domenica 18 maggio 2014

Superstitio e religio nelle antiche vie di Atena Lucana


 "Le antiche religioni con i loro simboli sublimi e ridicoli, bonari e crudeli, 
non sono cadute dal cielo, ma sono nate in quest'anima umana, 
la stessa che vive ancora oggi in noi.
Tutte quelle cose, le loro forme primordiali, vivono in noi 
e possono in qualunque momento assalirci
con forza distruttiva, 

in forma cioè di suggestione di massa, contro la quale il singolo è inerme."

Carl Gustav Jung, "L'Io e l'inconscio",1928




Secondo antiche credenze, ogni soglia aveva i suoi custodi ed ogni attraversamento di queste, ogni penetrazione in uno spazio interno implicava, con lo stesso, un patto solenne1. Per questo motivo, in alcune occasioni e, senza rendercene conto, spesso ripetiamo antichi riti il cui significato ci è sconosciuto, rispettando insegnamenti conservati e tramandati dalla tradizione popolare. Ripetiamo gesti e formule così come sappiamo di dover fare e, spesso, senza avvertire minimamente l'importanza di quell'insegnamento che gli avi ci hanno tramandato, convinti del loro potere apotropaico e della protezione di cui i posteri avessero bisogno e che la ripetizione di quei gesti e di quelle parole, avrebbero garantito.
Le porte nelle mura domestiche, così come un tempo anche quelle nelle mura della città, consentono ora come allora l'accesso ad un luogo intimo e perciò bisognoso di protezione, tanto da dover essere affidato a divinità tutelari e per capire quanto ciò sia vero, guardiamo ad alcuni esempi del passato. Il sistema viario del mondo romano, come la sua urbanistica, muoveva dall'incrocio tra i due assi principali Cardo (con andamento Nord-Sud) e Decumano (con andamento Est-Ovest) e prevedeva perciò la presenza di 4 porte ubicate ai loro estremi. Com'è noto, il protettore delle porte nell'antica Roma era Giano, una divinità bifronte perché il suo compito era presiedere non solo alle partenze ma anche agli arrivi. Sebbene l'opinione di Servio sul numero ideale delle porte di una città fosse diversa, nella convinzione che queste dovessero essere tre, anche lui concordava sulla necessità di una loro protezione e raccomandava di dedicarle a Giove, Giunone e Minerva, divinità di origine estrusca.
Anche nel mondo greco vi erano divinità a protezione delle porte ed anche lì era una divinità con più facce. L'equivalente greco del dio Giano  si chiamava Hermes e, a differenza di Hestia che nella mitologia greca simbolizzava il focolare e quindi il centro del luogo circoscritto della casa2, questi rappresenta tutto ciò che non è chiuso e stabile e perciò: il movimento, il passaggio, la transizione. Proprio per questo suo compito di presiedere al mutamento di stato, al contatto tra elementi estranei, al passare, era sotto la sua protezione anche la porta, che era il tramite del passaggio dall'esterno all'interno. Del resto, egli stesso ladro a cui nessuna serratura poteva resistere, chi meglio di lui avrebbe potuto assolvere il compito di fermare gli altri ladri?
La presenza sulle porte, di maschere raffiguranti gli dei serviva quindi a rendere simbolicamente presente un'essenza divina o demoniaca a loro protezione e testimonianze di divinità a guardia delle soglie sono perciò presenti in tutte le civiltà del mondo. L'immagine antropomorfa posta a tutela di un varco più antica di cui si ha conoscenza, risale a dodicimila anni prima della nascita di Cristo (paleolitico) ed è stata rinvenuta in Francia, incisa su di una pietra all'entrata di una grotta. Questa incisione è dunque la prima di una grande produzione di immagini poste a protezione di porte di città3 o di abitazioni, punti più facilmente vulnerabili, potenziali passaggi tra l'interno e l'esterno. A seconda delle epoche e dei luoghi, queste immagini rappresentavano antenati, divinità o esseri mostruosi e fantastici il cui compito era impedire l'accesso attraverso le necessarie brecce nella “recinzione” eretta intorno alla propria intimità,  come le porte, le finestre o anche i buchi realizzati sul tetto (magari di semplice paglia) per permettere al fumo del focolare di fuoriuscire.

Porta dell'Arco a Volterra

Ma oltrepassare una porta è anche un atto dall'alto valore simbolico, perché l'azione che si compie non implica soltanto una semplice mutazione degli spazi occupati fisicamente con il proprio corpo, ma presuppone un mutamento di stato, l'attraversamento di un confine anche ideale e che perciò simbolizza una crescita (nel senso di acquisizione di nuove conoscenze), se non addirittura una rinascita. Ovvi perciò i motivi della grande importanza data, fin dagli albori del tempo, al mezzo per il passaggio da uno spazio esterno, estraneo e perciò ostile e potenzialmente pericoloso, ad uno interno, familiare, protetto e quindi più sicuro. La porta, con il suo essere aperta o chiusa è, nel contempo, tramite o confine, consentendo o vietando l'accesso allo spazio cui da adito, concedendo o negando il passaggio attraverso essa. A seconda del suo stato, sinonimo di libertà o costrizione e di ogni cambiamento di stato connaturato ad ogni passaggio-attraversamento, di cui Hermes e Giano erano custodi.
Tornando alle maschere apotropaiche poste a tutela delle porte, ancora oggi è controversa l'origine della nascita della tradizione dell loro uso nel territorio italico. Secondo alcuni studiosi l'origine è celtica poiché, come riportato da Strabone e Diodoro Siculo, per queste popolazioni la testa rappresentava la sede delle maggiori virtù dell'uomo e per questo vi era l'usanza, presso i guerrieri gallici, di abbellire le proprie case con le teste dei nemici uccisi. Secondo pochi altri, invece, l'usanza potrebbe invece risalire alla civiltà etrusca e romana, data la grande importanza delle maschere presso queste civiltà, ereditata in occasione dei contatti con la civiltà greca. Interessante rimarcare l'importanza presso i greci della maschera del sileno, frequente simbolo di morte. Si potrebbe perciò pensare alle maschere come figure alludenti a spiriti tutelari della casa, quali i penati o i lari domestici e perciò, se mi si consente il parallelo un po' forte, antesignane delle foto dei cari defunti che è ancora possibile rinvenire, in molti paesi del sud Italia, appese alle pareti delle camere da letto, credo anche con funzione protettiva dei familiari vivi e nel momento in cui sono più indifesi, cioè durante il sonno4.
L'ipotesi però più accreditata sembra però essere quella di un'origine germanica, collegata alla tradizione dei goti e dei longobardi di esporre le teste mozzate dei nemici uccisi, fuori dalle proprie dimore, così da potersi impossessare del loro valore. Presso i longobardi, vi era l'uso di trasformare il cranio dei nemici uccisi in coppe in cui bere, forse in base ad un rituale sacro. Allo stesso tempo, la funzione delle teste mozzate era apotropaica contro gli spiriti maligni e le negatività in genere5.
Ma, come recita la frase di Joung precedentemente riportata: “Le antiche religioni con i loro simboli sublimi e ridicoli, bonari e crudeli, non sono cadute dal cielo ma sono nate in quest'anima umana, la stessa che vive ancora oggi in noi." Pertanto la funzione apotropaica di certi oggetti non può essere compresa appieno senza i necessari ed opportuni riferimenti alle antiche credenze relative al maleficio, che persistettero per tutta l'epoca medievale e che, in alcune culture si sono tramandate, sebbene mutate, fino ai giorni nostri. Agli occhi dell'uomo contemporaneo, che ha acquisito nel corso dei secoli notevoli conoscenze, facendo importanti scoperte nel campo scientifico, dall'astronomia, alla fisica, alla medicina e che in virtù di queste può vivere una vita confortata da un buon numero di certezze, credere al maleficio, all'occhiatura, alle maledizioni, ai cattivi presagi, agli uccelli del malaugurio, può apparire ridicolo. Ancora più risibili, i metodi escogitati per scongiurare questi pericoli: maschere apotropaiche, amuleti, formule e gesti di scongiuro che vengono tramandati per proteggere i propri figli e che diventano così tradizione che si tramanda di generazione in generazione. Inconsapevolmente però, insieme alla cura, i nostri avi ci hanno tramandato anche il timore per i mali che queste avrebbero dovuto curare. E così, ad una più attenta riflessione, il “mille e non più mille” non è molto lontano dal timore che noi stessi (se non tutti, molti di noi), seppure forti delle nostre verità scientifiche, abbiamo avuto dell'anno duemila (e del millennium bug) o della profezia Maya che voleva la fine del mondo il 21/12/2012. Ora siamo qui a riderne e a cercare i segni di nuove profezie, però solo qualche mese fa, in tutto il mondo, c'era chi assaliva i supermercati per fare scorta di generi di prima necessità. Questo dovrebbe insegnarci che per capire determinate dinamiche e le credenze che le hanno ispirate, bisogna necessariamente calarsi, seppur sommariamente, nel contesto storico di un'era in cui non vi era alcuna certezza, a partire dall'assenza di stabilità politica ma vi era invece il continuo timore per la propria incolumità personale e di quella dei propri cari, non solo per le frequenti guerre, più o meno locali, ma anche per le innumerevoli razzie, le facili epidemie, le continue carestie ed ogni sorta di altra sciagura. In un tale contesto di persistente e forte paura dell'ignoto, era quindi naturale per l'uomo del Medioevo, impotente di fronte ad una grande quantità di pericoli di un mondo in continuo mutamento, le cui cause non conosce e comprende, attribuire queste ultime all'operato di entità maligne. Da qui la ricerca di metodi con cui l'essere umano può combattere forze avverse di origine sovrannaturale, quali appunto la preghiera o l'uso di specifici oggetti cui si attribuivano poteri magici. Tra questi la croce o i grani di rosario in corallo, per i cristiani, la custodia del testo biblico, per gli ebrei, le maschere o le parti del corpo di determinati animali (denti di lupo, zampe di coniglio, ecc.) o anche monili con determinate forme ed in particolari materiali (corna di bovini, ferri di cavallo, ecc.), per i pagani6.
Alla fine, quello che emerge come termine comune è che, in tutte le civiltà, la funzione simbolica di alcuni gesti o di determinati oggetti è sempre stata tenuta in grande considerazione. Una società senza simboli è perciò inimmaginabile, proprio perché, venendo a mancare la funzione simbolica, finirebbe per venire a mancare anche il mezzo che da sempre permette la relazione tra l’umano ed il sovrumano. E' attraverso il simbolo infatti, che si rafforzano i legami di appartenenza tra gli individui ed è sempre grazie a questi che è possibile la sopravvivenza della comunità secondo le modalità che la caratterizzano.
Quest'ultima considerazione ci riporta all'inizio dello scritto e ci rende più facile comprendere il perché ancora oggi, sebbene spesso se ne sia perduto il senso, alcuni simboli protettivi ci siano stati tramandati addirittura dal paleolitico, come nel caso delle citate maschere apotropaiche. I soggetti più spesso raffigurati, dovendosi combattere il terrore con il terrore (“similia cum similibus curentur”), sono figure antropomorfe o zoomorfe che avevano in comune appunto l'aspetto terrificante. Erano perciò spesso fiere o figure demoniache con le fauci spalancate e dalle lunghe corna oppure figure che in un gesto artistico di maggior pregio, denunciavano più schiettamente le loro origini classiche, come il frequente satiro (o sileno, con i quali i primi vengono assimilati) con la lingua di fuori, visibile ad esempio nel nostro comune a via Borgo, nella chiave di volta del palazzo della famiglia Mango. 
Il Sileno e i leoni di casa Mango in via Borgo



Richiami a temi classici che una volta erano ornamento delle antefisse dei templi greci e romani e che potrebbero testimoniare, al di là degli scritti di G. B. Curto e M. Lacava, la presenza nel nostro comune di una grande quantità di vestigia del passato, visibili. Insieme a satiri e gorgone, troviamo spesso anche il dio Eolo con le guance gonfie, nell'atto di allontanare con il suo potente soffio, le possibili minacce incombenti sulla casa.
Ma nella cultura contadina, dalla Valle d'Aosta alla Sicilia, senza risparmiare alcuna civiltà o epoca storica, anche ad altri simboli era riconosciuto potere apotropaico e tra questi vi erano le conchiglie (che simbolizzavano anche l'accoglienza, oltre ad essere simbolo legato alla Madonna), il lupo citato da Plinio7, il leone. Alcuni di questi esempi sono ancora visibile nelle chiavi di volta dei portali di vari palazzi del nostro Centro Storico, dentro e fuori le mura. Hanno, per me, funzione apotropaica i leoni scolpiti nei conci di pietra alla base del portale della citata residenza Mango. Sempre al Borgo, la testa in pietra con l'anello per legare le bestie da soma, murata nei pressi dell'ingresso alla mia abitazione, quello che nel tempo ho scoperto essere una seconda abitazione costruita dai Marino, di fronte alla prima, le cosiddette "case Mango", come riportate in G. B. Curto.  In occasione di alcuni lavori da me condotti nel 2015, ho scoperto che il volto quasi totalmente nascosto per almeno un secolo da successivi strati di intonaco posto in facciata, in realtà è parte di una stele funeraria, forse gravemente danneggiata, da cui è stato rimosso e poi murato nella facciata del "palazzo". Il rinvenimento è stato da me immediatamente segnalato all'allora Soprintendente ai Beni Archeologici Dott.ssa Anna Di Santo. che la fa risalire al I-II sec. d.C.
La testa scolpita murata nella facciata di Palazzo Marino

Sempre presenti sulla facciata principale di Palazzo Marino, ad ornamento dei davanzali delle finestre del primo piano, quelle che erano state scambiate da qualche autore per "teste di cherubini o di putti". Avendo avuto modo di osservarle meglio nel dettaglio, sempre in seguito ai suddetti lavori di pulizia in facciata, oggi sono convinto che la loro vera identità sia quella di giovani novizi. Molto più leggibili ora i dettagli che permettono di riconoscere i collari sotto una tonaca del tipo in uso anche a fine Settecento. Il fabbricato infatti risale al 1781, epoca in cui lo fece costruire l'Abate Severiano Marino. Anche questo dettaglio riguardo il committente, rafforza la mia convinzione e mi porta ad escludere, di conseguenza, la loro funzione apotropaica13

Il reperto in facciata del secondo Palazzo Marino, riportato da me alla luce nel 2015, dopo oltre 100 anni di oblio della sua vera forma

Esempi di maschere e figure con potere apotropaico sono invece ancora rinvenibili nelle chiavi di volta di alcuni palazzi in Via San Nicola e Via Santa Maria, quindi all'interno della cinta muraria medievale e che rappresentano conchiglie, volti di Eolo e code di pavone. 

Coda di pavone


Una rosa contenuta all'interno di una conchiglia, orna la chiave di volta di un portale del centro storico dentro le mura.
Entrambi i simboli sono sacri alla Madonna.
Tra i significati della conchiglia: salvezza e nuova vita, purificazione dopo il peccato ed  il pentimento



Conchiglia nella chiave di volta di un altro portale del centro storico dentro le mura

Conchiglia (ed Eolo soffiante?) nella chiave di volta di un palazzo diruto, all'interno delle mura medievali

Oltre a questi esempi più “aulici”, anche altri simboli apotropaici sono comuni nella nostra tradizione, come le corna di bovini o ferri di cavallo o anche scope, appese all'uscio. Chiaramente questi oggetti, un po' perché disconosciuti dalle nuove generazioni, un po' perché per loro stessa natura sono più facilmente deteriorabili e rimovibili, non godono della stessa longevità dei simboli in pietra e quindi tendono a scomparire con più facilità, tanto che non ne ho potuti censire.
Ma la maschera più antica ancora conservata nel centro storico di Atena Lucana ritengo sia quella ancora visibile nella facciata principale della Chiesa di San Nicola e che rappresenta un unicum che, per la sua stessa natura, esige una trattazione a parte. Innanzitutto non è apposta alla facciata di un'abitazione ma, unico caso di mia conoscenza nel nostro territorio, in quella di un edificio sacro, la Chiesa di San Nicola, appunto. Non avendo rinvenuto notizie, né di una sua totale rovina in occasione dei disastrosi terremoti del passato, né di una conseguente integrale ricostruzione in epoche relativamente più recenti8, si potrebbe anche ipotizzare, sebbene poco probabile, che l'inserimento della maschera nella sua muratura sia coevo all'edificazione dell'edificio stesso e che perciò risalga al periodo tra la fine del IX e l'inizio del X secolo. 

La "marcolfa" di Atena Lucana murata nella facciata della Chiesa di San Nicola 

E' un manufatto di calcare scolpito in bassorilievo, rappresentante un volto probabilmente maschile, privo di orecchie, con le orbite degli occhi ovali e senza pupille. La bocca aperta, ma non spalancata, è anch'essa ovale, mentre il naso, largo e schiacciato, continua nelle arcate sopraccigliari. L'opera, che non mi sentirei di definire rozza nell'esecuzione, per le sue fattezze mi ha riportato alla mente le cosiddette “marcorlfe”, molto comuni nel territorio altorenano tra Toscana ed Emilia9. Proprio in Toscana, nel comune di Sieci, agli inizi degli anni '90, mi è capitato di vederle per la prima volta. Sarebbe interessante condurre una ricerca anche negli altri comuni del Vallo di Diano, alla ricerca di ulteriori esemplari di queste o altre maschere apotropaiche.

Una testa leonina murata su quello che doveva essere l'originario ingresso di questa antica casa di Sieci (Fi)

Una considerazione personale: mentre le maschere di pietra degli edifici romanici dovevano svolgere una funzione principalmente apotropaica, non sono sicuro si possa dire lo stesso delle maschere litiche che ho rinvenuto apposte sui muri esterni delle nostre case o nelle chiavi di volta dei portali. Per la loro ubicazione, limitata alle case di nobili o notabili databili tra la metà del Settecento e la fine dell'Ottocento, quindi in pieno periodo neoclassico, sono infatti convinto che siano una consapevole citazione di un segno della classicità e che pertanto la loro funzione sia più ornamentale che protettiva, anche se nel nostro contesto culturale non si può certo negare la presenza di una diffusa superstizione. La loro ubicazione, come dicevo, non è però oggi rinvenibile nell'edilizia minore, come magari sarebbe logico aspettarsi in una società contadina, magari poste anche a protezione di stalle o granai, anche se ho un lontano ricordo della presenza, presso alcune masserie, di ferri di cavallo appesi vicino alla porta d'ingresso. Ritengo inoltre che queste maschere, simboli di una cultura antica e pagana una volta fortemente radicati nella cultura contadina siano state, presso di questa, progressivamente sostituite nelle loro funzione protettiva della casa (anche se non del tutto), da simboli vicini alla religione, più che alla superstizione. Questo mia convinzione credo giustifichi ampiamente anche la loro assenza nell'edilizia minore contemporanea e la presenza nell'edilizia minore atinate sette-ottocentesca, delle edicole sacre o “verginine”, così come sono conosciute in alcune parti d'Italia, essendo appunto quella della Vergine (insieme a quella del crocefisso) l'immagine al loro interno più frequente. Nulla invece mi è possibile dire con certezza sulla loro precedente presenza in quanto i forti eventi sismici, che interessano la zona ciclicamente, hanno cancellato ogni traccia di un'edilizia minore più antica.

Già in epoca romana, le edicole (aedicula: diminutivo di aedes = tempio) erano erette in onore e memoria di lari e penati, affinché proteggessero le mura domestiche. Nel Medioevo si diffuse poi l'usanza di erigerle nelle chiese e, a partire dal Rinascimento, le troviamo anche sulle facciate o agli angoli delle case. Quelle che sono sopravvissute nel nostro territorio, per le cause appena descritte, si possono far risalire ad epoche relativamente recenti ed hanno tutte in comune il carattere prevalentemente devozionale. Non ho mai rinvenuto invece, né ho raccolto memoria dagli anziani, di edicole poste agli incroci o lungo strade e sentieri, che sono invece presenti in altre aree del territorio italiano10.

La verginina presso l'edificio dell'ex monta taurina a Sieci (Fi)

L'urbanesimo ha dunque contestualizzato diversamente questi antichi segni della protezione, spostandoli dalle campagne alle in città, dagli incroci dei sentieri ai vicoli e alle facciate delle case, creando una nuova tradizione non più ai margini dell'abitato ma al suo interno. La protezione richiesta non è più quella del viandante per il suo viaggio ma per il focolare domestico e la propria famiglia, magari insieme alla stalla sottostante, piuttosto che per l'attività artigianale. Cambia il luogo da proteggere e di conseguenza muta il segno, che si adegua al nuovo contesto ed alla nuova realtà.



Una verginina sulla facciata di una casa all'interno del centro storico dentro le mura


Altra edicola votiva del centro storico dentro le mura. L'immagine in essa contenuta è ormai fortemente danneggiata



Ancora un'edicola votiva (vuota) del centro storico dentro le mura

 Simboli di protezione e di fede per i quali oggi, come già detto, mi è difficile, se non impossibile, risalire alla precisa data della loro realizzazione ma per le quali si può logicamente supporre che, essendo ricavate in una muratura in pietra, è più probabile che siano state costruite in contemporanea alla stessa, che ricavate in essa in una fase successiva. La loro presenza in tutti gli elementi della schiera su Via Di Santi, nel tratto alle spalle del campo di calcetto, mi induce a credere che ad un certo punto della storia di Atena, la loro costruzione fosse di uso comune o forse anche una vera e propria tradizione legata al culto mariano e magari nata in conseguenza di un evento particolarmente disastroso e luttuoso, quale quello sismico del 1857. Ma siamo soltanto nel campo delle ipotesi.  


Le nicchia votiva (vuota) di una casa a schiera di via G. Di Santi


Le nicchie votive (vuote) di altre case a schiera di via G. Di Santi


Nicchia votiva di una casa a schiera di via Borgo

Un'edicola votiva (verginina) in un rudere di casa colonica in località San Vito

Particolare  della verginina del rudere in località San Vito.
Ancora riconoscibile il manto azzurro di una figura femminile che, con molta probabilità, rappresentava la Madonna.


Verginina nella frazione di Atena Scalo

Una variante più ricca sotto tutti i punti di vista, è l'immagine sacra impressa su pannelli ceramici, composti da piastrelle di forma regolare, generalmente con dimensioni varianti tra i 10 e i 20 centimetri di lato. Questa usanza, più recente e presente con alcuni esempi anche ad Atena Lucana, si è invece diffusa tra l'ottocento ed il primo trentennio del novecento.
Esempi di edicole votive affrescate sulle facciate o formate da piastrelle di ceramica, sopravvivono ancora ad Atena Lucana. 


Edicola votiva, in piastrelle dio ceramica, dedicata  a S. Antonio di Padova
(casa del centro storico dentro le mura medievali)


Dettaglio dell'edicola votiva dedicata a S. Antonio di Padova

Come appare evidente dalle foto, le edicole votive atinati sono quasi tutte ormai desolatamente vuote, forse perché considerate con troppa facilità espressioni artistiche di fede religiosa di scarso valore artistico e simbolico ma, mio giudizio (e non solo mio, fortunatamente), importanti segni di una cultura religiosa popolare che, come abbiamo visto, affonda le proprie radici in epoche lontanissime e che, sopravvissuta per secoli ad avversità di ogni tipo (intemperie, guerre, terremoti), rischia di andare completamente ed irrimediabilmente perduta nel giro di pochi anni, vittima dell'incuria e del disinteresse.
Chi le guarda più sulle facciate delle case più antiche di Via Borgo e del centro storico? Chi ha notato la loro numerosa presenza (desolatamente vuota) nella citata schiera di Via Di Santi? Forse le immagini sacre di alcune nicchie votive che appaiono vuote, in realtà sono state nascoste da uno strato di vernice applicato alla facciata e che le ha forse irrimediabilmente cancellate e di sicuro condannate all'oblio. A queste si uniscono poi, quelle perdute perché affrescate in nicchie più esposte alle ingiurie del tempo e quelle vuote perché contenenti oggetti sacri rimovibili (come quella in via Borgo che per fortuna ancora esiste).

Confrontando i dati di questo breve studio, a mio parere, un'importante verità e cioè la convivenza secolare di segni appartenenti al mondo del sacro e del profano. Convivenza nell'animo umano, credo, prima ancora che nell'architettura e che solo in alcuni casi diventa graduale e naturale sostituzione.
In ogni caso, le verginine, come le maschere apotropaiche, restano espressione di un'arte popolare semplice, talvolta anche rozza, ma proprio per questo sempre vera, mai dettata da esigenze puramente decorative e perciò non costretta a da uno stile ma libera di conservarsi e perpetuarsi come espressione sincera di un linguaggio appartenente ad una determinata cultura.

Sebbene siano sempre più numerose le Amministrazioni comunali che finanziano progetti per la loro catalogazione e recupero, alle quali mi auguro si unisca anche quella di Atena Lucana, il rinnovato interesse per queste testimonianze della devozione popolare è piuttosto recente e la loro importanza non è recepita da tutti i cittadini.
Un'ultima considerazione sulla convivenza nello stesso contesto, di simboli (maschere apotropaiche sui portali degli ingressi delle abitazioni) ed immagini sacre (nelle nicchie votive), per me prova della pacifica convivenza di simboli pagani e cristiani, di credenze popolari e dettami religiosi e al contempo stridente contraddizione,  “naturale” in una civiltà così complessa e ricca come quella dell'Italia meridionale, in cui quasi duemila anni di cristianesimo non sono stati sufficienti a cancellare le tracce di più antiche credenze pagane.
Ancora oggi alcuni mal di testa si ritiene non siano causati da problemi fisici ma da "occhiature" e pertanto non si possono debellare con i semplici medicinali ma devono essere combattuti e possono essere sconfitti soltanto ricorrendo ai riti trasmessi dagli anziani (per lo più tra donne, anche se determinate pratiche non sono ad esclusivo appannaggio di queste), di generazione in generazione, esclusivamente per via orale, in un alone di mistero e seguendo rigide regole di un insegnamento antico11. La religio non riesce a sostituire la più vecchia e meglio radicata superstitio ed allora, nella cultura popolare priva di quella rigidità che è propria della speculazione filosofica, le diverse credenze trovano un naturale equilibrio non solo per la loro sopravvivenza ma anche per la loro convivenza, dando vita a rituali in cui le formule, miste a preghiere, pronunciate rigorosamente “senza voce”, accompagnano gesti altrettanto misteriosi, custoditi dalla tradizione e tramandati da questa per allontanare l'influenza del maligno, nei secoli dei secoli.

Chiudo con alcune brevi considerazioni attinenti il lavoro di ricerca svolto:
Altri simboli sacri dell'antichità sono ancora visibili, disseminati per le antiche vie di Atena, mentre altri, temo, siano andati perduti, trafugati nel disinteresse generale, o occultati in seguito a lavori di ristrutturazione di case e strade. Alcuni di questi sono stati fortuitamente rinvenuti durante lavori effettuati sulla cappella di S. Giuseppe in Via Borgo, un'antica costruzione che in origine pare fosse dedicata a Santa Caterina D'alessandria. In tale occasione si rinvenne un affresco che si ritiene medievale, raffigurante una figura femminile con un bambino in braccio. Nella parte di muratura a destra dell'affresco, sempre sotto l'intonaco, fu poi rinvenuto un lapideo con incisioni raffiguranti un giglio al centro di due rose a 5 petali. A mio parere, quella riportata alla luce è solo una parte di un bassorilievo che raffigura un un sacerdote. Nelle immagini a confronto ho cercato di evidenziare le lavorazioni che ritengo siano pieghe dell'abito ad altezza del petto, al cui centro vi è il giglio tra le due rose. Più in alto, spalle e attaccatura del collo del sacerdote. 

Reperto nella facciata della cappella di San Giuseppe a via Borgo

Ancora un giglio è presente tra le rose in un altro antico reperto, da anni usato come parte di una fioriera presso una casa del centro storico sul secondo anello viario, proprio alle spalle della chiesa di Santa Maria. Sul reperto sono riconoscibili, oltre ad un giglio incompleto, due rose ad 8 petali, una delle quali purtroppo spezzata circa a metà ed un altro fiore, anch'esso spezzato a metà e quindi non perfettamente riconoscibile, ma che credo riproduca una rosa celtica. Nell'immagine che segue ho riportato una mia ricostruzione, anche se la restituzione delle parti mancanti difetta un po' nella scala. 

Il reperto archeologico-fioriera, in una via del centro storico 


Alcune notizie importanti sulle immagini raffigurate nei 2 reperti segnalati: la rosa, di cui il rosone delle cattedrali è una rappresentazione stilizzata, era in origine un fiore sacro a Iside, che divenne in seguito sacro anche a Cibele ed infine alla Madonna. A seconda del numero dei petali assume vari significati, divenendo uno dei simboli più religiosi più complessi. Nel nostro caso specifico:
  • la rosa a 5 petali, rinvenuta sui reperti in Via Borgo, rappresenta l’elevazione spirituale dell’uomo, l’evoluzione, la transizione dallo stato profano allo stato sacro. Anche la divinità greca e latina Ecate, dea dalla natura bisessuata e che pertanto veniva definita la fonte della vita con potere vitale su tutti gli elementi, era talvolta rappresentata coronata di Rose a cinque petali, numero che indicava la fine di un ciclo (4) e l'inizio del nuovo (4+1). Simbolo anche della riservatezza, una Rosa stilizzata a cinque petali fu spesso utilizzata per ornare i confessionali con la scritta "sub rosa", per volere di papa Adriano VI, che la fece scolpire sui confessionali come simbolo del sacro vincolo della segretezza che ogni sacerdote deve mantenere nei riguardi dei penitenti che si rivolgono a lui nella confessione, e la locuzione latina “sub rosa” aveva appunto il significato di una cosa rivelata in assoluta segretezza e confidenza.
  • la rosa ad 8 petali rinvenuta sul reperto archeologico nel centro storico invece, era simbolo di rigenerazione e per questo veniva portata sulle tombe degli avi e offerta ai defunti. Anche questo è un simbolo dalle antiche origini e dal complesso significato, molto utilizzato nel medioevo e pertanto invito, chi fosse interessato ad approfondire, ad una ricerca specifica.
  • la rosa a 6 petali o fiore della vita, invece, è conosciuta con una grande quantità di nomi: rosa dei pastori, rosa carolingiarosa celtica, stella fiore, stella rosetta, fiore a sei petali, fiore delle Alpi. Appartenente all'iconografia longobarda, ha avuto una grande diffusione nel medioevo quando fu spesso utilizzata nelle architetture civili e religiose.
  • infine: il giglio, nell'iconografia cristiana è uno dei simboli associati alla Madonna e quindi, più in generale, alla castità e alla purezza.

La cappella di San Giuseppe in via Borgo

Mi chiedo se la presenza del bambino in braccio ad una figura femminile (incompleta, purtroppo) ed i chiari simboli sopravvissuti, non vogliano indicare questo antico edificio sacro come luogo di culto sacro alla Madonna, almeno per un parte del suo passato. 
Altra ipotesi plausibile è che, quanto rinvenuto sotto l'intonaco della facciata, sia stato trasportato da una sede diversa e che facesse parte in origine di un tempio dedicato a Cibele, visto il legame tra la rosa ed il culto di questa divinità pagana. Se così fosse, questo proverrebbe dal tempio che, secondo un'epigrafe rinvenuta nei pressi, occupava in origine il sito su cui ora sorge il Santuario di San Ciro, nella parte alta del centro storico dentro le mura medievali. Ipotesi plausibile appunto ma non di più, per via della notevole distanza tra i siti dei due edifici sacri, che renderebbe un po' improbabile, vista la quantità di materiale reperibili nella stessa area di via Borgo e di piazza V. Emanuele, la necessità di traslazioni da siti molto più lontani, di materiale lapideo utile per l'edificazione di nuove fabbriche. 
Una cosa è certa e lo ripeto da anni ai miei concittadini: un interesse per l'archeologia che andasse oltre il "collezionismo" individuale di opere d'arte del passato, storicamente si fa risalire a J. J. Winckelmann, che viene perciò considerato il padre dell'archeologia moderna. I primi scavi sistemati invece, si sono avuti soltanto a partire dal 1748, riguardavano Pompei ed Ercolano e furono promossi dal Regno delle Due Sicilie. Fatte le debite proporzioni tra i diversi contesti ed il conseguente diverso interesse per l'archeologia, ad Atena Lucana pressoché inesistente per molti anni ancora (così come lamentato dal Troyli)12, dobbiamo accettare il fatto che, per secoli, i ruderi delle civiltà più antiche siano stati considerati dagli abitanti del posto come vere e proprie cave a cielo aperto dalle quali prendere tutto quanto potesse essere ancora utilizzato per la realizzazione di nuove fabbriche.



NOTE:

1Interessanti a questo proposito gli studi condotti da Mircea Eliade sul simbolismo arcaico e sui rituali che si svolgono sulla soglia delle abitazioni.
2) I greci usavano infatti 2 termini per indicare il centro: ombelico=omphalos e focolare=hestia
3Tre grandi teste in arenaria, di epoca etrusca, sebbene molto deteriorate dal tempo, sono ancora a guardia della Porta all'Arco, nella cinta muraria di Volterra, dove le ho fotografate in occasione di un mio viaggio nell'aprile del 2009
4Del resto in alcune civiltà primitive vi era l'uso di conservare il teschio dei propri cari all'interno della propria abitazione, così come documentato da J. G. Frazer.
5Usanza macabra testimoniata nell'Historia Longobardorum di Paolo Diacono, nell'episodio in cui Alboino costringe la sposa Rosmunda a bere del vino nel teschio del padre Cunimondo, ucciso in duello.
6Un materiale a cui ancora oggi si attribuiscono poteri apotropaici è ad es. il corallo, con cui ancora oggi a Napoli si confezionano corni e manine scongiuranti, forse ignorando che l'origine di tale usanza è da far risalire addirittura ai caldei. Un monile altrettanto potente è il ferro di cavallo, forse per il suo richiamo alle corna.
7 La conchiglia, come la rosa, era simbolo legato alla Madonna. Celebre la rappresentazione nella Pala di Montefeltro di Piero Della Francesca, in cui la Madonna, come la conchiglia, protegge la perla/Gesù bambino, dormiente sulle sue ginocchia. Il simbolo, anche nel contesto atinate, verrà riproposto come elemento decorativo in ambito architettonico. Talvolta il lupo era sostituito dal cane, altro animale ctonio per eccellenza presente come accompagnatore del defunto, nel regno dei morti, anche presso le antiche civiltà del sud America. In alcune antiche sepolture sono stati rinvenuti infatti scheletri di cani ai piedi dei defunti.

8) In recenti approfondimenti degli studi ho rinvenuto, in merito alla questione delle originarie fattezze dell'edificio sacro e delle sue vicissitudini nel corso dei secoli, purtroppo soltanto un vago accenno a pag. 36 del testo di G. B. Curto "Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX". In esso si legge: "[...] vicoletto detto delle Profiche, proprio sopra la diruta Chiesa di S. Nicola, all'uscita che mena al palazzo municipale". Nonostante il riferimento vago e che non specifica l'entità del danno, si potrebbe dedurre, sulla scorta della scelta dell'aggettivo "diruta", cioè diroccata,  crollata, che alla data della pubblicazione del libro, il 1901, la suddetta chiesa presentasse danni di una certa importanza e che gli stessi avrebbero potuto plausibilmente interessare anche il suo prospetto anteriore. Conseguentemente, l'inserimento della maschera nell'apparecchio murario potrebbe essere, ipotesi che ritengo molto più plausibile, risalente ai lavori di ristrutturazione del fabbricato. 

9L'etimologia del termine si ritiene risalga al germanico Markulf, composto da Mark = confine e Wolf = lupo e quindi, letteralmente: lupo a guardia del confine. E questo ci riporta a quanto già detto a proposito del lupo e del cane. A questo proposito rimando a questo interessantissimo lavoro di Andrea Signorini: MASCHERE E VOLTI - CATALOGO PARZIALE DELLE MASCHERE LITICHE DELL’ALTO RENO. Anno 2009 – 2010 Aggiornamenti settembre 2011, gennaio e maggio 2012 .
10Una la fotografai, sempre agli inizi degli anni 90 e sempre a Sieci, dietro il campo sportivo e più precisamente all'incrocio nei pressi dell'edificio dell'ex monta taurina. Purtroppo non mi è stato possibile ritrovare la mia foto e quindi allego l'immagine reperita attraverso Google.

11L'insegnamento può essere tramandato soltanto alla mezzanotte di Natale ed in segreto, cioè in assenza di testimoni e quindi persone diverse dall'apprendista. L'esecuzione, che comincia in genere con 3 segni di croce, presenta delle differenze, probabilmente dovute al diverso contesto culturale da cui è partito l'insegnamento che si sta tramandando. E' logico supporre che diversi ambiti geografici abbiano diverse credenza ed in base a queste, creato il rito. In alcuni casi, alle formule si alternano gesti come lo sputare oppure posizionare forbici aperte in angoli della casa o anche buttare l'acqua, con cui il colpito da malocchio si è lavato il viso, in 3 punti diversi del vicinato. Anche la verifica dell'esistenza dell'occhiatura è diversa. Alcuni mettono 3 gocce d'olio in un catino con dell'acqua e, se le gocce tendono ad allontanarsi allora il mal di testa è frutto del malocchio. Altra verifica alternativa è il continuo sbadigliare di chi pratica il rito, durante lo stesso. 

12) "E se non avessimo altro che la sola raccolta delle poco men, che innumerevoli iscrizioni che si leggean un tempo nei marmi, tra per l'incuria, il poco senno della gente ignorante rotti, e fracassati, e per la lunghezza del tempo corrosi forse molte cose sapremmo delle Atenesi antichitadi, che ignorate ci sono. Ma giacché nostro malgrado, ci siam imbattuti in tempi, in cui ci è di necessità camminar a tentoni...[...]"  Troyli - Istoria Generale del Reame di Napoli, Tomo 1°, parte 2°, (in Istoria di Atena Lucana" del Dottore Michele La Cava.


13 A distanza di qualche anno dalla prima stesura di questa ricerca ed in seguito di lavori di pulizia che ho fatto condurre sulla facciata della parte di fabbricato di mia proprietà, ho potuto meglio osservare alcuni dettagli degli elementi in facciata. Ho anche riportato alla luce, dopo oltre un secolo, la scultura utilizzata per legare le bestie da soma. Nessuno dei precedenti proprietari, ad esclusione ovviamente dei Marino committenti, lo aveva mai visto nella sua interezza. 
Ho ritenuto doveroso aggiornare e rettificare quanto precedentemente scritto. 


© Arch. Angelo Sangiovanni 
Vietata la riproduzione di testo ed immagini

martedì 25 febbraio 2014

Tra storia e memoria, una necessaria analisi a monte del recupero

Non si può pensare un'architettura senza pensare alla gente
Richard Rogers




Un antico percorso del centro storico di Atena Lucana
che ha miracolosamente conservato la pavimentazione originaria


I Centri Storici costituiscono un patrimonio architettonico, storico ed urbano che si fonde intimamente e indissolubilmente con i valori naturali e paesaggistici dei territori di appartenenza, in quanto risultato di un lungo processo evolutivo di organismi urbanistici dai caratteri cromatici, materici e costruttivi denuncianti una chiara unità d'intenti.”[...]La tradizione è […] stratificazione, persistenze e realtà durature che derivano da un complesso rapporto tra gli uomini e le cose, da relazioni che si sviluppano proprio grazie alla creazione di spazi su misura, allargati quando serve e quanto basta, mai dilatati artificiosamente fino a perderne pericolosamente il controllo. La tradizione nasce e si tramanda in luoghi che invogliano all'aggregazione e in cui facilmente s'intrecciano legami arcaici, nascono sentimenti, affetti, conoscenze e solidarietà, anche tra le diverse generazioni. Questo e tanto altro si dimenticò in quegli anni e oggi, più di allora ci fa avvertire la netta sensazione chequando arrivi lì, non c'è un lì, lì.
Questo scrivevo anni fa, rifacendomi ad un mio precedente studio risalente al 1984, per descrivere il senso del viaggio comune all'uomo ed al suo ambiente e le regole sottese, sebbene mai scritte, che fanno di ogni luogo un'identità specifica e che sono riferimento di valori presenti generati in quello specifico contesto da quella specifica comunità.
Il senso di appartenenza ad un luogo è fondamentale ed altrettanto importante è riconoscerne l’immagine, così da interpretarla ed essere in grado di contestualizzarla correttamente nel presente. Da una parte senza volerla necessariamente imbalsamare in forme del passato mai comprese e perciò solo scimmiottate, dall'altra: senza scadere in cialtronerie architettoniche, che cercano inutilmente una soluzione puramente formale scopiazzando su internet quelle di maggior effetto, incuranti del fatto che siano del tutto avulse dal nostro contesto. 
Pur consapevole di risultare ripetitivo nei miei scritti, non posso fare a meno di sottolineare, anche in questa sede, come la non corretta interpretazione di questa immagine abbia generato in passato soluzioni progettuali piuttosto discutibili, ben visibili sia nei nuovi insediamenti che hanno ampliato l'espansione sette-ottocentesca sulla Braida (dal longobardo "bra" che indicava orti, terreni fuori dalle mura e che è attraversata da via Borgo-Braida, due tratti di una stessa via, divenuti poi: via Umberto I e viale Kennedy) che risale agli anni '70 e che generò quella lungo via Braidella, figlia invece della contorta logica della "ricostruzione" post Sisma 80. Questi nuovi insediamenti, privi di una qualsiasi logica e programmazione, risultano ancora oggi a circa mezzo secolo dalla loro realizzazione, chiaramente avulsi dal contesto che li ospita poiché privi, ora come allora, di spazi collettivi organizzati come piazze, parcheggi, verde attrezzato, ecc. che siano luoghi valorizzati, facilmente individuabili e perfettamente integrati con l'abitato e che non conservino ancora quell'immagine di "rimasuglio" di spazio informe, inutilizzabile e quindi da abbandonare al progressivo degrado, camuffando da area destinata a verde urbano, un brandello di terra di cui nessuno, negli anni a venire, si prenderà mai cura. Nessuna comprensione del contesto e nessuna coerenza nemmeno negli interventi di sostituzione edilizia nel centro storico dentro le mura, ma un'alternanza disordinata tra i sopravvissuti modelli del nucleo storico  e gli inserimenti di quelli dell'edilizia moderna, che non rappresentano l'evoluzione dei nostri modelli, come si diceva prima. Sono, invece, intrusioni violente che disconoscono di fatto il valore testimoniale dell'insediamento originario e della importante rete di relazioni instauratasi nel corso dei secoli tra gli edifici e gli spazi di relazione privati (androne, scale, corte, cortile) e pubblici (strade, marciapiedi, piazze, sagrati).

In occasione di un mio precedente scritto su Atena Lucana, tracciai un breve excursus sulla storia della piazza rifacendomi alla sua definizione di
vuoto urbano inteso come pausa nella condensazione dell'abitato, di realtà che appartiene in modo indissolubile ai fronti degli edifici che essa stessa separa, identificandosi nel contempo come “fatto” architettonico e urbanistico. Tale definizione muoveva proprio dalla considerazione della particolare essenza di questi luoghi di aggregazione che hanno la capacità di travalicare il legame che esse stesse creano per divenire “fatto” antropologico e dalla constatazione di come, allo stato attuale, gli spazi aperti che si configurano a pieno titolo come piazza, sia nei nuovi insediamenti del nostro comune, sia nel centro storico fuori le mura, sono di fatto inesistenti. A quanto già detto in occasione del concorso d'idee sulla sistemazione dell'area del mercato coperto c'è ancora da aggiungere che anche gli spazi comuni dentro le mura, luoghi nodali che un tempo più di oggi hanno rappresentato poli di attrazione per la vita sociale e che per la particolare conformazione dell'insediamento si possono identificare soltanto con i sagrati delle chiese, (in altre realtà questi sono rappresentati anche da vere e proprie piazze o comunque da slarghi davanti gli antichi palazzi nobiliari o nei pressi di fontane), non hanno mai goduto di un vero interesse, né da parte dei cittadini, né dei loro rappresentanti, così che alla fine si sono di fatto ridotti alla rete dei tracciati viari che connettevano una volta le suddette aree.
Infatti, ad esclusione del sagrato del santuario di San Ciro (1), degli assi viari principali e dalla mal concepita area della Schifa, il resto delle aree libere sono rappresentati da spazi di risulta ai margini della viabilità o da aree disabitate da più di un secolo e colpevolmente abbandonate all'oblio e all'incuria, come le tracce sopravvissute dei terrapieni sotto le mura (nei pressi della torre a difesa della postierla, tramandatasi nella cultura popolare come "a purtella", sotto palazzo Bellomo, presso l'antica cisterna a Porta d'Aquila, l'area tra la "porta piccola" ormai scomparsa e quella alle spalle dell'abitazione dei Sabini-Del Sole, ubicata di fronte la Chiesa Madre di Santa Maria). La più grande è però quella ubicata sui lati nordest dell'antico castello, dove una volta era l'ingresso della guardia, poi murato dall'attuale proprietario per aprirne al lato uno enorme e palesemente fuori luogo. Infatti, come ho avuto modo di spiegare in varie occasioni, sono ancora riconoscibili le tracce dell'ingresso principale, che era a sudovest, dove è ubicata l'altra grande area verde, perché doveva aprirsi verso valle, in direzione della via che, risalendo la collina, si dirigeva verso le tre porte nelle mura. Anche questo però "è accademia".
Per queste aree, che fino ad un passato non troppo remoto individuavano un quartiere del nucleo medievale e che è individuato da vari toponimi sugli antichi documenti, sono stati tramandati talvolta come “dietro corte”, altre volte più genericamente come "i casalini", è giusto spendere alcune parole. 

i "casalini":
Il suddetto agglomerato di case, ormai ridotto a ruderi, visibile sui lati sudovest e nordest delle mura del castello, è stato oggetto di un primo studio sistematico soltanto un paio d'anni fa, quando con gli amici Francesco Magnanti, Michele Caporale e Antonio Pignata decidemmo di effettuare ricerche su Atena Lucana per risalire, tra storia e memoria, a verità inedite ed inconfutabili che, basandosi su aspetti storici, architettonici, antropologici, ecc. potessero far luce su luoghi ed episodi del nostro passato importanti ma dimenticati.
Il quartiere, si è tramandato nella memoria degli anziani anche con il nome de "i casalini", ritengo con chiara allusione alle ridotte dimensioni delle unità abitative che si sviluppavano su due piani, più eventuale seminterrato. I primi due piani delle unità abitative, avevano ingresso diretto sulla strada o tramite scala a profferlo (modello chiaramente ereditato dal medioevo). Dai pochi esempi sopravvissuti e visionabili si evince (per la presenza di un forno ad ogni piano) che queste si riducessero ad una sola stanza per piano, ampia circa 16 metri quadrati. 


I due livelli con forno, di un casalino. Visibile anche l'ingresso dalla strada, al primo livello.



L'ingresso esterno al primo livello, posto sul fronte nordest del fabbricato, visto dalla strada



L'ingresso al secondo livello, posto sul fronte sudovest del fabbricato, visto dalla strada



Questa la cellula base degli agglomerati che costituivano la cosiddetta edilizia minore e che, in questo specifico contesto, conserva fabbricati risalenti, almeno in parte, al 1700 ma che potrebbe aver occupato il sito originariamente occupato della Corte Bassa. Questa mia supposizione, per la quale non si è trovato ancora alcun documento che possa confermarla, giustificherebbe però il toponimo "dietro corte" (reggia, castello, residenza del re, del signore) con cui quell'area è ancora ricordata così come risulta dalle notizie reperite da Francesco Magnanti presso gli anziani che ancora vivono nell'area. Questo mi persuade che l'allusione del toponimo sia alla posizione del quartiere dietro quella che un tempo doveva essere la Corte Alta, cioè quell'area del castello medievale con il torrione principale, l’armeria, le scuderie ed, in alcuni casi: la cappella. La cosiddetta corte alta si distingue dalla già citata corte bassa poiché in quest'ultima trovavano invece posto le abitazioni dei contadini, i magazzini, le stalle ed i granai (2). Questa mia supposizione si fonda su un'ulteriore mia ipotesi dell'esistenza di una cerchia muraria di ridotte dimensioni, ormai perduta, che doveva essere a ridosso di quella del castello e che aveva un ingresso sull'antica via dell'Oliva, quindi nei pressi dell'ingresso principale del Castello. 
La datazione al 1700 di alcune unità abitative del nucleo, è stata possibile grazie ad uno degli edifici sopravvissuti (sebbene sempre come rudere) in quanto la data 1778 è stata rinvenuta sull'architrave del suo ingresso. Il suddetto quartiere, di cui si analizzarono il sistema aggregativo, la tecnica costruttiva, i materiali utilizzati, la distribuzione, oltre alla dimensione delle unità abitative, potrebbe essere stato in parte abbandonato anche in seguito ai danni inferti dal sisma del 1857. In parte e non del tutto in quanto la documentazione grafica in mio possesso, risalente agli inizi del secolo scorso, riporta a quella data come ruderi soltanto una parte degli edifici presenti. Una causa di abbandono che si può tranquillamente escludere è invece per cause direttamente legate alla Seconda Guerra Mondiale, in quanto è certo che il nucleo dentro le mura, almeno per la parte alta, non fu mai bombardato. Del resto, i segni visibili sono più quelli dell'abbandono volontario e non della distruzione per cause belliche, che avrebbero lasciato segni evidenti come, ad esempio, bruciature sui muri e, ancor più, sulla travi dei solai.


Un'importante lesione interessante la muratura esterna di uno dei casalini

Purtroppo i nostri studi, autofinanziati, non solo sui casalini ma sull'intero centro storico, si sono dovuti interrompere, sia per mancanza di tempo e di fondi, sia di concreto interesse di altri a portarli avanti. Resta il fatto inconfutabile che questa realtà è un suggestivo luogo della memoria, pezzo della nostra storia da sottrarre all'oblio e al degrado, non solo per il suo innegabile valore storico e culturale ma anche per il pericolo di crollo di alcune di queste abitazioniin più occasioni evidenziato e documentato dal sottoscritto. Come già detto, quest'area abbandonata posta ai piedi delle mura del castello a sudovest ed a nord est, oggi costituisce l'unica area verde di apprezzabili dimensioni rimasta nell'antico nucleo medievale intra moenia, non pubblica ma liberamente e pericolosamente fruibile da parte dei bambini o di turisti incauti.  Anche per questo è importante recuperarla, ma non nell'ottica di una insostenibile quanto inutile musealizzazione delle architetture del nostro passato. Per questo ho elaborato e sto lavorando da qualche tempo ad un'idea progetto in cui ho coinvolto anche l'amico Ing. Vincenzo Bufano, e che prevede il  recupero di quest'area come parco a ruderi. Tale idea, oltre a rendere finalmente sicuro un luogo che da sempre suscita l'interesse dei turisti, permetterebbe anche la bonifica dell'area, restituendole un decoro ed una dignità e scongiurando anche quello che tra poco diventerà l'inevitabile abbattimento di un quartiere storico che tanto ci dice sull'antico impianto di Atena.



La data 1778 incisa sull'architrave dell'ingresso di un "casalino"

Infatti, sempre a proposito del centro storico, nell'ormai lontano 2008 scrivevo: che un luogo è un bene e come tale deve essere utilizzato in quanto è la sua mancata fruizione a decretarne la morte, mentre è il suo utilizzo a garantirne la costante manutenzione e quindi la sua conservazione. Volevo intendere, in sintesi che la pura contemplazione non appartiene all'architettura e che solo l'utilizzo di un luogo (la sua utilità) ne garantisce la sopravvivenza.
Ogni giorno che passa quindi, diventa sempre più urgente muoversi in modo concreto a difesa di quanto sopravvissuto al tempo e all'opera dell'uomo, cominciando con l'attribuire a tutto questo, nel contesto abitativo contemporaneo, unitarietà di disegno e ritrovata dignità in una nuova funzione.
Per poter operare nel modo corretto però, è necessario che l'approccio al tema del centro storico di Atena Lucana parta da un serio studio da farsi a monte e che superi la frammentarietà degli interventi puntuali che fino ad oggi tanto danno hanno arrecato all'integrità del contesto, per muoversi invece a vantaggio di una programmazione consapevole tesa anche e soprattutto alla valorizzazione. 
Le nuove norme per la Zona omogenea A e B, stilate dal sottoscritto in fase di redazione del P.U.C. (quelle per le restanti zone si devono invece al citato Ing. Vincenzo Bufano), contengono per la prima volta proposte articolate di modelli per orientare gli interventi privati nel rispetto del patrimonio edilizio antico e che dettano le linee guida in attesa di un necessario Piano Colore che possa finalmente preservare l'identità di un bene tramandatoci in eredità dalle comunità passate ma che appartiene ora a quelle presenti ma anche alle future.

Sono sempre più convinto infatti, che in ogni contesto sia compito dell'Amministrazione comunale promuovere la qualità urbana e architettonica e di perseguire con convinzione ed incisività la valorizzazione dei centri storici, luoghi dove ancora si conservano importanti tracce dell'evoluzione dell'abitato. Ad Atena questa lettura, come ho avuto modo di dire in più occasioni, è ancora possibile, nonostante gli improvvidi interventi pubblici (la citata Schifa, ma ancor prima "Trinità dei monti", San Ciro e l'organizzazione dell'area libera dietro il museo e di tante altre all'interno del centro storico) e gli scempi privati (l'improbabile ricostruzione del castello dove si sta perpetrando la sistematica distruzione di ogni testimonianza storica sul suo reale aspetto. Altrettanto deleteri i tanti interventi decontestualizzati operati sull'edilizia minore e che fanno ampio uso di materiali, tecniche e scelte formali non certo consone al contesto. 
Un primo atto significativo di questo cambio di approccio dovrebbero essere proprio interventi pubblici utili e di qualità, esempi tangibili di indicazioni, suggerimenti e linee guida per gli interventi privati, sia nelle scelte progettuali, sia nel corretto uso dei materiali e delle finiture, in osservanza di quanto contenuto nelle citate NTA.


Le tracce di un rudere di casalino sotto l'improbabile ricostruzione delle merlature del castello


La particolare attenzione che oggi più che mai chiedo sia rivolta alla salvaguardia di questa realtà sempre più debole, soprattutto a causa della mancanza di reale affezione di buona parte dei suoi stessi cittadini, nasce dalla convinzione che l'identità di un territorio urbanizzato, costituita principalmente dal patrimonio culturale della comunità che lo abita e dalla sua memoria, elementi che lo hanno generato e trasformato nei secoli, debba essere necessariamente preservata. Gran parte degli esponenti delle nuove generazioni purtroppo non abitano più o non hanno mai abitato il centro storico e così i loro figli, ai quali non hanno potuto o saputo trasmettere l'immagine di quello che era la vita al suo interno, tra i suoi "spuortichi" e le sue "strettole"e l'amore (o anche solo l'interesse) per l'immenso patrimonio culturale che esso rappresenta. Un luogo però, è bene non dimenticarlo, è una realtà in divenire e pertanto non è da considerarsi tanto un valore la sua conservazione in sé (la cosiddetta musealizzazione), quanto la preservazione della sua memoria storica e della sua identità. Questi gli aspetti realmente utili per attivare un processo che può trasformare i luoghi dell'abbandono, non solo attraverso il turismo, in quelli di una possibile ricchezza.
Quello che voglio dire, ripetendo ancora una volta quanto contenuto nei miei precedenti scritti sul recupero del centro storico di Atena Lucana, è che la riqualificazione, la valorizzazione, il recupero dell’identità dei centri storici e dei nuclei di antica formazione, hanno un senso e una valenza solo se si integrano nella realtà culturale contemporanea e non con il loro parziale e utilizzo come location per occasionali convegni, sagre estive e folkloristiche rievocazioni pseudo storiche.
La valorizzazione dei centri storici e quindi anche quello di Atena Lucana, ha un senso soltanto se perseguita mediante una serie di operazioni che tendono a riconoscere a queste realtà non solo il loro ruolo originario di fulcro, ma anche di possibile risorsa per la comunità attuale. Il centro storico, a cui viene nuovamente riconosciuto il ruolo di “polo” dell’identità locale, luogo della storia e della memoria deve essere reso capace di entrare in relazione propositiva con il contesto contemporaneo e la sua continua metamorfosi. Deve cioè essere reso partecipe della modernità, di mantenere il passo con una trasformazione più repentina che in passato, spesso purtroppo dettata non da reali esigenze di vita ma da bisogni indotti e da mode effimere.

Il recupero dell'identità urbana che ripaghi dei costi della sua realizzazione deve avere lo scopo di favorire le opportunità di riuso dell'edilizia storica, attuando quelle
necessarie trasformazioni capaci di garantire una continuità coerente ed evitando invece quelle eccentriche, attuate ad esclusivo uso del turista. Quello che è veramente necessario è progettare il recupero e, insieme a questo, la sua integrazione con il contesto, facendo sempre attenzione a non stravolgere l’aspetto di armonia e di unitarietà nel risultato finale (le cui linee guida sono contenute proprio nelle caratteristiche storico-ambientali della sua architettura), ma anche predisponendo l'oggetto del recupero per l'uso di nuove tecnologie. Voglio dire che ogni nuovo progetto nel centro storico non deve solo contemplare le trasformazioni necessarie ma anche gestirle nel modo adeguato attraverso la verifica della sostenibilità di scelte che possano valorizzare l'intero contesto. Questo significa recuperare anche la cosiddetta edilizia minore (le case artigiane e contadine, come quelle dell'area dei casalini), al pari di quella di maggior pregio, (rappresentata dai palazzi dei notabili e dell'antica nobiltà locale), oltre che dalle architetture cosiddette specialistiche.
Se si vuole veramente preservare il patrimonio edilizio del passato quale simbolo tangibile della nostra cultura, in questi tempi in cui il suo anacronismo tecnologico sconsiglia fortemente qualsiasi ulteriore investimento finalizzato al suo recupero e ancor meno alla sua tutela, bisogna quindi avere necessariamente una visione più ampia del problema e cominciare finalmente a pensare al contesto come un luogo in cui devono poter interagire e dove si possano integrare coerentemente testimonianze del passato ed innovazione.
Bisogna cioè qualificare l’esistente adeguandolo non solo ai bisogni dell'utente contemporaneo ma anche alle norme dettate dalla sicurezza e dai principi della sostenibilità, al fine di realizzare un bene che valga la pena preservare per le generazioni future e che abbia un valore che vada al di là di quello di testimonianza storica. Contemplando solo quest'ultimo aspetto infatti si rischia di cadere nella già citata musealizzazione, con l'attuazione di inappropriate azioni in difesa e tutela dell'immagine identitaria. Il rischio è che questi interventi non siano finalizzati all'interazione tra gli aspetti del passato e le nuove realtà, ma che si perdano invece in inutili "amarcod" incapaci di generare luoghi con una funzione e con un utilizzo sensato e continuato, adeguati a soddisfare modi di abitare, lavorare e vivere, differenti da quelli che li hanno generati e fino ad oggi trasformati.
Promuovere il miglioramento della qualità dello spazio urbano e dell’identità, architettonica, ambientale e culturale equivale anche a progettare e realizzare luoghi attrattivi e facilmente fruibili, che si integrino coerentemente col patrimonio architettonico ereditato dal passato, come ad esempio:
  • il volo della fenicecosì come concepito dai suoi progettisti e cioè dal sottoscritto Arch. Angelo Sangiovanni e dall'Ing. Vincenzo Bufano;
  • la valorizzazione degli accessi storici al nucleo dentro le mura, come porte e postierle e l'ubicazione di eventuali futuri collegamenti verticali, come ascensori o rampe mobili ma non a scapito di architetture che sono importanti testimonianze storiche;
  • il recupero della viabilità principale all'interno del nucleo dentro le mura, attraverso ove possibile, la meccanizzazione esclusivamente con mezzi di trasporto elettrici, che si muovono silenziosi e mai inquinanti negli stretti “corridoi” del Borgo Albergo (si veda a questo proposito la mia idea progetto);
  • la tutela e la valorizzazione degli ambiti più di pregio del tessuto storico (il castello) attraverso operazioni di risanamento e di recupero anche degli spazi ad essi attigui (i casalini) e della località Schifa con l'abbassamento della quota dello slargo antistante l'edificio polifunzionale, così da realizzare un necessario luogo di raccolta sicuro, in caso di evento sismico;
  • il recupero della schiera posta alle spalle del Santuario di San Ciro, sulla "strettola"  che si collega con Via San Nicola;
  • il ripristino della quota originaria unica di Piazza Vittorio Emanuele ed una sua continuità con l'adiacente Piazza Garibaldi e area ex mercato coperto da riconvertire a luogo di incontro e non ad ennesima ed inutile "piazzetta";
  • l'attribuzione finalmente di una funzione e un'identità allo slargo realizzato tra Viale Kennedy e Via G. M. Pessolani, a ridosso del campo sportivo, avulso dal contesto in cui è stata concepito. (3) 
Tutto ciò ed altro ancora significa, in sintesi, il miglioramento delle fruibilità dell'intero nucleo dentro le mura, di giorno e di notte e la valorizzazione di aree centrali e, nel contempo marginali, dell'insediamento fuori le mura.


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Uno scorcio della schiera tra la Schifa e Via San Nicola


L'ambiente in generale e quello urbano in particolare, è dato dall'intima e continua interazione tra le componenti naturali ed antropiche, che costituiscono un insieme interattivo in cui ogni azione dell'uno implica necessariamente una risposta dell'altro, innescando così un processo di feedback sulla scorta del quale si determineranno altre scelte e i relativi nuovi comportamenti.
Ciò che sfugge ai più è proprio questo, cioè che uomo e ambiente sono compagni di viaggio indissolubilmente legati e che il tessuto edilizio di matrice storica è segno concreto dei processi evolutivi di quella comunità nel tempo. Pertanto, gli elementi che rappresentano il patrimonio architettonico costituiscono un valore storico ed ambientale.
Ad Atena Lucana, in cui sono presenti solo sporadici esempi architettonici a cui può riconoscersi una qualità intrinseca(4) e purtroppo nessuno di riconosciuta "aulicità monumentale"(5), la risorsa dell’insediamento storico è quindi costituita principalmente dalla morfologia dell'insediamento urbano e dalle sue stratificazione in un rapporto dialettico con il contesto che in più punti è, fortunatamente, ancora riconoscibile (sebbene non per tutti). Ecco perché dico che gli interventi a venire devono essere finalizzati (finalmente finalizzati) alla contestualizzazione del principio insediativo storico, integrando forme tipologiche tradizionali e bisogni abitativi contemporanei, restituendo una funzionalità agli spazi collettivi vecchi e creandone di nuovi, utili, al fine di valorizzare l’identità e l’unitarietà del contesto.

Nell'iter di definizione di interventi sostenibili e coerenti all'interno del centro storico, vanno poi fatte una serie di opportune riflessioni di ordine generale che muovono innanzitutto dal riconoscimento del tessuto storico di una realtà creata e conservata “a misura d’uomo”. Una realtà coerente con un tipo di vita mutevole ma con cambiamenti più dilatati nel tempo, di spazi concentrati e trasferimenti di cose e persone realizzati con mezzi diversi da quelli attuali.

Uno scorcio di Via San Nicola


Un'adeguata quanto necessaria lettura dell'insediamento antico di Atena Lucana e principalmente di quello dentro le mura, ci permette innanzitutto di distinguere i percorsi storici, dettati da reali esigenze di vita, da quelli generati dalla ricostruzione post sisma '80, in cui invece manca una vera necessità ed utilità e che perciò non si sono mai integrati con il preesistente. Anche riguardo ai percorsi è opportuno spendere qualche parola in più, così da descrivere il delicato e complesso contesto del nostro centro storico, che si esplica su livelli a diverse altezze. Interessante capire il rapporto tra l'abitato ai vari livelli e la viabilità relativa, le porte di accesso al nucleo dentro le mura e la loro ubicazione strategica.

Percorsi, porte e "portelle":
Come ho avuto modo di mostrare ai partecipanti della prima Invasione Digitale, organizzate insieme ai soliti Magnanti, Caporale e Pignata e risalente all'aprile dello scorso anno, nell'insediamento all'interno delle mura esiste non solo una chiara relazione tra residenze e viabilità ma anche una netta differenziazione tra la viabilità principale rappresentata dai 3 anelli dentro le mura ed uno, post Sisma 1857, a margine e quella di attraversamento costituita da scale e "strettole" di collegamento tra gli stessi. Altra differenza può essere colta tra la viabilità e gli accessi principali costituiti dalle 3 porte principali del circuito angioino, poste ad est, sud e ovest. Altro interessante collegamento è costituito poi dalla relazione tra le porte principali e le postierle, di cui ne sono sopravvissute 2 sul lato nord-est ed 1 che ritengo di aver individuato come tale, sul lato sud-ovest. La loro individuazione si basa sulla mia intuizione dell'esistenza di un collaudato e ripetuto sistema difensivo assicurato dall'esistenza di una torre a ridosso di ogni varco nelle mura.
Vi è inoltre anche una differenziazione nella viabilità di collegamento dei vari "anelli", dettata dalla diversa funzione e quindi dalla larghezza e dalla pendenza necessaria a svolgerla nel modo migliore, ad esempio. Vi sono infatti collegamenti che rappresentati solo da rampe di scale e che pertanto potevano essere utilizzate agevolmente solo dagli uomini, mentre altri dislivelli, meno accentuati, erano superati con gradoni o rampe e pertanto potevano essere usate anche per lo spostamento di greggi o per le bestie da soma. I percorsi che si collegavano all'abitato attraverso le postierle e che continuavano con rampe di scale che conducevano fino al livello più alto, del castello dovevano essere per forza ad esclusivo uso degli uomini. Questi percorsi, stretti come le porte nelle quali terminavano, nascevano per ragioni militari, quali una più agevole difesa del varco ricavato per l'uscita ed il rientro della della ronda notturna o per avere l'opportunità di fare sortite in tempo di guerra. Le ridotte dimensioni permettevano il varco ad una sola persona alla volta, quindi a più persone solo se in fila indiana e perciò incapaci di rappresentare un vero pericolo. Insieme a queste particolari porte, ve ne erano però altre poste su viabilità meno scoscese e più larghe, concepite per l'ingresso anche di carri, di armenti e greggi di ritorno dal pascolo, oppure per le bestie da soma cariche di prodotti della terra o di acqua, legna ed ogni altro approvvigionamento utile alla vita di tutti i giorni. A queste vie, che originariamente, entravano nell'abitato attraverso le porte principali: Porta di Roma, Porta Piccola e Porta d'Aquila (le prime due ritengo siano andate perse con il sisma del 1857, mentre la terza ancora esiste) nel tempo si sono aggiunti altri percorsi nati lì dove crolli naturali o causati dal sisma del 1857, avevano aperto altre brecce nelle antiche mura che, del resto, avevano ormai da tempo perduto la loro utilità difensiva. Uno di questi nuovi percorsi, molto ben individuabile è sul versante nord-est e incrocia Via San Nicola in un punto "strategico", ovvero proprio lì dove comincia la rampa che collega detto anello viario principale con l'altro che passa sotto le mura del castello (Via Castello, appunto), così da creare uno collegamento estremamente funzionale tra l'anello esterno fuori le mura ed i vari livelli interni.




Vecchio percorso sul versante Nord-Est, dove sappiamo per certo non essere mai esistita una porta. Logico pertanto supporre che sia relativamente recente, realizzato a seguito di probabili crolli della cinta muraria attribuibili al sisma del 1857 e la realizzazione, solo successiva, dell'attuale Via Indipendenza, l'anello viario esterno alle mura 

Quello dei percorsi è però un argomento molto complesso che merita una successiva e più esauriente trattazione, poiché non si esaurisce certo in queste poche osservazioni o in quelle riportate nei miei precedenti scritti sull'argomento. Mi limito per ora a dire che, se è riconoscibile il rapporto tra le diverse vie ed il sito ai vari livelli, altrettanto riconoscibile è quello tra gli spazi pubblici e gli spazi privati delle abitazioni. Tale intimo legame è ancora oggi ben riconoscibile proprio perché l'abitato dentro le mura, soggetto a trasformazioni più lente, ha conservato più a lungo alcune delle originarie caratteristiche. Testimonianze e suggestioni che restituiscono l'immagine di un diverso modo di vivere le relazioni con l'altro, in un contesto che poteva essere indifferentemente la piazza (a chiazza) o il vicolo (a strettula). Tali relazioni, vissute in contesti così profondamente diversi nella forma e nelle dimensioni, restituiscono quindi immagini di una quotidianità sempre a stretto contatto con il passante-amico, magari seduti semplicemente sui gradini di un'abitazione o di una chiesa, nelle vie pedonali del nucleo dentro le mura ma anche  sul marciapiede della strada meccanizzata dell'espansione sette-ottocentresca, fuori le mura.


L'antica Via Borgo, nel centro storico fuori le mura (anni '80)



Concludo questa veloce analisi sui luoghi atinati, con la descrizione di una particolare tipologia abitativa, abbastanza comune nel nucleo all'interno delle mura di Atena e che meglio di ogni altra ha saputo creare la giusta mediazione tra spazi pubblici e privati.

Un modello dal lontano passato:
Oltre alla schiera, l'altra tipologia ricorrente nel contesto intra menia è "la corte", presente quasi esclusivamente nell'anello interno più basso e cioè su Via San Nicola. Il primo esempio è proprio alle spalle della chiesa omonima ma molti altri sono presenti su tutto il percorso, anche lì dove la stessa strada prende il nome di Corso Santa Maria, sul versante nord ovest, al di sotto del Santuario di San Ciro. Questa tipologia prevede un complesso edilizio che si sviluppa attorno ad un cortile, nel chiaro intento di conciliare un prototipo dell'antichità, rappresentato dalla villa romana, con le mutate esigenze di vita delle epoche successive. Tal modello fu infatti riscoperto e riletto dall'architettura del Rinascimento (periodo storico che va dalla metà XIV alla metà XVI secolo), ma che suppongo sia arrivato nell'entroterra del sud Italia con qualche ritardo rispetto alla sua nascita. Mi convince di questo la constatazione che lo stesso Palazzo Caracciolo, che si sviluppa intorno ad un cortile interno, risale soltanto al XVI secolo. Nondimeno, gli esempi atinati ancora presenti sono sicuramente giunti fino a noi sopravvivendo ai disastrosi terremoti del 16/12/1857 e del 23/11/1980 e, con molta più difficoltà all'opera dell'uomo. Interessante osservare come questa tipologia, anche nel particolare contesto degli stretti vicoli di Atena, sia stata capace di instaurare una gerarchia di relazioni tra gli ambiti pubblici della strada e quelli privati dell'abitazione. All'interno dello spazio delimitato dal cancello era presente originariamente una cisterna in pietra e, più tardi, un contenitore di diverso materiale, ma sempre deputato alla raccolta dell'acqua piovana, convogliata al suo interno attraverso i discendenti. Tale sistema, fino agli inizi del 900 e cioè fino alla realizzazione dell'acquedotto comunale ed il posizionamento strategico delle fontane, ha rappresentato l'unica possibilità di approvvigionarsi di acqua nell'abitato dentro le mura, un peculiare contesto, privo di pozzi e sorgenti. Intorno allo spazio oltre il cancello, nel rispetto del modello, si aprivano gli ingressi alle unità abitative e quelli di eventuali qualche attività artigianali. Nei livelli seminterrati, lungo le "strettole" adiacenti l'unità abitativa, si aprivano gli ingressi dei magazzini per le derrate, delle stalle e delle legnaie.


Edificio a corte su via San Nicola


Queste sintetiche considerazioni sulle tipologie storiche, sull'edilizia minore rappresentata dalle schiere ante e post "casalini", sulle corti, palazzi e residenze signorili di nobili e possidenti locali e sul rapporto tra questi spazi privati e quelli pubblici delle strade, dei vicoli e delle piazze e di queste con gli edifici specialistici, dovrebbero essere già sufficienti a far capire che questi aspetti meriterebbero studi più approfonditi, da farsi prima di operare un qualsiasi intervento nel contesto e condotti da addetti ai lavori e, tra questi, non da mestieranti e mercenari. Considerazioni che dovrebbero inoltre far maturare la consapevolezza che perseverare in interventi che tendono ad omologare i criteri di intervento e di trasformazione degli spazi urbani di natura storica con i metodi assunti nella formazione della città diffusa e “moderna” o con modelli importati da lontani ed avulsi contesti, è stato un imperdonabile errore. Ugualmente errato sarebbe, all'opposto, perseguire la cultura della museificazione conservativa o dell'anacronistica imitazione formale, vuota di contenuti. Continuare a snaturare gli spazi pubblici e privati della loro originaria funzione e del loro valore, continuare ad ignorare i delicati equilibri alla base della loro relazione, significa distruggere le testimonianze tramandateci. La corretta progettazione di quanto si vorrà realizzare in futuro, se veramente vorrà tendere al recupero coerente di un patrimonio unico e per questo: inestimabile, non potrà prescindere da una progettazione consapevole dell’unicità rappresentata delle aree storiche, di Atena come di ogni altra. La progettazione consapevole deve essere capace di individuare le regole compositive che hanno determinato lo sviluppo aggregativo e di rispettarle evitando, sia l'errore di interventi anacronistici ed insostenibili (la già più volte citata musealizzazione), sia l'attuare un recupero del tessuto edilizio unicamente sul piano delle mutate esigenze abitative, delle modalità tecnologiche degli interventi o della "congruità tra valore della propria identità e costo dell'intervento di recupero", come mi è capitato di sentire di recente. 
Bisogna cioè progettare garantendo contemporaneamente la qualità dell'abitare e la sostenibilità del progetto, presupposto irrinunciabile per la conservazione del futuro dei centri storici. Un patrimonio che è tale solo quando è un luogo vivibile, così da poter essere risorsa della città in un'ottica di marketing urbano e territoriale.
Questo significa progettare risposte adeguate alle esigenze di chi già vive e lavora nel centro storico, creare i presupposti reali per un ritorno dei residenti in un luogo in cui riconoscano di appartenere, dove cioè riconoscano la propria identità, dove siano stimolati a recuperare le proprie tradizioni, non in modo anacronistico ed inutilmente nostalgico, ma come veicolo di promozione delle proprie specificità.
Il futuro dei centri storici è, a mio parere, nel recupero consapevole e nella realizzazione non solo di una polarità attrattiva per il turista ma soprattutto di un luogo vitale per i suoi abitanti, capace di stimolare relazioni.

Solo quando saremo in grado di resistere alla tentazione di svendere al turista di turno la nostra identità a prezzi di saldo, magari riproponendo intorno ad un falò "u ballu ru laganaturu" con la sveglia attaccata al collo, da buoni cannibali laureati, saremo anche in grado di riconsegnare alla vita i luoghi della nostra storia e della nostra memoria. Cominciamo intanto a rifuggire la tentazione di interventi puramente utilitaristici (o supposti tali e comunque per pochi "eletti"), in cui la congruenza tra valore della propria identità e costo della sua preservazione è a sola discrezione di un possibile (ma discutibile) investitore, nella cui mente la cultura è "na cosa ca nun si mangia".





(1) per il quale si perse proprio negli anni 80 la sua grande opportunità di valorizzazione, prima decidendo di demolire e non di rilevare un Palazzo storico che contribuiva con il Santuario a fare Piazza, poi rioccupando quella fortuita piazza sulla valle con un anonimo intervento per case popolari, maldestro tentativo di ripopolare un centro storico quasi disabitato. Questa grave errore urbanistico si aggiunge a quello commesso negli anni 50, quando si sovrappose a gran parte dell'antico circuito viario dentro le mura, un'avulsa pavimentazione a sanpietrini. A quest'opera di rifacimento della pavimentazione non sfuggì nemmeno l'antica piazza a basoli antistante la chiesa madre di Santa Maria Maggiore ed il Palazzo Sabini Del Sole. Gli stessi basoli furono fortunatamente almeno in parte riciclati e perciò sono oggi ancora visibili in varie opere, come il muro dietro la citata chiesa madre e su quello di Via Santa Maria, nei pressi di Palazzo Spagna.  

(2) I miei studi sul castello e sull'antico assetto difensivo di Atena continuano ma sono purtroppo ancora lontani dalla conclusione, anche a causa dei continui rimaneggiamenti su quanto sopravvissuto al tempo ed ai terremoti, che rendono un vero rompicapo i tentativi di un'attendibile ricostruzione. 

(3) In riferimento a tutto questo si legga quanto ho già scritto in occasione del citato concorso d'idee per il recupero del mercato coperto, mentre per gli ultimi 4 punti si legga inoltre anche quanto scritto sul recupero del centro storico di Atena Lucana come Borgo Albergo.

(4)Tra questi io considero principalmente (ma non esclusivamente): il portale neoclassico di Palazzo Spagna, il portale e la volta a botte affrescata di Palazzo Caracciolo, il campanile di Santa Maria Maggiore, alcuni elementi di Palazzo Bellomo e le torri angioine. 


(5) Di tutto il patrimonio architettonico è infatti posto sotto tutela soltanto una limitata parte di Palazzo Caracciolo, mentre le torri, il castello ed i palazzi di nobili e notabili locali, sono luoghi di abbandono o di libera reinterpretazione stilistica e funzionale.



© Arch. Angelo Sangiovanni 
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