qualsiasi e quindi la stessa sorte toccava contemporaneamente non solo ai terreni, ma anche bestie e addirittura agli esseri umani ad esse legate. Le universitas demaniali, invece, di numero molto inferiore alle prime, dipendevano dalla Corona e godevano di maggiori libertà e privilegi, tra cui il diritto di ricorrere alle autorità superiori in caso si fosse ravvisato un abuso da parte dell'amministratore locale.
Inutile dire che esiste una bibliografia su quanto appena detto e che molte notizie sono reperibili con non molta fatica, anche in rete 
Riporto sempre per amore di brevità e verità storica, il seguente passo, reperito appunto su internet: 
"A cavallo della dominazione normanno-sveva molti Casales furono uniti, dando così origine alle Universitas che resero fine alle leggi eversive della feudalità emanate dai Napoleonidi nel 1806. Così verso la meta del XIII secolo la contea giffonese si divise in tre Università: Valle e Piano, Sei Casali e Gauro. L’Universitas Sex Casalium riuniva sei Casali: Ausa, Belvedere, Bissido, Capitignano, Prepezzano e Sieti. Gli abitanti di ogni centro vennero allora retti da leggi emesse, in armonia con le leggi del Regno, da un potere centrale costituito da amministratori eletti da ogni Università e riuniti in Reggimento (Consiglio comunale) con una propria Cancelleria (Municipio).

A prescindere da quanto riportato a conferma, quando leggiamo un documento storico cerchiamo quantomeno di non travisarne il contenuto commettendo l'ingenuità di prendere alla lettera determinate espressioni, invece di cercare di capirne il senso.

Se non altro per evitare di passare per cannibali laureati.  
Credere all'esistenza di università nell'allora territorio di Atena Lucana, equivale infatti a credere, secondo quanto riportato anche dallo stesso Paternoster ad esempio, che a quei tempi (cioè sempre "più o meno nel medioevo" ) avremmo avuto contemporaneamente, così come riportato in un documento del 1809, un'università a Sasso, una a Pietrafesa, una a Brienza ed una ad Atena, cioè un polo di enormi dimensioni, tale  da far impallidire l'attuale Federico II e Fisciano messe insieme. 

  • La seconda precisazione riguarda invece la cucina, come già anticipato. Cito testualmente, come sempre per  amore di precisione e per brevità:: 

"Il pomodoro è una pianta orticola della famiglia delle solanacee (Lycopersicon esculentum). Raggiunge a volte l’altezza di 2 metri e necessita di un sostegno. Le sue foglie sono lunghe e con un lembo profondamente inciso; i fiori si presentano a grappoli e sono distribuiti lungo il fusto e le ramificazioni. Il suo frutto, anch’esso denominato pomodoro, è una bacca rossa di forme e dimensioni diverse a seconda della varietà, con una polpa dal sapore dolce-acidulo ricca di vitamine (A, C, B1, B2, K, P e PP).
  La pianta è originaria del Cile e dell’Ecuador, dove per effetto del clima tropicale offre i suoi frutti tutto l’anno, mentre nelle nostre regioni ha un ciclo annuale limitato all’estate, se coltivata all’aperto. 
Dominatore della gastronomia napoletana e largamente diffuso in tutto il mondo per il suo gusto oltre che per le sue importanti proprietà dietetiche, il pomodoro ha tuttavia raggiunto le cucine europee in tempi relativamente recenti e, sebbene importato già nel Cinquecento, soltanto due secoli dopo è stato impiegato nell’alimentazione."

In sintesi: il pomodoro è arrivato ad Atena Lucana soltanto dopo la scoperta delle Americhe e cioè dopo l'ottobre del 1492 (evento che secondo alcuni, come già detto, segna la fine del medioevo) e quindi ha poco a che fare con i "piatti medievali".

Questo è il quanto, con la speranza di essere stato utile all'università di Atena Lucana.

© Arch. Angelo Sangiovanni
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martedì 26 aprile 2011

Nuove e vecchie idee per il recupero del Centro Storico di Atena Lucana

L'Albergo Diffuso

una soluzione per il recupero
dei
Centri Storici minori
nuove e vecchie idee per il recupero del Centro Storico di Atena Lucana

modulo 5: 
LA TUTELA E LA VALORIZZAZIONE DEI BENI CULTURALI ED AMBIENTALI






Introduzione

Il primo principio della Dinamica, detto anche “principio d'inerzia”, stabilisce che un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non intervenga una forza esterna a modificare tale stato. Domenica 23 Novembre 1980, alle ore 19:34, questa forza esterna fu una scossa di terremoto di magnitudo 6,9 della scala Richter e intervenne a modificare la quiete della vita degli abitanti dei centri urbani appartenenti al territorio che si estende dall'Irpinia al Vulture, posto a cavallo delle province di Avellino, Salerno e Potenza ed il moto rettilineo uniforme della loro economia, fondata per lo più su agricoltura e pastorizia. Quello che si perse in quei pochi minuti e negli anni a seguire, ritengo abbia un valore inestimabile e non lo penso soltanto perché sono “un addetto ai lavori”. Il tentativo lodevole quanto tardivo di pensare leggi e strategie per impedire l'abbandono dei centri storici dei comuni campani, temo non sia sufficiente. Ritengo invece, con maggiore realismo, che per riparare agli errori commessi, disinteressandosi per oltre un trentennio della sorte dei nostri centri storici e del loro inesorabile e progressivo degrado, occorrano delle iniziative per riportare le persone al loro interno. Non deportarli, si badi bene con lampi di genio quali realizzare case popolari nei centri antichi senza averli prima resi vivibili, ma invogliarli a ritornarci con iniziative altrettanto forti ed accattivanti di quelle che si usarono invece per spingerli ad abbandonarli, tipo l'adeguamento abitativo in funzione del nucleo familiare. Se si vuole ottenere davvero un risultato nell'opera di recupero dei centri storici, si deve riconosce all'edilizia minore (le case comuni, per intenderci) valore e dignità, così da poter sostenere il recupero dell'intero nucleo e non soltanto delle emergenze architettoniche (palazzi, conventi, castelli, ecc.). Nel secondo caso, infatti, si opereranno scelte proprio in base all'esistenza o meno delle suddette emergenze architettioniche che invece devono essere viste come valore aggiunto e non come unico valore. E' stato proprio questo modo di pensare, a mio giudizio, che ha determinato la perdita talvolta irrimediabile di gran parte di quello che oggi , col senno di poi, ci si prefigge di riportare in vita. Quello che segue, più che un'analisi storica o peggio ancora: un “j'accuse” verso i politici di allora, è un atto d'amore verso le vestigia del nostro passato e un tentativo di risvegliare nell'animo dei più giovani l'interesse per questi luoghi, che sono i luoghi della nostra storia e della nostra memoria e perché, come ha giustamente detto C. N. Shulze: “solo quando comprenderemo i nostri luoghi saremo in grado di partecipare creativamente alla loro storia.” Quanto segue è altresì un invito ai politici di oggi a guardare agli errori commessi in passato per evitare di commetterli ancora e di operare invece seriamente per recuperare il recuperabile, prima che tutto vada irrimediabilmente e perduto come lacrime nella pioggia. Questi anche i motivi per i quali volli fare del recuperoi dei centri storici, argomento della mia tesi finale al corso su “La tutela e la valorizzazione dei beni Culturali ed Ambientali”, nella ferma convinzione che un popolo senza passato non ha alcun futuro. Chiudo questa breve introduzione con un "avviso ai naviganti": mi spiace ma il collegamento tra indice e relativa nota non funziona, pertanto l'unico modo per poterne leggere il contenuto, è scorrere ogni volta fino alla fine del post. 



Dal Cosmos al Caos: la perdita dell'identità

“quando arrivi lì, non c'è più un lì, lì.”

Gli antichi romani credevano nell'esistenza di un'entità sovrannaturale che chiamavano Genius Loci e che era, sempre secondo le loro credenze, legata ai luoghi abitati e frequentati dall'uomo. Il genius loci era quindi, la divinità protettrice di un determinato luogo e allo stesso tempo quella di tutti coloro che lo abitavano o che vi erano anche soltanto di passaggio e per questo motivo lo si trovava ovunque si percepisse la presenza di un’entità superiore che custodisse e proteggesse. C.N. Schulz fu il primo a parlare di Genius Loci in Architettura, alludendo al carattere specifico di un luogo invece che di un altro, a quell'insieme delle peculiarità di uno specifico ambiente che interagiscono con l'uomo che lo abita e lo condiziona nel suo modo di viverlo. L'Architettura, in quanto atto dell'uomo che nel dare forma all'ambiente trasforma un territorio il luogo, deve operare nel suo massimo rispetto, integrandosi al meglio con il luogo stesso2. Ciò fu reso impossibile dall'applicazione della Legge speciale 219/1981 che innescò un perverso meccanismo teso a premiare la demolizione e ricostruzione ex novo, andando così a discapito dei possibili ed auspicabili interventi di recupero del patrimonio abitativo esistente. I cittadini scegliendo di demolire e ricostruire altrove, così da poter godere dei benefici previsti cosiddetto adeguamento abitativo in funzione del nucleo familiare, che contemplava la possibilità di maggiori superfici abitabili, dettero inizio ad un progressivo ed inarrestabile abbandono dei centri storici. Un'altra grave decisione sui centri minori fu presa poi con la Legge 187/1982, che tolse ogni possibilità alle Sovrintendenze di salvaguardare il patrimonio minore privato reputandolo, con troppa leggerezza, gestibile da chiunque; si diede, nel contempo, il potere agli amministratori locali di arrecare altro danno a quello che era sopravvissuto al terremoto. Amministrazioni miopi per scelta o culturalmente impreparate, infatti, incapaci di cogliere il complesso valore delle preesistenze e delle stratificazioni, danneggiarono ulteriormente il tessuto di molti centri storici mediante demolizioni spesso indiscriminate e forse non sempre dettate da vera necessità. Servivano spazi solenni creati ad hoc per lasciare la loro impronta nel territorio3. Ad Atena Lucana, così come altrove, gli amministratori ma anche buona parte della popolazione residente pensò che in fin dei conti non c'era nulla che avesse veramente valore, nulla che fosse veramente “artistico” e che valesse la pena salvare. “Nulla su cui investire tempo e denaro”, si pensò, ignorando che una comunità che rinnega o dimentica il proprio passato, non ha futuro e che nella tradizione c'è qualcosa che va oltre l'aspetto estetico fine a se stesso: un modo di pensare figlio della nostra cultura usa e getta, condizionata pesantemente dai capricci della moda del momento e quindi dell'effimero. La tradizione è invece, stratificazione, persistenze e realtà durature che derivano da un complesso rapporto tra gli uomini e le cose, da relazioni che si sviluppano proprio grazie alla creazione di spazi a sua misura, allargati quando serve e quanto basta, mai dilatati artificiosamente fino a perderne pericolosamente il controllo. La tradizione nasce e si tramanda in luoghi che invogliano all'aggregazione e in cui facilmente s'intrecciano legami arcaici, nascono sentimenti, affetti, conoscenze e solidarietà, anche tra le diverse generazioni. Ad Atena Lucana come altrove, questo e tanto altro si dimenticò in quegli anni. Questo e tanto altro si perse con il disconoscimento di un patrimonio storico architettonico di grande valore ambientale e che con la sua assenza, oggi più di allora ci fa avvertire la netta sensazione che “quando arrivi lì, non c'è un lì, lì”4. All'indomani del sisma del 1980, infatti, per Atena Lucana, come per molti centri minori dell'area interessata dall'evento, cominciò quel processo che l'avrebbe portata inesorabilmente alla sua perdita d'identità. Un pericolo però annunciato, almeno per me, fin dall'inizio del 1983, quando nell'ingenuo tentativo di salvare il salvabile, coinvolsi quello che era allora il mio docente di Progettazione Ambientale ed un mio compagno di corso alla Facoltà di Architettura di Firenze, in uno studio teso all'individuazione e al recupero dell'archetipo5 da noi inteso come invarianti architettoniche dei modelli del Vallo di Diano e dei limitrofi comuni della Lucania. Tentai cioè l'individuazione e il recupero di quegli elementi base che persistono attraverso i secoli e che interagiscono col modo di abitare e con le tradizioni, ma che, nel contempo, per sopravvivere in nuovi contesti, per essere tramandati, esigono sempre nuove interpretazioni. Alla fine della ricerca durata quasi due anni, quello che apparve immediatamente chiaro fu che il quadro unitario di reali bisogni e di adeguate risposte progettuali emerso dallo studio dei modelli del passato, si era di colpo e pericolosamente perduto e che nessuno fosse più in grado di capire che ciò che differenzia l’architettura dalle altre arti, è che le strutture architettoniche hanno una specifica destinazione d’uso e che per questo, a differenza di opere appartenenti ad espressioni artistiche che nascono per soli fini contemplativi o decorativi, la realizzazione di un'architettura è sempre e comunque determinata dalla necessità di soddisfare un fabbisogno. L'architettura, è bene non scordarlo mai, non è una valvola di sfogo per Amministratori, progettisti e committenti con manie di grandezza, ma è una risposta tecnica coerente a reali bisogni dell'uomo, relativi all'abitare. All'indomani dell'evento sismico del Novembre '80, s'instaurò un clima in cui i più si convinsero che il passato doveva essere rottamato e così se ne liberarono come ci si libera delle vecchie cianfrusaglie senza valore ammucchiate in soffitta, sicuri di aver buttato un'inutile zavorra che avrebbe rallentato la corsa al futuro. La mancanza di un qualsiasi legame col passato e perciò l'impossibilità di fare del presente il ponte tra questo e il futuro, nonché di un'idea urbanistica omogenea, fu alla base della creazione di tutta una serie di “non luoghi”6, spazi inutili o mal progettati e peggio realizzati e che per questo non assolsero alla loro funzione. Il risultato di queste cattive scelte non è stato solo l'immancabile degrado ambientale e il conseguente quanto inevitabile abbandono dei luoghi ma anche un progressivo allontanamento dell'individuo dalla vita sociale che si svolgeva in essi ed un venir meno delle relazioni con l'altro. Un luogo è un bene e come tale deve essere utilizzato, perché come qualsiasi altra cosa che non viene utilizzata prima o poi muore e un luogo muore proprio perché viene meno la sua fruizione, qualunque essa sia e la vita che in esso si svolge, perché è il suo utilizzo a garantirne la costante manutenzione e conservazione. La vita di strada, quella vissuta in piazza sulle panchine, piuttosto con la sedia sul marciapiede o sui gradini di un ingresso di un'abitazione o di una chiesa, quella comunque che permetteva lo stretto contatto con il passante-amico, quella così viva e attiva nei miei ricordi di bambino, ad Atena Lucana come altrove, si è ormai persa quasi del tutto e questo perché prima ancora ci siamo persi i luoghi di questi eventi. Ancor prima abbiamo perso il valore che avevano questi luoghi e certi più di altri, proprio perché riuscivano a stimolare un modello di vita che si è tramandato per secoli, che si fondava principalmente sulle relazioni e che impedivano l'alienazione dell'individuo. Sempre di più, quindi, il cosmos, cioè quell'ordine che riunisce gli intenti e che ospita l'armonia ha progressivamente ceduto il posto al caos, al senso di abbandono e disordine testimoniato dalla presenza di sterpaglie nei vicoli, dalle lamiere corrose e dei rifiuti gettati tra i ruderi delle case abbandonate. Il sisma prima e le scelte degli uomini poi, condannando al degrado il vicolo dell'infanzia, abbattendo la casa natale, cancellando i punti di riferimento e i luoghi della vita sociale, senza essere in grado nel contempo di crearne di altrettanto validi, anche sul piano simbolico, hanno spezzato quel cerchio ideale che ogni comunità rappresenta e che trasmette quel senso chiaro di appartenenza ad un gruppo con identica storia, tradizioni e patrimonio culturale. Ci si lasciò convincere che esistesse davvero un unico futuro possibile e che questo era dato dalla ricostruzione altrove e che a questo altare valesse la pena sacrificare ogni altra cosa. Sotto la spinta inaspettata ed incontrollata di una nuova edilizia dalla composizione architettonica varia ed improbabile, scimmiottante senza discernimento modelli di altri contesti, scopiazzati da riviste o rubati con foto in località turistiche di altre latitudini, fiorirono i nuovi insediamenti, oggi più di allora, simili a tristi periferie urbane.”7. Queste variegate accozzaglie di forme senza sostanza, incapaci d'incarnare ancora il connubio fra bisogno reale, modello culturale e interpretazione progettuale senza alcun legame con il contesto che le ospita, il più delle volte per essere autorizzati, vennero spacciate per impianti produttivi, perché ad Atena Lucana, come altrove, questo era l'unico escamotage possibile per edificare, in odore di un Condono Edilizio annunciato e nell'oggettiva impossibilità di attendere che si concludesse l'iter controverso e senza fine di un Piano Regolatore Generale, approvato poi solo nel 2007. Va comunque sottolineato che la Legge n° 47 del 28/2/1985, che si poneva prima di tutto come una provvisoria legge-quadro in materia urbanistico/edilizia, ammise al condono edilizio tutti gli abusi realizzati in Italia fino al 1/10/1983. Secondo dati CRESME, l'effetto-annuncio del primo condono provocò l'insorgere, nel solo biennio 1983/84, di 230.000 manufatti abusivi, su un totale di 970.000 realizzati fra il 1982 e tutto il 19978 A distanza di 30 anni dall'evento, il risultato di quelle scelte sconsiderate, avallate da leggi/cura che nel tempo si sono dimostrate più letali del male/evento, i nuovi insediamenti, specie quelli vallivi, denunciano il loro essere prosperati senza una regola urbanistica. A dispetto dei tentativi che si vorranno fare attraverso interventi tanto poco incisivi, quanto tardivi, questi agglomerati urbani caotici e amorfi sono ormai condannati a conservare quel carattere di periferie di “centri senza centralità”, satelliti di luoghi che insieme alla loro valenza economica hanno perso anche la loro identità e l'attaccamento di gran parte dei loro abitanti. In particolar modo di quelli più giovani, nati e cresciuti nell'era del PC e della TV con il telecomando e che non riescono a concepire una casa senza un collegamento decente ad internet o senza un percorso comodo per arrivarci anche sotto le intemperie o senza garage ad un distanza ragionevole, abitazioni confortevoli e lontane dal pericolo rappresentato dal possibile crollo delle tante case disabitate da troppo e perciò fatiscenti in quanto vittime di un degrado ambientale protrattosi per decenni. Guardando questi nuovi insediamenti vallivi, queste “entità senza identità”9 che hanno avuto gioco facile contro le sempre più scarse risorse da investire nel recupero delle preesistenze arroccate in alto, quasi in un tentativo di anacronistica quanto inutile difesa verso il “nuovo” che avanza, sempre di più si avverte quel senso di smarrimento fisico e psicologico che solo qualcosa che sa d'incompiuto può dare. Questa stessa sorte ha accomunato tanti centri minori dell'Italia centro-meridionale, specie quelli nelle aree interessate dal sisma del Novembre 80 che da insediamenti con economie che si fondavano sull'agricoltura e la pastorizia, come giustamente ha osservato Francesco Arminio nel suo “di mestiere faccio il paesologo”, sono passati dall'era pre industriale a quella post industriale, senza godere alcun vantaggio da un'era di mezzo mai vissuta. In sintesi, potremmo dire che quel che non fecero i barbari (inteso come evento sismico), fecero i Barberini. 




Ambiens e Topos: nel passato, il nostro futuro

“solo quando comprenderemo i nostri luoghi saremo in grado 
di partecipare creativamente alla loro storia.” 
C. N. Shulze

Molti con il termine "ambiente" tendono ad indicare in modo generico tutto ciò che ci circonda, facendo però più o meno consapevolmente riferimento solo all'aspetto prettamente naturale e dimenticando che è impossibile parlare di ambiente senza fare nel contempo riferimento all'essere umano e all'influenza che esercita su ogni area del pianeta, in modo diretto o indiretto, già con la sola sua presenza. Il termine “ambiente” deriva dal latino ambiens, -entis, participio presente del verbo ambire, che significa “andare intorno, circondare”. L'ambiente è quindi qualcosa di dinamico, anche se il termine ha perso tale connotazione nel tempo, a vantaggio di una visione antropocentrica che trovo deformante, perché pone l’uomo in un'ottica di parte non integrante della biosfera ma piuttosto di componente esterna a cui è stato concesso il diritto di plasmare e gestire il tutto a suo uso e consumo. L'ambiente è invece qualcosa che va oltre la convivenza di natura e cultura, territorio selvaggio e spazio antropizzato, è un luogo di mutazioni e processi di elementi che si muovono in un contesto comune e che pertanto non possono evitare di influenzarsi reciprocamente. Prendiamo ad esempio un elemento a me molto caro: la piazza. Come ho già scritto altrove: “la piazza è un vuoto urbano, una pausa nella condensazione dell'abitato che nel contempo, appartiene però ai fronti degli edifici che essa stessa separa. E', insieme, un “fatto” architettonico e urbanistico, perché travalica quel legame che essa stessa crea in quanto è anche un “fatto” antropologico. [...] la piazza è il luogo deputato alla teatralizzazione di qualsiasi gesto o azione che la utilizzi come suo fondale[...]. Quando così non è, la piazza smette di essere la pausa prima descritta e che è presenza fondamentale dell'identità urbana, scenografia degli eventi più importanti della vita sociale della comunità, fenomeno del Genius Loci, per ridursi ad [...] inutilità incastonate tra il vuoto e il nulla di quinte senza forza o del tutto inesistenti”10. L'ambiente in generale e quello urbano in particolare, è dato dall'intima e continua interazione tra le componenti naturali ed antropiche, che costituiscono un insieme interattivo in cui ogni azione dell'uno implica necessariamente una risposta dell'altro, innescando così un processo di feedbak sulla scorta del quale si determineranno altre scelte e i relativi nuovi comportamenti. Il disinteresse all'indomani delle catastrofi “e l'incuria per tutto ciò che del passato sia “solo antico” e non anche “opera d'arte”, contribuiscono ad accrescere il rischio che buona parte di detto patrimonio vada irrimediabilmente perduto. Ritengo che sia compito anche dell'Architetto, nel limite delle sue possibilità, impegnarsi affinché ciò non accada, cercando e trovando rinnovato interesse allo studio e al recupero anche di realtà meno note”11 I Centri Storici, come già detto, costituiscono un patrimonio architettonico, storico ed urbano che si fonde intimamente e indissolubilmente con i valori naturali e paesaggistici dei territori di appartenenza in quanto risultato di un lungo processo evolutivo di organismi urbanistici dai caratteri cromatici, materici e costruttivi denuncianti una chiara unità d'intenti12. Intervenire senza la stessa coerenza su di una realtà stratificatasi nei secoli, equivale a separare in modo traumatico quello che il tempo e gli eventi avevano unito: uomo e spazio, uomo e cultura, uomo e comunità, uomo e bellezza; in sintesi: l'uomo e il suo ambiente. Alla luce di quanto fin qui esposto, appare chiaro che la valorizzazione dei Centri Storici rappresenta un aspetto fondamentale non solo nell'ottica di un recupero culturale perseguito mediante il recupero di quei luoghi in cui si personifica la memoria e quindi l'identità di una comunità, ma anche socialmente ed economicamente, proprio in virtù dei possibili e variegati investimenti che può attrarre. Con l'attuale Assessore all'Ambiente, Pasquale Iuzzolino, già alla fine degli anni '90, dando seguito al mio lavoro di ricerca e di progettazione ambientale terminato nel 1984, si fantasticò13 sulla possibilità di un sistematico recupero del Centro Storico di Atena. Si era all'indomani del boom delle multiproprietà, ed una cosa ci apparve chiara: al di là di interventi edilizi discutibili, dell'anarchia dei materiali e dei colori usati nella nuova edilizia così come nel recupero della storica e della triste omologazione degli interventi di ristrutturazione, gli abitanti del nucleo più antico, dalla ricostruzione non avevano ottenuto alcun reale vantaggio. A distanza di 15 anni dall'evento, nulla si era pensato o fatto in modo incisivo ed organico per migliorare lo standard di vita di quelle persone e arrestarne il comprensibile esodo. Rilevammo, ad esempio, l'assenza di punti di comodo accesso ai vari anelli, utili a tutti, ma progettati principalmente pensando agli anziani, visto che rappresentavano la stragrande maggioranza di quelli più restii o più impossibilitati, per ragioni affettive ed economiche, a lasciare la vecchia abitazione. Osservammo inoltre che non solo mancavano, come mancano tutt'ora, parcheggi coperti o luoghi di sosta organizzati e in numero sufficienti per i residenti ma che mancava anche un piano in base al quale dislocarli strategicamente nei pressi dei suddetti punti di accesso. Illustrai all'Assessore il Piano di Lerida, di cui ero venuto a conoscenza attraverso una pubblicazione di qualche anno prima14 La mia idea era di collegare in modo analogo l'anello più basso, l'unico carrabile e con la possibilità di ospitare parcheggi, con altri due e di poterlo fare senza operare alcuna violenza al sito, sfruttando proprio gli edifici residenziali con tipologia a torre presenti nella parte del paese che affaccia a nord, cioè sul vallone dell'Arenaccia e la Serra d'Atena. La mia soluzione, nel dettaglio, prevedeva lo svuotamento di questi parallelepipedi attraverso la rimozione dei solai, il consolidamento dell'apparecchio murario e l'inserimento al centro di un elevatore, utilizzabile anche come ascensore per disabili e rampe di scale in metallo che gli girassero intorno e sbarcassero ai due livelli più alti, all'occorrenza, tramite l'ausilio di passerelle. La superficie utile sufficiente di questi edifici a torre si sarebbe prestata senza alcuna difficoltà a questa nuova funzione, senza contare che a quei tempi, l'uso di elevatori avrebbe reso molto più agevole il trasporto dei materiali per la “ricostruzione” ai livelli più alti e avrebbe evitato almeno in parte lo scempio che si è fatto della pavimentazione originaria, ricoperta in più punti con il cemento, per permettere il passaggio dei mezzi meccanici. La mia idea di dare una nuova funzione agli edifici a torre, era fortemente innovativa per quei tempi, specie se si considera che la tipologia a torre di forma parallelepipeda ci è stata tramandata dal passato e che gli ascensori di collegamento tra i vari livelli dell'abitato hanno dato ottimi risultati, sia in centri piccoli come a Pontassieve (Fi), sia in quelli più grandi e con un patrimonio architettonico di tutto rispetto, come Perugia. Altra cosa che apparve chiara nel corso della nostra dissertazione sui problemi del centro storico del dopo terremoto e delle possibili soluzioni, fu che sarebbe stato sempre più difficile reperire fondi sufficienti per un tempestivo recupero di quello che era già da allora in evidente abbandono e, contemporaneamente, per cancellare ogni traccia di quegli interventi tanto costosi quanto inutili e deturpanti che si erano decisi negli anni15. Ci rendemmo subito conto cioè, della portata enorme del progetto a cui stavamo pensando e che solo nuova linfa vitale avrebbe potuto dare corpo alle idee e alla volontà di strappare il nostro passato al caos per restituirlo ad un cosmos tanto tardivo quanto ancora oggi auspicabile. Nell'immediato e in assenza di un vero piano di sviluppo economico, per il quale avremmo potuto aspettare anche anni, l'aiuto poteva venire dal turismo. Allora come ora puntavamo su due ricchezze già presenti sul territorio e mai opportunamente pubblicizzate e incentivate: l'artigianato e le bellezze artistiche e naturali. Nel primo caso avevamo una tradizione da recuperare, nel secondo la vicinanza a luoghi turistici appetibili tutto l'anno, rappresentati dalle mete montane della Basilicata e da quelle marittime della Campania, che avrebbero potuto soddisfare contemporaneamente sia le esigenze del turismo intellettuale, attraverso i siti archeologici e di interesse storico e artistico di entrambe le regioni, sia di quello più strettamente interessato al divertimento di massa e al relax. L'idea, moderna per quegli anni, cavalcava l'onda dell'ultima moda lanciata dal turismo di allora, che aveva trovato una formula nuova ed economica per muoversi per il pianeta, in tutta libertà. Semplice e geniale, la soluzione era di diventare proprietari, insieme ad altri comproprietari e per il periodo minimo di una settimana, di uno o più alloggi in località in località turistiche più o meno note. La parte più innovativa ed interessante della proposta però era rappresentata proprio dal non essere indissolubilmente legati per sempre alla località in cui si era acquistata la multiproprietà ma, al contrario, di essere ancora più mobili proprio in virtù dell'acquisto di un immobile. La multiproprietà dava infatti la possibilità di scambiare alla pari la settimana di proprietà con un'altra in altra località a scelta. Anche essere multiproprietario di un solo alloggio era sufficiente per entrare a far parte di uno dei tanti circuiti di mutuo scambio di alloggi/vacanza disseminati sul pianeta. La mia intuizione fu l'aver capito che il Centro Storico non doveva essere visto come un monumento semplicemente da contemplare, un reperto archeologico sottratto con lo scavo alla terra che lo ricopriva solo per consegnarlo alla polvere e all'anonimato protetto di un deposito del museo, lontano dalla vita reale e dalla possibilità di produrre ricchezza sufficiente almeno alla sua sopravvivenza. Bisognava trovare delle idee per rivitalizzare il ruolo di una realtà rimasta così fortemente menomata nelle sue componenti non solo materiali e che era in evidente declino. Il progetto o meglio, l'idea del recupero del Centro Storico di Atena Lucana, sebbene acerba, come lo sono tutte le nuove idee all'inizio, specie se partorite da giovani menti, si basava sui seguenti punti: La messa in sicurezza dell'edificio, attraverso un suo recupero nel pieno rispetto delle norme vigenti in ambito di sicurezza ambientale e strutturale (oggi aggiungerei anche del risparmio energetico) e l'abbattimento delle barriere architettoniche e il recupero degli edifici abbattuti come giardini pensili (oggi aggiungerei anche parcheggi per bici e auto elettriche). I lavori, effettuati nel pieno rispetto del Genius Loci e quindi con un occhio sempre rivolto alla tradizione, sarebbero stati realizzati da maestranze locali, così da creare nuove possibilità di lavoro e, nel contempo, occasione di recupero dell'artigianato. Gli interventi che avrebbero interessato in modo sistematico quanti più edifici fosse stato possibile e avrebbero avuto inizio a partire da quelli più in buono stato di conservazione e, a parità di condizioni, da quelli con la migliore esposizione, facilità di accesso e bellezza del panorama; Il coinvolgimento della Comunità nel finanziamento del progetto ed in primis dei proprietari delle case del centro storico. I proprietari non in condizioni di sobbarcarsi l'intera spesa del recupero del proprio immobile, avrebbero avuto la possibilità di cedere lo stesso e di mantenere una quota parte della proprietà in forma di settimane/vacanze da scambiare; Il coinvolgimento economico del Comune, proposta che sarebbe ancora oggi valida, in cambio del suo impegnato ad urbanizzare l'area, fornendola dei servizi necessari per rispondere adeguatamente alle richieste derivanti dalla sua nuova funzione; Creazione di botteghe artigiane ed eno-gastronomiche e luoghi di ristoro in cui reperire esclusivamente prodotti locali (oggi aggiungerei la condizione della loro tracciabilità) e in cui organizzare incontri e convegni incentrati sul loro rilancio; La finalizzazione del lavoro sul recupero delle tradizioni e dei vecchi mestieri, all'apertura di laboratori. L'idea era di includere nel pacchetto la possibilità, da parte del turista che ne avesse fatto richiesta, di frequentare dei corsi nei quali venire a contatto diretto con l'artigianato locale e apprenderne le tecniche, nello spirito di questo tipo di vacanza alternativa; Trekking ed escursioni organizzate nei luoghi di maggiore interesse naturalistico e culturale. Da Atena e dal Vallo di Diano in generale, come già accennato, sono raggiungibili e visitabili nell'arco di una giornata, sia i siti della Lucania (ad es. I Castelli di Federico II a Lagopesole, Venosa Melfi, la Cattedrale di Acerenza, i Sassi e gli eremi rupestri di Matera, gli scavi archeologici di epoca romana a Venosa come a Grumento, la splendida costa di Maratea) e della Campania (ad es. la Certosa di Padula, gli scavi archeologici a Buccino, le Grotte dell'Angelo a Pertosa, l'area dei templi di Paestum, le grotte marine di Palinuro), sia le zone turistiche della costa della Campania (la costa Cilentana e Amalfitana), sia quelle del turismo invernale della Lucania (i campi da sci sul Vulturino). A queste mete pensate originariamente, si possono aggiungere oggi nuove realtà, come quelle del Parco del Cilento e Vallo di Diano, del Parco del Sele e del Tanagro e dell'Oasi W.W.F. di Persano, tanto per citare quelle più vicine, rese ancor più vicine anche al resto del mondo, dalla recente creazione dell'aeroporto di Pontecagnano; Nell'ambito strettamente comunale, il recupero e la valorizzazione dei vecchi percorsi ormai in disuso e dimenticati. Uno di questi e sicuramente il più conosciuto, è la cosiddetta Salita del Petto, percorso usato come scorciatoia, per lo più dai contadini che si recavano a lavorare i campi ubicati nella valle. Altri percorsi recuperabili come attrattori turistici sono tutti quei sentieri utilizzati dai pastori per raggiungere i pascoli, alcuni dei quali ubicati proprio nell'area del Vallone dell'Arenaccia e della Rupe Rossa e che rappresentano località interessanti anche per la presenza di grotte e anfratti da sempre usati come riparo dai pastori ma sicuramente frequentate dall'uomo anche in epoca preistorica. Interessante, anche in questo secondo caso, ipotizzare percorsi di trekking che colleghino il Borgo Albergo a questi siti. Altra mia idea che risale al 2006 e che ritengo possa fungere da attrattore è quella del recupero come pista ciclabile, del vecchio tracciato ferroviario della Calabro Lucana16 in quanto il suo percorso, tra caselli adibiti a punti di ristoro e piccole gallerie, attraversa alcuni dei luoghi più panoramici del nostro territorio comunale. Infine, alle vecchie soluzioni per creare interesse verso il nostro Comune e, più in generale, per tutto il nostro territorio, ne aggiungerei ancora una, nuova anche se non originale. L’idea che ha dimostrato nel tempo di essere un forte attrattore turistico sebbene realizzata in una zona della Lucania non proprio baricentrica e raggiungibile soltanto attraverso una viabilità non facile, né veloce, è conosciuta come “volo dell'angelo”. Realizzata per la prima ed unica volta in Italia, tra i comuni di Castelmezzano e quello di Pietra Pertosa, sulle Dolomiti Lucane, rappresenta tutt'ora il “volo” più alto e più lungo del mondo. Oltre a questo ne esistono solo altri tre e tutti in Francia. Facilmente realizzabile e poco onerosa, consiste nel sorvolo a svariati metri di altezza e a grande velocità, di siti dal forte impatto paesaggistico. Il sorvolo viene effettuato, in tutta sicurezza, sospesi ad una fune d'acciaio, lungo la quale si scivola mediante una carrucola a cui si viene imbracati e copre la distanza tra un punto A e un punto B posti in siti con sufficiente dislivello. Aspetto migliorativo dell'idea originale e che discosta nettamente il nostro progetto da quello già realizzato in Lucania, non è tanto la maggiore lunghezza ed altezza dal suolo, quanto quello di collocare il punto di partenza in un luogo che sia al contempo molto panoramico e di facile accesso anche in auto ma fuori dal centro abitato e ubicare invece il punto di arrivo, all'interno del Centro Storico, così che il turista, nel percorso di ritorno al proprio mezzo di locomozione, possa venire a contatto con la realtà locale ed essere invogliato a trattenervisi 17. 




Dalla Multiproprietà all'Albergo Diffuso: l'evoluzione di un'idea

“(…) un bene non è tale se non è fruibile. 
La pura contemplazione non appartiene all’Architettura.”


L’Albergo Diffuso non è una struttura alberghiera ex-novo, ma una “struttura orizzontale”, un'idea con lo scopo di recuperare gli edifici in disuso all'interno dei paesi e trasformarli in alloggi da inserire in un circuito di vacanze. Orizzontale perché è concepito con una struttura centrale, la reception, che funge da punto di accoglienza clienti e d’incontro e da una serie di unità abitative, le camere, dislocate in edifici diversi nel centro del paese, ma non troppo distanti dalla reception che deve essere raggiungibile facilmente. L'idea di Albergo Diffuso18 nasce in Carnia, a seguito del terremoto del 1976, quando si pensò, con lungimiranza, d'investire a fini turistici sulle case e i borghi disabitati e ristrutturati a fini abitativi. Il termine viene però utilizzato per la prima volta nel 1982 all’interno del “progetto pilota Comeglians” che si proponeva come programma per l'inversione di tendenza rispetto al degrado in atto. L'occasione era particolarmente favorevole trattandosi degli anni in cui si stava attuando la ricostruzione post terremoto del 1976, situazione che avrebbe permesso di convogliare almeno parte di quei finanziamenti nella realizzazione di questo progetto innovativo. I progetti rimasero però nel cassetto e vennero in parte rispolverati con l'arrivo dei fondi relativi al bando europeo denominato 5b. Negli anni ’80 il termine “Albergo Diffuso” si diffonde, e si assiste a diversi progetti e tentativi di realizzare l’idea in altre realtà del paese. I primi tentativi di Alberghi Diffusi si ebbero in Emilia Romagna nel 1984 e nel 1987 a Vitulano, un comune del Sannio in provincia di Benevento. In questi primi due tentativi, l’obiettivo principale che si perseguì fu quello di recuperare edifici vuoti e case abbandonate al fine di animare centri storici disabitati e di valorizzare turisticamente un sito in una logica che il marketing definirebbe “product oriented”, piuttosto che quello di dare risposta alle esigenze di una domanda interessata a fare esperienze in qualche misura ancora autentiche, perché legate allo spirito dei luoghi, al cosiddetto Genius Loci, più volte citato. In quei primi tentativi era quindi ancora assente l’idea di costruire un modello ospitale distinto perché alternativo e diverso rispetto a quelli tradizionali e che si voleva proporre come un modello ed una cultura dell’ospitalità con le radici nel territorio, in grado di guardare alle esigenze più profonde della domanda, che consistevano appunto nel poter interagire con una realtà locale unica per le sue peculiarità. I progetti pensati negli anni ’80, proprio per l'assenza di visione più generale e complessa di recupero delle antiche realtà in un contesto di modernità, sono perciò da intendersi più dei residence diffusi, che degli Alberghi Diffusi, in quanto comprendevano singole abitazioni sparse sul territorio che venivano recuperate e poi messe in rete soprattutto con l'intento di trarre profitto. Si trattava quindi di iniziative private che si proponevano sul mercato in modo spontaneo, come offerta che a monte non aveva un'indagine di mercato e senza che ci fosse in seguito una strategia su come intercettare la possibile domanda e offrire un servizio con essa coerente. Ma è sempre negli anni '80 che l’idea dell’albergo diffuso assume contorni più definiti e comincia ad essere concepita come un albergo orizzontale situato in un centro storico di fascino, con camere e servizi dislocati opportunamente in edifici diversi, ma sempre vicini tra di loro. La concretizzazione, sebbene soltanto parziale delle prime realizzazioni di AD, si avranno però solo negli anni ’90 e questo perché alcuni motivi, tra i quali la logica aberrante della burocrazia, ne hanno ritardato la realizzazione. Al problema burocratico si affiancò quello di una legislazione ancora mancante e che si ebbe solo a partire dal 1998 in Sardegna. Non a caso sono stati proprio i modelli di AD sardi ad essere oggetto di diversi seminari e occasioni di studio e alla base della prima normativa che in Italia ha distinto l’albergo diffuso dalle altre forme di ospitalità. Nel 2008 l’idea dell’albergo diffuso è stata premiata a Budapest in occasione del Convegno Helping new talents to grow come migliore pratica di crescita economica da trasferire nei paesi in sviluppo. L’idea di Albergo Diffuso può essere quindi definito come un albergo orizzontale, situato in un centro storico, con camere e servizi dislocati in edifici diversi, seppure vicini tra di loro ed è da intendersi come una struttura ricettiva unitaria che si rivolge ad una domanda interessata a soggiornare in un contesto urbano particolare, a contatto con i residenti e usufruendo nel contempo dei normali servizi alberghieri. Tale formula, che si è rivelata particolarmente appetibile per borghi e paesi caratterizzati da centri storici di interesse artistico ed architettonico, può essere però riproposta anche in centri minori che non godono di queste stesse caratteristiche ma che hanno una posizione strategica nel proprio territorio che permette di raggiungere siti di interesse naturale e/o culturale, con minimo dispendio economico e di tempo. Si tratta quindi, di una proposta concepita per offrire agli ospiti l’esperienza di vita di un centro storico di una città o di un paese, potendo contare su tutti i servizi alberghieri, cioè su accoglienza, assistenza, ristorazione, spazi e servizi comuni per gli ospiti, alloggiando in case e camere che distano non più di 200 metri dal luogo nel quale sono situati la reception, gli ambienti comuni e l’area ristoro. Ma l’AD è anche un modello di sviluppo del territorio che non crea impatto ambientale. Per dare vita ad un Albergo Diffuso infatti non è necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare/ristrutturare e a mettere in un circuito vacanziero quello che esiste già. Inoltre un AD funge da “presidio sociale” e anima o rianima, come nel caso di Atena Lucana, i centri storici, stimolando iniziative e coinvolgendo i produttori locali considerati come componente chiave dell’offerta. Un AD infatti, grazie all’autenticità della proposta, alla vicinanza delle strutture che lo compongono e alla presenza di una comunità di residenti riesce a proporre più che un soggiorno, uno stile di vita. Con l'AD si può sperare di riportare la vita nei centri antichi interessati dal progressivo spopolamento, come ad esempio in quelli nell'area del sisma del 1980, dell'Irpinia e del Salernitano e quindi, anche Atena Lucana e si possono recuperare e valorizzare quei tanti edifici chiusi e non più utilizzati. Questo deve essere fatto e bisogna farlo anche in fretta, prima che un pezzo di cornicione si stacchi o una tegola scivoli colpendo uno dei residenti o degli inconsapevoli quanto incolpevoli turisti che talvolta capita di incrociare nelle stradine deserte. L'idea di recuperare il centro storico e riportarlo a nuova vita attraverso la sua graduale trasformazione in A.D. si basa anche sulla considerazione che problemi economici di portata mondiale hanno notevolmente influito sul modo di intendere le ferie. Sempre più spesso infatti, negli ultimi anni si preferiscono come mete turistiche le località italiane, mentre la stessa durata delle ferie si è progressivamente e considerevolmente ridotta. Purtroppo però le mete sono quasi sempre le stesse e questo principalmente per due motivi: la mancanza di strutture adeguate e la scarsa pubblicizzazione dei cosiddetti centri minori, ubicati magari a pochi chilometri dai siti di maggiore affluenza turistica eppure ancora quasi del tutto sconosciuti. Questo, nello specifico, è il caso di Atena Lucana che, come già detto, è al centro di uno dei tanti luoghi italiani di grande interesse culturale e paesaggistico. Altra considerazione da fare è che l'AD ha la capacità di soddisfare le richieste di un'utenza esperta e perciò stanca delle solite formule alberghiere, in quanto composta da persone che sono alla ricerca di formule innovative . Nel suo studio “Leisure Travel” del 1991, S. Plog afferma che: “i turisti in vacanza desiderano unicità, non uniformità e che, per questo, più l’albergo riflette l’architettura locale, i costumi e lo stile di vita dell’area, più ha possibilità essere scelto come meta di vacanze alternative.” Ma l’aspetto più importante dell'AD è il rispetto dell'ambiente culturale, del contesto in cui sorge perché muove direttamente nella direzione del recupero del patrimonio artistico e culturale dei centri minori, perseguito sia dalla politiche comunitarie che da quelle nazionali e, solo più raramente e con lungimiranza, da quelle locali, che spesso non hanno alcuna idea della ricchezza che possiedono e della possibilità che hanno di creare occupazione e magari, di mantenere o addirittura incrementare la popolazione e tutto senza intervenire contaminando la cultura, l’ambiente, l’identità dei luoghi. L’Albergo Diffuso può quindi avere la funzione di “animatore” culturale ed economico dei centri storici, in particolare nelle piccole realtà e per questo sarebbe auspicabile, perché ogni centro storico trasformato in AD non diventi una specie di Disneyland usa e getta, un baraccone progettato male e gestito peggio, che il progetto sia redatto da Associazioni Culturali e Ambientaliste, con una partecipazione significativa del Comune, della Pro Loco e dei proprietari stessi e che sia gestito da una Cooperativa formata da personale specializzato, posto sotto il loro diretto controllo. In sintesi, io credo che il turismo sia senza alcun dubbio una delle maggiori fonti di guadagno e sostentamento per i Paesi e in particolar modo per quelli che, come l'Italia, hanno la fortuna di avere tanti luoghi interessanti sotto l'aspetto culturale e ambientale. Chi è nel Turismo in modo professionale però lo sa che è importante in questo campo avere le idee e che queste per generare progetti competitivi devono essere innovative. Questa stessa idea, che negli anni 90 era avveniristica, oggi è solo contemporanea; si è perso tempo a cercare forme di guadagno limitate e personali con la piccola speculazione, invece di investire come comunità, in modo coraggioso e moderno. Non senza malcelata ironia, infatti, sono solito criticare coloro che nel passato hanno visto le tante strutture ricettive del Vallo, molte delle quali nel territorio di Atena Lucana, come i sintomi di una realtà positiva: sono strutture recenti, sicuramente discutibili per l'eclettismo dello stile che nulla ha a che vedere con i modelli dell'architettura locale ma più simili a quelli della riviera romagnola, quando non sono palesemente dei capannoni industriali con un rivestimento posticcio in facciata, ma senza dubbio, in tutti i casi, sono strutture dotate dei massimi comfort e con finiture di ottimo livello. Sono però “cattedrali nel deserto”, quasi sempre sotto utilizzate perché per anni, forti anche degli incentivi statali, ci si è preoccupati di creare strutture per l'accoglienza del turista senza parallelamente cercare idee per invogliare il turista a scegliere il nostro territorio come meta. Abbiamo ingenuamente creduto che avere ricchezze di grande valore ambientale e culturale come la Certosa di Padula o le Grotte dell'Angelo a Pertosa, tanto per citarne due tra le tante, ci potesse esimere dalla necessità di promuoverci sul mercato e di farlo non in modo individuale e approssimativo ma in modo professionale e corale, proponendo pacchetti vacanze stimolanti perché alternativi. L'AD, di per sé si propone in modo accattivante e alternativo, in virtù di alcune sue peculiarità, prima tra tutte l'autenticità, una caratteristica che permette ai turisti di vivere l’esperienza di un soggiorno in case e palazzi progettati per essere vere abitazioni e di avere l’opportunità di stare a contatto con i residenti, di trovarsi immerso nella realtà locale in prima persona, di vivere il borgo e la sua realtà. Altro aspetto che fa dell'AD una formula interessante, è la possibilità di offrire una proposta articolata in quanto il turista avrebbe a sua disposizione una possibilità di scelta ampia, in virtù di offerte differenziate. In sintesi: la mia idea di AD è da intendersi come un progetto che abbia come obiettivo principale non solo quello di risollevare l'economia locale ma anche quello di recuperare il patrimonio artistico e ambientale e, nel pieno rispetto dell'ambiente culturale, riuscire a trasformare l’abbandono in risorsa. Vorrei cioè creare un ambiente in cui fosse reso possibile al turista di vivere l’esperienza del soggiorno nel pieno rispetto dell'autenticità del contesto, con la possibilità di venire a contatto con le tradizioni locali e la produzione artigianale e contadina. Penso cioè alla possibilità per il turista di recuperare quella manualità propria dei processi produttivi che erano di generazioni da lui non lontanissime eppure sconosciute e di impararne le tecniche. Immagino visite esplicative nei frantoi, nei mulini, nei laboratori dei fornai e dei pasticceri, nelle officine dei fabbri, dei maniscalchi, degli stagnini, nei laboratori degli impagliatori di sedie, degli intrecciatori di ceste, dei vasai. Penso a lezioni tenute negli ovili o nelle stalle per capire il processo produttivo che porta dalla mungitura alla produzione dei formaggi, immagino la possibilità di farli partecipare alla raccolta delle olive o della frutta o alla vendemmia, di insegnare loro i processi di produzione del vino. Immagino cioè di dargli la possibilità di una vacanza variegata, che si sviluppi tra quella intellettuale dei musei e quella “vissuta” dell'agriturismo. Un progetto pensato quindi, con l’intenzione di rivolgersi, mediante proposte diverse, a differenti fasce di utenza e di farlo con una soluzione ricettiva che si gioca gran parte della sua competitività, sulla maggiore visibilità derivante dall'originalità della formula. Sono però consapevole che per realizzare questo si dovrà affrontare e risolvere un ulteriore grande problema, che specialmente nelle realtà del sud ha difficoltà a morire e che è la diffidenza verso il nuovo. La resistenza a queste iniziative, a dispetto del trascorrere degli anni, rischia di essere di natura culturale e il pericolo è di ritrovarsi a dover convincere della bontà dell'operazione proprietari diffidenti e amministratori ancorati alle loro vecchie idee. 




Conclusioni

Sebbene sia auspicabile e anche indispensabile che ogni Regione che ospita un Albergo Diffuso o Borghi Alberghi inserisca all’interno della propria legge regionale una precisa e chiara classificazione delle strutture ricettive alberghiere ed extra alberghiere preposte a questa nuova forma di ospitalità, al momento la Regione Campania non l'ha ancora fatto e questo sebbene alcuni siti specializzati indichino la presenza di almeno un Albergo Diffuso e di due Borghi Alberghi al suo interno. Purtroppo gli stessi siti non danno alcuna indicazione precisa sulla loro collocazione e questo fa capire ancora meglio la confusione che ancora persiste nella loro univoca individuazione e classificazione. Gli alberghi diffusi, infatti, vengono spesso confusi con i semplici appartamenti ristrutturati e messi a disposizione per i turisti in forma di iniziativa privata. Questa gestione improvvisata e senza una vera organizzazione a monte, impedisce che il prodotto offerto rispetti gli standard qualitativi richiesti per essere non solo appetibili ma anche competitivi sul mercato. L’inserimento dell’Albergo Diffuso, all’interno di una legge regionale, assicurerebbe l’originalità e l’autenticità di una così innovativa e ricercata forma di ospitalità e sarebbe molto più facile per il borgo essere inserito in un programma di collaborazione nazionale che si occupi della promozione su larga scala, con maggiori e più veloci guadagni, com'è facilmente immaginabile. Il prodotto offerto, attraverso questa auspicabile oculata gestione potrebbe portare addirittura alla creazione di un marchio di qualità che possa individuare e promuovere le strutture nelle diverse realtà locali della stessa provincia che le ospita ed incrementare la collaborazione tra i vari comuni. Questo tipo di organizzazione, ovviamente, non può però prescindere dalla presenza di personale altamente specializzato, la cui formazione dovrà essere conseguita presso scuole specifiche che possano formare tanto i gestori, quanto il personale di servizio con la creazione di scuole specialistiche, con corsi manageriali, di formazione e di aggiornamento per poter dare l’opportunità agli operatori turistici di tenersi sempre informati. Utile rimarcare l'aspetto che il fenomeno degli Alberghi Diffusi non può e non deve trasformarsi nella banalità di una nuova moda del turismo, quindi deve essere la realizzazione di un progetto corale, concreto e coerente, partorito, realizzato e gestito da persone che realmente amano e rispettano l'ambiente e in primis il proprio territorio e da Enti ed Associazioni accreditate, quali quelle ambientaliste e le Pro Loco e sottratto al controllo, più o meno palese, di intrallazzatori locali che comprano a pochi soldi case abbandonate, le ristrutturano con poca spesa, magari a spese dello Stato e comunque senza alcun rispetto per la tradizione e per l'idea stessa di Albergo Diffuso e le trasformano in strutture alberghiere alla buona, che avranno vita breve, come spesso accade, ma non prima di aver danneggiato ulteriormente, con il loro fallimento, il contesto in cui sono sorte. Questo non deve assolutamente accadere. Io credo molto in questa idea e ci credo, come già detto, fin dall'inizio degli anni 90, e ho cominciato a lavorarci, anche se inconsapevolmente, già nel 1983. Spero perciò che siano arrivati realmente i tempi e le persone giuste per la sua realizzazione ma soprattutto che questo, che potrebbe essere un progetto pilota, possa offrire ai piccoli paesi la possibilità di risollevare le sorti della propria economia e, nel contempo, di condividere con altre persone di ogni parte del mondo, le bellezze del proprio territorio. A conclusione voglio solo sottolineare che i finanziamenti Regionali per il recupero dei Centri Storici esistono già da qualche anno anche in Campania19, così come quelli per il recupero dei percorsi e siti rurali sono finanziabili con i PSR20 Questo potrebbe voler dire che se non si è mai fatto niente, è anche per disinteresse e che quando invece, si è fatto ma si è fatto male, è stato anche per l'incapacità di comprendere i propri luoghi e per il poco amore per l’ambiente, nella sua più ampia accezione. 

Atena Lucana 19/08/2010 
Dott. Arch. Angelo Sangiovanni 

NOTE

2) Un esempio valga per tutti: se l'abitare un certo ambiente ha dimostrato con l'esperienza una certa inclinazione delle falde del tetto come sufficiente per smaltire correttamente le precipitazioni meteoriche, inclinazioni palesemente superiori o nettamente inferiori sono tanto sovradimensionate e quindi inutili nel primo caso, quanto incapaci a risolvere il problema nel secondo. In entrambi i casi sono però soluzioni avulse dal contesto in quanto dettate dal personale e perciò sempre discutibile, senso estetico. In ogni caso, sono risposte inadeguate ai reali problemi posti dall'ambiente in cui sono state inserite. Lo stesso dicasi per i colori, la scelta dei materiali, del contesto del loro utilizzo, per le tecniche di lavorazione e d'impiego e addirittura per gli spessori. Il bianco delle facciate o i colori chiari in genere vanno bene per il mare per respingere i raggi del sole troppo cocenti ma in ambienti montani, dove è bene invece attirarli per ottenere un riscaldamento naturale dell'abitazione, è preferibile usare colori scuri, che notoriamente invece attraggono i raggi del sole. Allo stesso modo: spessori troppo esigui e lavorazioni troppo invasive per le parti in pietra, specie se calcari, espongono in ambienti montani questi manufatti al fenomeno delle gelività e al conseguente veloce degrado.

3) Questi spazi, a distanza di 30 anni sono sotto gli occhi di tutti, vittime del degrado e dell'abbandono. Valga un esempio per tutti che testimoni gli scempi fatti in quegli anni ad Atena Lucana: la realizzazione di una inutile quanto costosa scala in cemento armato, un'opera orrenda che, al ritorno da un mio viaggio a Roma fatto nei primi anni 90, chiamai ironicamente “Trinità dei Monti”, alludendo a quel fastoso intreccio di rampe a cui pomposamente riportava. Figlia della stessa aberrante logica è anche l'ultimo orrore architettonico realizzato nel Centro Storico e cioè il “non luogo” voluto nella parte alta del Centro Storico, a ridosso di quello che rimane delle mura del Castello, in località Schifa. Lo slargo che si è venuto a creare in seguito alla demolizione di 4 abitazioni gravemente danneggiate dal sisma, ubicate davanti ad un edificio gentilizio, ora sede di un costoso e perfettamente arredato Centro Polifunzionale. La quota di calpestio di detto slargo è stato mantenuta, con scelta architettonica quanto mai inopportuna, ad un livello più alto di oltre un metro rispetto a quella dell'ingresso dell'edificio. Tale scelta ha relegato inoltre l'ingresso dell'edificio in un vicolo la cui larghezza è inferiore ai 2 metri, impedendogli di dominare il luogo, proprio per l'assenza di un giusto rapporto tra i vari elementi e un'adeguata profondità prospettica. Cosa ancor più grave, è che la presenza di questo muro venutosi a creare a ridosso dell'ingresso di questo edificio deputato a contenitore polifunzionale, fa da tappo all'ingresso stesso, impedendo ad eventuali fruitori di utilizzare una comoda e veloce via di fuga in caso di pericolo. Non dimentichiamo infatti che siamo in un contesto fortemente sismico. Gli stessi, fruitori infatti, se si fossero rispettati i giusti rapporti tra l'edificio e la piazza, quelli cioè tramandati in architettura da sempre, in caso di evento sismico avrebbero potuto trovare una veloce via di scampo nella piazzetta antistante l'edificio e non ritrovarsi, così come accadrebbe ora, imbottigliati in un vicolo. Ancora: anche la scelta infelice della pavimentazione utilizzata in tutto il contesto rischia di mettere a repentaglio la sicurezza del cittadino. L'aver usato la stessa pietra a rivestimento di tutte le superfici, orizzontali, inclinate e verticali, senza soluzioni di continuità e con la stessa messa in opera, impedisce di percepire chiaramente i dislivelli. Questi diventano ancora meno visibili in condizioni di luce non favorevoli, come all'imbrunire o con il cielo nuvoloso o per problemi alla pubblica illuminazione e lo sono ancor meno ad occhi non più in buono stato, come potrebbero essere quelli degli anziani. In ultimo, l'assenza di uno scannafosso a ridosso della facciata principale dell'edificio e la contemporanea scelta di realizzare una pavimentazione discontinua e del tutto avulsa dal contesto nella forma e nella sostanza, è un'altra scelta decisamente inopportuna. La stessa infatti, realizzata con pietre di fiume di piccola pezzatura distanziate ed adagiate su superficie assorbente, diviene fortemente permeabile alle acque meteoriche, tra l'altro volutamente convogliate in più punti della stessa tramite discendenti. Ovviamente tutto questo ha causato copiose e pericolose infiltrazione nelle fondazioni e l'ovvia risalita per capillarità, della stessa umidità, causa dell'evidente quanto precoce ammaloramento delle murature di un edificio che sebbene talvolta utilizzato da anni, non è stato inaugurato, ancora.
A questa inutilità architettoniche in tempi passati e più recenti se ne sono sommate altre, alcune delle quali  fatiscenti da decenni, come i Bagni Pubblici , o mai veramente utilizzati, come il Mercato Coperto e lo slargo tra il campo sportivo e le case popolari su Viale Kennedy.
4) Il recupero dei contenuti originali dell'abitazione” – Sangiovanni Angelo e Di Carlo Giuseppe - Corso di Progettazione Ambientale, Università degli Studi di Firenze, a.a. 1984/85
5) Archetipo è un termine che trae origine da antichi scritti greci e ha il significato di «immagine da prendere a modello, marchio espressivo, esemplare originario» tipos (originale) arché. La parola fu coniata da Filone di Alessandria ed in seguito usata da Dionigi di Alicarnasso e Luciano di Samosata e lo si ritrova in varie discipline. In un contesto filosofico, l'archetipo rappresenta una preesistente ed originaria forma di un pensiero (per es. l’idea platonica); nella psicoanalisi molti autori lo usano per indicare le idee innate e profonde dell’inconscio umano; nella mitologia indica le forme primitive alla base delle espressioni mitiche e religiose dell’uomo e, nello studio della narrazione indica i metaconcetti di un’opera letteraria espressi nei suoi personaggi e nella struttura della narrazione; in linguistica Jacques Derrida lo ha usato per indicare il concetto di «archiscrittura» e cioè la forma ideale della scrittura preesistente nell’uomo prima della creazione del linguaggio e da cui si origina quest’ultimo. L’archetipo è inoltre presente in filologia per indicare la creazione di un’opera originale ovvero l’elemento più antico e non originato da altri. Lo studio archetipo nasce dunque dalla necessità di ricercare quelle forme architettoniche originali generate e create nel profondo delle esigenze umane: salute, bellezza, estetica, sostenibilità economica ed ambientale.
6) Esempi di non luoghi realizzati a partire da quegli anni sono il mai ben utilizzato mercato coperto, che con un concorso di idee si è cercato di recuperare, i cosiddetti bagni pubblici messi, con scelta infelice, negli immediati pressi del Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale, ma 2 piani al di sotto di quello stradale, così da scoraggiare il suo utilizzo anche da parte del vecchietto più arzillo. Ancora: la Casa Comunale che per forma e collocazione ha la stessa capacità rappresentativa e riconoscibilità di un condominio di periferia, la palestra/auditorium, uno dei tanti spazi polifunzionali (che troppo spesso significa: non ho idea di cosa farci in quest'opera ma ho potuto ottenere fondi e quindi l'ho realizzata), uno scatolone prefabbricato sotto utilizzato perché non ce n'era la reale necessità, ma a cui presto se ne aggiungerà uno simile allo Scalo del paese. La citata Schifa, un maldestro tentativo di riportare la vita in una realtà, come quella della parte alta del centro storico, abbandonata da un ventennio. Infine: le “non piazze” di Atena Lucana, di cui ho scritto in occasione del “Concorso d'idee per la riqualificazione Urbanistica, Paesaggistica ed Architettonica dell’area del mercato comunale” su www.studioarkproun.splinder.com - Arch. Angelo Sangiovanni 20/06/2009.

7) Oggi, accanto ai palazzotti di “gentiluomini” di fine ottocento e primo novecento, molti di non lontane origine contadine, vanno sorgendo case e villette che la nuova classe emergente, basso borghese e contadina, ostenta come segno distintivo di prestigio, soppiantando la borghesia uscente, la bicentenaria classe dei ricchi proprietari terrieri professionisti e non: “signori” di una volta, ma imitandone i codici più esteriori di comportamento”. Dott. Elena D'Alto, Archeologa, “Atena antica“, riportato in “Il recupero dei contenuti originali dell'abitazione” e riportato in – Sangiovanni Angelo e Di Carlo Giuseppe - Corso di Progettazione Ambientale, Università degli Studi di Firenze, a.a. 1984/85

8)La struttura unitaria è ancora salva anche se gruppi edilizi, iniziati alla periferia orientale del paese (zona Braida) comincia a ferire il Borgo e la piazza [...]. Questa preziosa eredità che si va perdendo sulla Braida, per assurdi interventi sostitutivi, potrebbe andare salvata.” Dott. Elena D'Alto, Archeologa, “Atena antica“ in“Il recupero dei contenuti originali dell'abitazione” e riportato in – Sangiovanni Angelo e Di Carlo Giuseppe - Corso di Progettazione Ambientale, Università degli Studi di Firenze, a.a. 1984/85.
9) Ad Atena Lucana, le promesse di nuove opportunità di lavoro offerte da questi insediamenti caotici, in cui gli impianti produttivi divenuti abitazioni si mischiano a quelli rimasti tali, generando talvolta disagi e problemi di convivenza tra confinanti, in quest'epoca di recessione, si sono scontrate con la realtà di un sud che cresce a rilento perché continua a correre a vuoto, senza valide strategie e senza una vera programmazione che non sia la speculazione spicciola e il conseguente arricchimento di pochi. Quella stessa piccola speculazione che ha fatto lievitare i prezzi dei terreni in modo innaturale, con la conseguenza che il piccolo imprenditore, tra la morsa di un lotto minimo di 20.000 metri, realtà avulsa dall'economia agricola del nostro territorio e il prezzi esorbitanti imposti dai confinanti per la cessione della metratura mancante alla realizzazione dell'ampliamento necessario all'attività, sono sempre più spesso in cerca di siti in cui spostarsi, ubicati nelle zone industriali di altri comuni limitrofi. Ci stiamo risvegliando da un sonno lungo trent'anni e al risveglio ci ritroviamo in un'economia che stenta a decollare e a tanti manufatti iniziati e mai finiti o finiti e mai abitati e offerti inutilmente in affitto o messi addirittura in vendita.
10)Concorso d'idee per la riqualificazione Urbanistica, Paesaggistica ed Architettonica dell’area del mercato comunale” su www.studioarkproun.splinder.com – Arch. Angelo Sangiovanni 20/06/2009

11)
“Calcareniti e Calciruditi del Flysch di Pescopagano” - Arch. Angelo Sangiovanni – 2000
12) Come ho evidenziato nella parte conclusiva della relazione in: “Concorso d'idee per la riqualificazione Urbanistica, Paesaggistica ed Architettonica dell’area del mercato comunale” su www.studioarkproun.splinder.com – Arch. Angelo Sangiovanni 20/06/2009
13) Fantasticare è il temine giusto, visto che dopo anni siamo ancora a ripeterci le stesse cose e con la stessa passione. Cose o meglio: “sogni” che sono alla base anche del presente lavoro.
14) Per la precisione, un numero di Casabella del 1985 e dell'idea che avevano avuto per il quartiere di Cayeret. In sostanza si trattava dell'inserimento di una torre a base triangolare che ospitava al suo interno ascensori e scale e che, attraverso passerelle, collegava la piazza pedonale di San Juan posta in basso con le sistemazioni degli spazi antistanti la Cattedrale sul colle di San Leo.


15) Un esempio per tutti: l'inutile quanto costosa colata di cemento che disgustato chiamai ironicamente “Trinità dei Monti”. Sentirla chiamare oggi così, con altrettanta ironia ormai da gran parte dei miei compaesani, non mi inorgoglisce, però. Semmai rigira il coltello nella piaga.


16) La bozza di questo mio progetto esiste già dal 2006 e da qualche tempo l'ho sinteticamente riportata sul blog da me aperto all'indirizzo www.studioarkproun.splinder.com.



17) Il progetto, che nasce da un'idea dell'attuale Assessore Comunale all'Ambiente, Pasquale Iuzzolino, sebbene ancora allo stato embrionale è ben chiaro nella nostra mente e verrà redatto con la supervisione dello stesso Assessorato e sottoposto al parere dell'Amministrazione Comunale, della Pro Loco e delle Associazioni Ambientaliste presenti in zona, “Fare Ambiente” in primis, che ha proprio in Atena Lucana un suo laboratorio. Personalmente ritengo che l'impatto ambientale di questi meccanismi, tra l'altro poco ingombranti e della stessa fune tesa, sia poco rilevante, specie se paragonate alle inutili e voluminose brutture che si sono realizzate nel passato remoto e recente e alle altre che sono in progetto e verso le quali nessuno ha mai fatto sentire il suo peso.
18) La regione con il maggior numero di alberghi diffusi è il Molise, grazie al lavoro svolto dagli operatori del “Patto Territoriale del Matese”, seguita dalle regioni Puglia e Sardegna supportate dal lavoro dei Gruppi d’Azione Locale ed infine la Calabria grazie al contributo di alcune Associazioni.


19)
REGIONE CAMPANIA - Giunta Regionale - Seduta del 25 febbraio 2006 - Deliberazione N. 264



Area Generale di Coordinamento N. 16 - Governo territorio, tutela beni paesistico-ambientali e culturali - L.R.18.10.2002 n. 26. Norme e Incentivi per la valorizzazione dei Centri Storici della Campania e per la catalogazione dei beni ambientali di qualità paesistica. Modifiche alla L.R. 19 Febbraio 1996, n. 3. Criteri di valutazione in ordine ad azioni e interventi da ammettere a contributo ai sensi del Titolo I. Annualità 2006.
Nuovo Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013


PSR 2007-2013 - Misura 313 - “Incentivazione di attività turistiche”


Presentazione della Misura  



La misura è stata attivata nella consapevolezza che il turismo può rappresentare un’importante opportunità per invertire il trend negativo del declino sociale ed economico e dello spopolamento evidente in molte zone rurali. Tale settore può contribuire ad uno sviluppo socioeconomico duraturo e sostenibile dei territori rurali. In tale ottica l’offerta turistica deve essere principalmente orientata alla promozione e valorizzazione delle risorse ambientali, architettoniche, storico-culturali e produttive delle aree rurali attraverso l’armonizzazione e l’integrazione con altri programmi di sviluppo locale perseguendo obiettivi comuni di sviluppo individuati su scala territoriale.
In sintesi, la misura fornisce un sostegno ai beneficiari appresso individuati con l’obiettivo di:
1. accrescere l’attrattività delle aree rurali;
2. valorizzare le risorse naturali, architettoniche e culturali delle aree rurali rendendole attrattori turistici;
3. innescare processi di sviluppo sostenibile integrato;
4. promuovere la conoscenza dei prodotti di qualità del territorio;
5. promuovere l’offerta turistica del territorio a livello nazionale e internazionale;
6. realizzare infrastrutture informative a supporto della promozione e della valorizzazione del territorio;
7. incoraggiare l’adozione e la diffusione delle Tecnologie di Informazione e Comunicazione (TIC) per la promozione e il marketing territoriale.


PSR 2007-2013 - Misura 323 - “Sviluppo, tutela e riqualificazione del patrimonio rurale”



PSR 2007-2013 - Misura 323 - “Sviluppo, tutela e riqualificazione del patrimonio rurale”


Presentazione della Misura



Con la presente misura s’intende proseguire nell’azione di miglioramento e valorizzazione delle aree rurali, da attuarsi attraverso la riqualificazione del patrimonio culturale in esse presente e dell’importante patrimonio naturale che lo caratterizza. Le aree rurali regionali, che pur se caratterizzate da una forte dipendenza economica e sociale dall’agricoltura, presentano punti di forza, che s’identificano nella consistente presenza di contesti locali “naturali”, nel saldo legame fra la popolazione ed il territorio circostante, nella presenza di attività artigianali tradizionali legate alla cultura del territorio, di cui la natura è parte fondamentale. In particolare, la misura si prefigge, attraverso l’educazione ambientale, rivolta a cittadini di ogni età, di ricostruire il senso d’identità delle popolazioni rurali, sviluppare il senso civico, diffondere la cultura della partecipazione e della cura del proprio ambiente. Si potranno realizzare interventi volti alla sensibilizzazione sui temi dello sviluppo sostenibile, dell’educazione ambientale, della tutela dell’ambiente e della migliore conoscenza del patrimonio naturale e culturale. Saranno possibili anche interventi volti alla valorizzazione dei siti Natura 2000 e di altri siti di grande pregio naturale, orientati alla conservazione degli elementi tipici del paesaggio e delle caratteristiche culturali, storico/architettoniche e costruttive di luoghi e manufatti presenti nel paesaggio rurale.