giovedì 24 gennaio 2013

Un Piano per non dimenticare

Dove vien meno l'interesse, vien meno anche la memoria.
Johann Wolfgang Goethe

Elemento lapideo dell'antica pavimentazione di un vicolo del centro storico di Atena Lucana, rimosso dalla sua sede originaria perché sostituito con gradino in cemento e che, ovviamente, andrà perduto così come gli altri che facevano parte della stessa opera.

E' vitale riconoscere al Piano del Colore (a cui si associa talvolta anche il Piano del Decoro Urbano) e agli studi sulla Toponomastica un'importanza fondamentale, in quanto hanno come obiettivo comune il recupero dell'identità storica e culturale dell'intero territorio comunale, nel caso del Piani, anche attraverso la riqualificazione dell’ambiente costruito.
Il Piano del Colore e quello del Decoro Urbano sono infatti entrambi strumenti che scaturiscono da uno studio il cui scopo è individuare norme tese al recupero dell’immagine della città nel suo complesso, nonché del suo territorio e della sua identità storica e culturale.
Dopo la tabula rasa effettuata con le riparazioni attuate in seguito al Sisma 1980 caratterizzate anche da un uso spropositato dell'intonaco sulle facciate, non solo a coperture di tessiture murarie e rifiniture importanti come documenti storici, ma anche a copertura di epigrafi, steli funerarie, e quant'altro, trovare oggi una regola per decidere in modo serio sul colore da applicare ai fabbricati è quasi impossibile. Specie nella consapevolezza che queste indicazioni debbano essere uno degli elementi costitutivi dell’immagine paesistica dei luoghi, importante strumento di riqualificazione e non un elemento scelto a discrezione del proprietario o del tecnico o permesso dall'ignavia e dal disinteresse delle autorità o degli organi di controllo competenti.
Dare indicazioni riguardo alle tinte da applicare, ai materiali, alle tipologie da utilizzarsi per tutti gli elementi, siano essi funzionali, decorativi o tecnologici (infissi, tabelle, ringhiere, coperture, ecc.) e che riguardano le sistemazioni esterne degli edifici è, non da oggi, tanto urgente quanto non più procrastinabile.
Sia quindi chiaro, per quelli che ancora non sono in grado di distinguere quello che è compito dell'Architettura da quello che concerne la pittura, che le indicazioni fornite nel Piano del Colore hanno lo scopo di tutelare da un lato l’identità storica del fabbricato e dall’altro la percezione visiva del contesto come armonico insieme dell'ambiente costruito e naturale.
Nel caso di Atena, non mi stancherò mai di dirlo, questa identità abbiamo cominciato a perderla trent'anni fa e ancora non abbiamo trovato né la capacità, né la voglia fare qualcosa per recuperarla, che vada oltre l'enunciazione di buoni propositi.
Tornando alla toponomastica, essa rappresenta l'insieme dei nomi delle entità geografiche e lo studio delle stesse attraverso discipline specifiche, come la storia e la linguistica. Concerne la toponomastica, quindi, in primo luogo il censimento dei toponimi del territorio che però non si ferma necessariamente a quelli ancora reperibili sulle cartografie in uso, ma può estendersi anche alla consultazione di registri storici e antiche planimetrie o anche, quando ancora possibile, della memoria degli anziani. In questo caso però è maggiore il rischio di ottenere non il nome originario in una lingua antica, magari di un popolo che ha dominato o anche solo stanziato per qualche tempo nell'area, ma talvolta una sua storpiatura dialettale.
In questo caso si parla di toponomastica storica che ancor più di quella che potremmo definire “generale”, cerca di collegare il toponimo del luogo con l'individuazione del suo originario significato: pizzoddi, aria favata, ruddu, siddittu, 'a rinazza, macirrina, , nel parlato hanno preso il posto di Pezzolle, Aia favata, Rullo, Sellitto, Arenaccia, Macerrina, ad esempio.
Alla luce di ciò, è evidente che non è sempre facile collegare il nome al luogo e talvolta ancor meno collegare il nome al suo significato, poiché spesso queste storpiature dialettali tendono a cambiare il toponimo fin quasi a renderlo irriconoscibile. In questo caso la ricerca storica dei toponimi non più in uso da tempo e quindi dimenticati anche dalla tradizione orale, effettuata da catasti storici, archivi parrocchiali e comunali o anche attraverso diari o atti notarili non sono sufficienti a ricollegare il luogo e il suo antico toponimo.
Fare delle supposizione è tanto lecito quanto arrischiato e questo anche quando l'evidenza sembra lampante. Nella sfera della congettura, seppur confortata dalla logica e dal ritrovamento storico, va anche quanto riporto di seguito, in parte già pubblicato sul mio profilo Fb e che rappresenta solo un assaggio degli studi sui toponimi e tanto altro, iniziati con l'intento di recuperare il recuperabile della nostra storia.

Macerrina:
(Credo in origine macerina, pl. macerine e macherina in Regesti della Certosa di Padula -dal 1070 al 1400- al numero 933)
Vi sono degli scavi più o meno profondi fatti nel terreno, in collina ove son delle polle, o scaturigini d'acqua, e nelle pianura nei campi situati in vicinanza degli argini dei fiumi, e queste pozze son dette macerine, per l'uso a cui le destinano. Distendono, e ricoprono con un primo strato di manne (mazzi di canapa o lino n.d.r.) il fondo della macerina, dopo con un secondo, e così di seguito fino a che la macerina stessa è ripiena di canapa, e se l'ultimo strato di essa non fosse ricoperta bene dall'acqua, lo caricano con pietre, onde compressa da questo peso, venga ad esser dominata tutta dal liquido".
Non a caso la Macerrina è un'area pianeggiante compresa tra il fiume Tanagro e la Ferrovia Sicignano-Lagonegro ed è quindi quanto meno probabile che in questo luogo fossero presenti le apposite fosse realizzate per la macerazione di questi mazzi di canapa per ottenere la separazione delle fibre dal fusto.
Del resto la coltivazione di canapa nel Vallo di Diano è documentata e al museo di Teggiano è conservato un antico telaio per tessere la tela, insieme ad una gramola per la canapa, ai dipanatoi, ai filatoi ed altri attrezzi della vita contadina.
Anche sul sito del comune di Polla si fa riferimento a questa coltivazione attuata in località Fontana del Praticello. In proposito si legge: “Questa fontana raccoglie le acque che defluiscono dalla Foresta, attraverso un vallone. Nel corso del 1890 il Comune deliberò la costruzione, sul posto, di un abbeveratoio così grande da servire per bagno delle pecore prima della tosa e di una vasca da servire alla macerazione del lino e della canapa, nonché di un lavatoio. Oggi sul posto c'è una nuova vasca, costruita da qualche anno per comodità dei contadini. Le acque, uscite da essa, raggiungono il Tanagro che scorre a circa 30 metri più giù.

Scafa:
(il toponimo ha conservato il suo nome originario)
Dal vocabolario Treccani:
scafa
[scà-fa]
s.f.
ST Presso gli antichi Romani, battello a remi usato nella navigazione fluviale per i collegamenti tra la costa e le navi. Nel Seicento e Settecento, battello leggero, a remi o a vela, al servizio di un'unità maggiore. pegg.
A proposito della scafa di proprietà di Giuseppe Caracciolo ho già avuto modo di parlarne nel mio precedente scritto su “i mangia signuri ri Atena”. Lo riporto per comodità: "L'universitù chiese, segnala il Cassandro, <<che il feudatario [...] non pretenda di riscuotere un fitto annuo di 50 ducati per la scafa che possiede sul fiume pubblico (Chiarisce V. Bracco che in qual tempo non vi era il ponte sul Tanagro che <<da sotto Atena taglia il Vallo e sbocca a San Marzano, per cui si era obbligati a servirsi della "scafa" del principe su cui si pagava il pedaggio, per cui "si aveva un ponte in meno e una speculazione in più>>).
L'area della Scafa è infatti anch'essa dei pressi del Tanagro, sulla sponda opposta a quella nei possedimenti del comune di Sant'Arsenio, di cui fa parte anche la frazione di San Marzano.

Serrone:
(il toponimo ha conservato il suo nome originario)

"Pel fabbricato Atena si può dividere in due parti; una che sta a cavaliere del colle, ed è approssimativamente l'Atena medievale; e l'altra che potrebbe dirsi l'Atena moderna, costituisce il borgo, che dal colle si estende al piano"
da Istoria di Atena Lucana del Dottore Michele La Cava.

"In quanto a quest'ultima (si riferisce ad Atena n.d.r.), per la quale solamente ascriviamo, prescelsero quell'alta collina che guarda a mezzogiorno la valle di Diano, in piedi alla quale collina dovettero essi costruire un grosso muro di cinta alla medesima, del quale si sono trovati gli avanzi alla parte di mezzogiorno, e di ponente sotto Atena, ed in diversi luoghi: al Serrone di San Cipriano per estensione di metri 313; a San Vito in mezzo al Petto per una lunghezza di metri 150; da questo S. Vito al ciglio del Vallone Arenaccia altri metri 350, sempre in pezzi distaccati. Questo muro costituiva una cinta semi-ellissoidale della lunghezza di un 2000 metri: La muraglia era grossa tre metri, composta di massi grossissimi divelti da quel suolo calcareo, e si giudica esserne stata la costruzione della prima epoca pelasgica atteso la rozzezza dei massi, senza arte alcuna di faccettazione, accatastati l'uno sull'altro, e senza cemento."
da Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX di Avv. Giov. Battista Curto , Tipografia De Marsico 1901

Del periodo <<Enotrio>> (inizi V e VI sec. a.C.) bisognerebbe orientarsi anche per le mura <<Ciclopiche>> di Atena, , la cinta murale megalitica preromana distanziata dall'acropoli e formata da grossi e rozzi massi accatastati senza cementazione, di cui a fino '800 restavano tracce per più di 800 metri, […] a tratti discontinui su una linea semiellissoidale di circa due chilometrida ovest, porta d'Aquila, ad est, collina del Serrone. Oggi ne è visibile l'unico tratto rimasto […] di circa 100 metri in quanto c'è stata nel '70 la scomparsa di circa 200 metri della cinta sotto materiale di sterro per i lavori della superstrada per Taranto, e nell'82-83 il dissesto del tratto superstite e per i lavori di riforestazione e per il passaggio di un acquedotto. Sarebbe necessario da parte di Enti pubblici e privati l'impegno a collaborare con la Soprintendenza, avvisando in tempo dei lavori programmati e in atto, e sarebbe utile realizzare una stradina di accesso alle mura che, nell'attesa di essere valorizzate, chiedono di restare almeno dove e come sono. […] Ma dove risalivano ad est le possenti mura? Osservando la zona, pur nel dissesto del terreno, si notano tracce di massi del paramento esterno e più labili dall'interno allineati sulla scarpata affacciata sul vallone Caravallo […] e se ne deduce che il circuito murale non doveva dal Serrone << girare bruscamente ad est>> come afferma G. De Henry sulla base di studiosi dell'800, ma continuare verso est per discendere e risalire nel vallone, come ad ovest in quello del Masciaro. La stessa collina del Serrone ha rivelato, dal terreno sconvolto dai lavori, una gran quantità di pietre di grosse , medie, piccole dimensioni e lascia supporre che l'altura, nel suo vertice a montarozzo, ricopra una antica struttura che potrebbe rivelare il corpo stesso della fortificazione. Sarebbero interessanti scavi sistematici nella zona per fare chiarezza sulle mura preromane di Atena e sulla stessa cittadella (enotria?) che probabilmente circuivano. [...]
da Atena antica di Elena D'Alto, Pietro La Veglia Editore 1985

Riporto di seguito l'etimologia del termine borgo ed in particolare trovo interessante:
  1. Borgo che poteva indicare anche "luogo fortificato" e non solo "abitato fuori le mura"
  2. "Gos" il cui significato fondamentale è serrare e quindi chiudere, compito di una cinta muraria a difesa di un luogo. Serrone è il toponimo del luogo in erano state innalzate una parte delle mura ciclopiche.
Risalire alle motivazioni del nome del luogo è importante per capirne la storia, ma mi rendo conto, a distanza di anni e delle tante parole spese su questo argomento, che anche la Dottoressa Elena D'Alto, scomparsa qualche anno fa, è stata già in vita dimenticata, così come i suoi ritrovamenti archeologici, da quegli Enti pubblici e quei privati a cui chiedeva aiuto nel lontano 1985, perché le vestigia della nostra storia non andassero perdute.
Sarei curioso di sapere quanti ragazzi di Atena, conoscono ora l'ubicazione di questi pochi toponimi citati e dei tanti altri ancora oggetto di studio da parte mia e di pochi amici che condividono con me la passione per lo studio della nostra storia. Vorrei sapere poi quanti leggono queste righe con interesse e la dovuta attenzione e quanti tra questi si sentono smuovere qualcosa dentro e vorrebbero dare il loro contributo a queste ricerche, portate avanti prima indipendentemente e da oltre un anno ormai in forma corale, sempre e rigorosamente senza alcun finanziamento o compenso o pubblico riconoscimento, ma solo per amore della propria terra. 
© Arch. Angelo Sangiovanni
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giovedì 3 gennaio 2013

Braida e Gaimari, tracce longobarde in Atena Lucana

La presenza longobarda ad Atena Lucana non è certo una notizia dell'ultima ora.
Secondo alcuni storici la loro presenza prima e le loro progressive conquiste poi nelle regioni centro meridionali dell'Italia, sono state favorite da poco accorte scelte politiche dei bizantini che decisero di affidare loro alcune fortezze, tra cui quella di Benevento. Da questi presidi mossero poi i primi saccheggi che, sotto Arechi, ebbero una decisa evoluzione qualitativa, trasformandosi in campagne militari finalizzate ad una presenza organizzata su un'area piuttosto vasta. Tale espansione, il cui evidente scopo era una loro presenza stabile sul territorio, si appoggiò al reticolo viario di epoca romana ed è perciò plausibile che a questo si debba la loro presenza anche nel territorio del Vallo di Diano.
Sempre secondo fonti storiche piuttosto attendibili, sembra che questi fossero piuttosto numerosi a Padula, Diano (oggi Teggiano) e nella stessa Atena.
Del resto già qualche tempo fa ho avuto modo di spiegare sulla mia pagina Facebook, che il toponimo Braida, indicante nel centro abitato di Atena Lucana l'area tra la cosiddetta Piazza Europa ('mpieri a la Vraria = ai piedi della Braida) e l'area del campo sportivo (la Braida), conservatasi agricola fin quasi alla metà del secolo scorso, deriva da un termine appunto longobardo. Oltre l'area del campo sportivo, in direzione Est, quindi verso il territorio del comune di Sala Consilina (Sala è anch'esso un nome di origine longobarda), il toponimo Braidella indica una zona ancora prevalentemente agricola.
Il toponimo Braida indica inoltre un'altra parte di territorio dal deciso carattere agricolo, urbanizzato in tempi piuttosto recenti e posto a cavallo del confine campano lucano tra la stessa Atena Lucana e Brienza, (i Brarie =  le Braide), tanto che si è soliti distinguere, parlando di questo, tra Braide di Atena e Braide di Brienza.
E infatti, l'etimologia del toponimo Braida deriva dal longobardo breda o braida, termine che significava appunto "pianura" e che era equivalente al latino proedium (podere, prato).
Quello che invece non sapevo ancora e che forse è sconosciuto a gran parte degli atinati è che, tra i cognomi di Atena, è ancora presente almeno un cognome di origine longobarde chiare e illustri.
Rileggendo per motivi di lavoro alcuni testi di storia, scopro che la moglie di Rao, il signore che reggeva intorno al 1100 Atena, era una longobarda di nome Gaitelgrima. Scopro inoltre che nel 1138, Atena è infeudata ad un altro signore anch'egli plausibilmente di origine longobarde, il cui nome è Guaimarius.
Sempre secondo Giovanni Vitolo, "I normanni pertanto dovettero limitarsi ad occupare i castelli strategicamente più importanti (Diano, Sala, Polla), dove fecero entrare i signori longobardi nelle loro clientele vassallatiche, come è dimostrato anche dalla donazione di Asclettino del 1086, alla quale interviene come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote di Guaimario IV (V)."

L'assonanza tra il nome Guaimarius ed in nostro cognome Gaimari è fin troppo evidente per non approfondire la notizia.
Un'antica citazione della famiglia Guaimario si ha in occasione della visita alla parrocchiale di Atena risalente al 3 Giugno 1606 di tale Monsignor Morello,
Riassumo qui pochi passaggi salienti dei risultati della mia ricerca e incollo alla fine del post alcuni link utili a chi, magari con la possibilità di accedere ad archivi storici, voglia approfondire l'argomento e ha la possibilità  di stabilire, ad esempio, se la famiglia Gaimari è originaria di Atena, ovvero se è tra le famiglie più antiche di Atena e a quando risale la  comparsa di questo cognome per la prima volta.
Io invece chiudo questa breve divagazione strettamente storica e torno a studi su argomenti che mi sono più congeniali, quali la relazione tra eventi storici e naturali e gli effetti di questi sull'architettura locale, poiché tanto si parla su questo argomento senza dire in vero nulla di nuovo, di strettamente e realmente inerente o di veramente interessante.

GUAIMARIO. - Princeps di Salerno, nacque probabilmente verso il 1013 dal principe salernitano Guaimario (III) e dalla seconda moglie Gaitelgrima, figlia di Pandolfo (II) principe di Benevento-Capua; da questo matrimonio nacquero anche Guido, futuro gastaldo di Conza e duca di Sorrento, e Paldolfo, divenuto successivamente dominus di Capaccio.
[...]
Alla morte del padre, avvenuta nel 1027, iniziò il governo autonomo di G. che aveva, probabilmente, solo quattordici anni. Intorno agli anni Trenta si unì in matrimonio con Gemma, figlia di Laidolfo, conte della dinastia capuana; da questa unione nacque una numerosa prole: Giovanni (IV), precocemente associato al padre nel 1037, ma già scomparso nel 1039; Gisulfo (II), che divenne dal 1042 coreggente del Principato; e ancora Pandolfo, Guaimario (V), Landolfo, Guido, un altro Giovanni, Sichelgaita - che avrebbe sposato il normanno Roberto il Guiscardo - Sica e Gaitelgrima.
[...]

Sempre nel 1042 allo stratego e catepano bizantino Giorgio Maniace giunse l'ordine da parte di Michele V Calafato di procedere a una seconda campagna militare contro i musulmani, coinvolgendo in questa azione anche Guaimario.Il comandante bizantino, infatti, prima di intraprendere l'azione, chiese a G. un cospicuo contributo in uomini e mezzi; G. fornì una leva di truppe longobarde - salernitane, ma anche beneventane - condotte da un Arduino proveniente da Milano, secondo quanto riferito da Amato da Montecassino (II, 14, pp. 63 s.). A queste aggiunse un ulteriore corpo di spedizione formato da mercenari normanni 
[...]
Con la morte di G. si chiudeva l'epoca di massima potenza del Principato salernitano. Con lui si assistette a una progressiva, vigorosa ripresa della spinta espansionistica, non disgiunta da una lungimirante abilità politico-diplomatica. 

Cognome GAIMARI

Assolutamente Rarissimo, Parrebbe Del Salernitano, Gaimaro, Ormai Scomparso In Italia, è Sempre Dell'area Napoletano, Salernitana, Dovrebbero Derivare Dal Nome Medioevale Gaimarus Portato Probabilmente Dal Capostipite,
[...]
Ricordiamo Che La Diffusione Di Questo Cognome Nel Salernitano Può Essere Motivata Dal Nome Di Gaimaro Principe Di Salerno Nel XI° Secolo.


Fonti:
http://www.treccani.it/enciclopedia/guaimario_(Dizionario-Biografico)/
http://www.significato.eu/cognome/GAIMARI


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lunedì 8 ottobre 2012

Qualità vs quantità. Non è mai troppo tardi!



Non abbiamo bisogno di costruire di più ma di costruire meglio; recuperiamo il già realizzato e riportiamolo a nuova vita.
Porto avanti questa idea da anni e finalmente sembra (con i politici il dubbio è d'obbligo) che il Ministro alle politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania, abbia capito l'importanza di preservare i suoli agricoli,  e di recuperare il patrimonio edilizio rurale ereditato dai nostri avi, un'architettura necessaria ed essenziale e perciò genuina, rispettosa del Genius Loci e non figlia della moda e del vuoto manierismo denunciato da anni e descritto nei miei precedenti blog. La bellezza di un'architettura è rappresentata anche dalla sua capacità di assolvere al meglio alle funzioni per cui è stata realizzata. Ma il recupero soltanto dell'edilizia rurale a mio giudizio non risolve il problema. E' fondamentale la riqualificazione del tessuto storico, il tentativo di rendere attuali le architetture del passato attraverso le nuove tecnologie. Come ho già detto altrove, la pura contemplazione non appartiene all'architettura e l'unico modo per tenere "in buona salute" un edificio è abitarlo in modo continuativo.
Quando sono stato chiamato a far parte del gruppo di tecnici incaricati di redarre il P.U.C. (tra gli altri, anche l'amico Ing.Vincenzo Bufano), ho cercato di portare avanti questa idea non nuova ma ancora rivoluzionaria, specie in un certo sud.
Le tracce di questa "mia" concezione dell'urbanistica sono chiaramente visibili non solo nella redazione delle N.T.A. del C.S. di cui mi sono occupato in prima persona (con la speranza di poterle poi riversare in un Piano Colore che si è voluto stralciare dal Piano Generale per la sua complessità con l'impegno politico, non ancora mantenuto, di redigerlo separatamente in un futuro prossimo), ma anche nel regolamento per il fotovoltaico, per il quale mi è stato chiesto di fare da consulente (insieme all'ing Carmine Cancro) alla Commissione Ambiente. In questa occasione ho avuto ulteriore modo di ribadire la mia posizione in merito ad una legge nazionale che non regolamentava un bel niente ma che, al contrario, con la scusa di incentivare misure ed iniziative a favore del risparmio energetico, della salvaguardia dell'ambiente e della qualità della vita, non faceva altro che favorire la speculazione nel settore, con la conseguente perdita di colture anche di valore.
Fortunatamente ad Atena Lucana, anche grazie alla chiara posizione dell'Assessore all'Ambiente, nel 2011 siamo riusciti a impedire la realizzazione di almeno 2 inutili mega impianti, veri detrattori ambientali che avrebbero impedito con la loro presenza in una delle aree paesaggisticamente più belle del nostro territorio, la possibile realizzazione di altre opere meno invasive e più redditizie per tutta la comunità e non solo per pochi ricchi investitori.
Tale convinzione, recepita anche da parte del resto dei componenti la Commissione, ci ha permesso di prendere una decisione all'epoca impopolare ma che alla fine risultò tanto sensata e lungimirante da anticipare di oltre 6 mesi  l'analoga decisione del Governo di allora che decise di non rinnovare più gli incentivi per la realizzazione di impianti al suolo.
Il mio modesto parere, vista la quantità enorme di volumi già realizzati su tutto il territorio nazionale, è che il Governo di allora avrebbe dovuto prendere questa strada fin dall'inizio, puntando sulla realizzazione di tetti fotovoltaici prima che sull'occupazione indiscriminata di aree agricole, incentivando la loro realizzazione non solo sulle grandi superfici coperte degli edifici industriali ma anche su quelle dell'edilizia residenziale.
Ad Atena Lucana, sia nelle N.T.A. del C.S.  che nel Regolamento per il fotovoltaico nelle Zone Omogenee A, si è coerentemente optato per la realizzazione di coperture a coppi e a tegole fotovoltaiche, premiando poi con detrazioni fiscali ed agevolazioni varie (si pensò ad esempio a sconti sulla tassa sui rifiuti) coloro i quali avessero realizzato interventi sul patrimonio edilizio storico con l'obiettivo di migliorare la qualità dell'abitare anche attraverso la sostituzione delle coperture a tegole, in plastica o eternit..
Questo modo di intervenire a grande scala da un lato  avrebbe impedito la speculazione e lo scempio del territorio, mentre dall'altro avrebbe contribuito all'acquisizione di una vera mentalità ecologista, senza la quale non saremo mai un popolo che ama e che perciò rispetta l'ambiente.
Ma non è mai troppo tardi e oggi, più di allora, sono fiero di aver portato avanti tra mille difficoltà questa mia battaglia contro il cattivo utilizzo del suolo agricolo e a favore del recupero dell'edilizia storica. Assistere ai passi indietro della politica sui mega impianti al suolo e sentir parlare oggi di "soil sealing", di "retrofitting negli edifici" e di "sostituzione edilizia", mi convince ancora di più che non bisogna mai arrendersi quando si lotta per l'ambiente e la buona architettura e che si può e si deve fare sempre di più e meglio per il nostro territorio e per il pianeta in generale.
Nel caso specifico di Atena Lucana e del Vallo di Diano poi, sono sempre più convinto che il nostro futuro non è nel petrolio ma nell'agricoltura e nel turismo, che rappresentano possibilità di ripresa economica reali perché trovano la loro coerenza nelle opportunità rappresentate dalle bellezze paesaggistiche, ambientali e non solo, del Parco del Cilento e Vallo di Diano.
Si dice che il tempo è galantuomo e a 50 anni posso dire che è ancora il mio migliore alleato, perché sono quelli in mala fede che devono aver paura di esporre e difendere le proprie idee nel timore di essere smentiti dai fatti ed io non sono tra questi.

http://www.ediltecnico.it/10377/consumo-di-suolo-via-libera-del-cdm-al-disegno-di-legge/

http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2012/02/parte-il-censimento-degli-edifici-sfitti-e-inutilizzati-in-tutta-italia/

http://www.youtube.com/watch?v=h0egwgTr1D8&feature=player_embedded#!